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Windows 10 su 300 milioni di device (Microsoft, ti piace vincere facile eh?)

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Grande soddisfazione per Microsoft aver raggiunto, con Windows 10, il considerevole traguardo dei 300 milioni di dispositivi che ne fanno uso… Grazie tante, ci sarei arrivato anch’io con l’aggiornamento che fa tutto da solo, talvolta senza chiedere nulla all’utente!

 
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Pubblicato da su 6 Maggio 2016 in news, News da Internet

 

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Il paradosso dei Radiohead

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Che i Radiohead siano spariti dal web (piallando ogni traccia social alla faccia dei followers) per raggiungere la più ampia visibilità possibile in vista del lancio del prossimo album? 😉

 
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Pubblicato da su 2 Maggio 2016 in business, comunicazione, Internet, media

 

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Pronti all’Italian Internet Day, ricordando che 30 anni fa eravamo molto più avanti di oggi

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“Banda ultrarlarga, competenze digitali, servizi digitali per tutti: è ora di accelerare. Come fecero 30 anni fa”

Che è ora di accelerare è vero, verissimo. Sono le parole che concludono la presentazione di ItalianInternetDay, un evento che avrà luogo il 29 aprile per ricordare coloro che, il 30 aprile 1986, hanno portato l’Italia alla prima connessione a Internet. L’evento sarà diffuso e collettivo, il sito invita tutti a prendervi parte:

Tutti possono celebrare i primi 30 anni di Internet in Italia. Tutti possono promuovere o organizzare un evento su Internet quel giorno. Tutti possono farlo e non ci sono limiti. Possono farlo le scuole, le imprese, le associazioni, i privati cittadini. Per farlo basta registrarsi su events.italianinternetday.it e  inserire tutti i dati relativi all’evento che, quando approvato, apparirà sulla nostra mappa.

Mi soffermo sull’invito rivolto ad ogni scuola (che gode del supporto del Ministero dell’Istruzione) a partecipare con un proprio evento. Leggo che “per agevolarne l’ideazione”, viene fornito un apposito “kit” con “alcune indicazioni, proposte e spunti utili”.

In Italia siamo eventi, non siamo avanti. Abbiamo una situazione talmente eterogenea da trovare località dotate di connessioni superveloci in fibra e, a pochi km, situazioni senza connessione a banda larga nemmeno su rame. Le scuole di queste zone forse saranno felici e contente di festeggiare un evento legato a Internet, ma per loro “Internet” sarà proprio un evento, perché non è ancora uno strumento che aiuta la loro realtà quotidiana. In Italia riusciamo ad essere talmente arretrati anche in questo ambito perché manca una cultura digitale, causata dalla mancanza di vere iniziative di alfabetizzazione, che non devono essere eventi, ma programmi ben organizzati e strutturati. Per quanto mi riguarda, l’evoluzione digitale e i progressi delle comunicazioni che hanno portato all’espansione di Internet dovrebbero essere un argomento di studio per far parte realmente della cultura di tutti. E non un evento visto da tutti ma sentito da pochi.

Intendiamoci: ogni iniziativa in questa direzione è assolutamente positiva. Ma non deve ridursi ad uno o qualche evento. Deve essere un punto di (ri)partenza di un percorso per tutti.

La cura dei dettagli dice molto:

  • Nel logo dell’iniziativa si vede un trend che si appiattisce dopo un importante impennata iniziale. E’ lo specchio della nostra situazione: stallo, calma piatta. Da anni.
  • All’inizio del mio post c’è proprio scritto “Banda ultrarlarga”, è vero, c’è una erre di troppo. Ho solo riportato quanto ho trovato lì (cliccate per ingrandire). Cattura
 
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Pubblicato da su 21 aprile 2016 in news

 

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Google ci mette in guardia da Google, ma ci rassicura su Bing

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Parzialmente pericoloso. E’ così che la funzione Navigazione Sicura di Google classifica il sito google.com, perché “alcune pagine hanno contenuti ingannevoli al momento”. La stessa ricerca effettuata su google.it restituisce invece un tranquillizzante “La funzione Navigazione sicura non ha rilevato di recente contenuti dannosi sul sito google.it.”. Un errore? Dipende dai punti di vista. Le indicazioni fornite nei dettagli non sono propriamente veritiere:

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La frase alcune pagine di questo sito web installano malware sui computer dei visitatori è fuorviante: non sono le pagine di google.com a installare eventualmente malware, ma i siti web a cui il visitatore può approdare attraverso i link elencati da Google nei risultati delle ricerche, cosa comprensibile leggendo gli altri punti.

Nessun allarme, invece, sul concorrente Bing di Microsoft. Un applauso al fair play 😉

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Pubblicato da su 20 aprile 2016 in Internet, news

 

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Le carte di Panama

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Panama Papers è il nuovo esempio di giornalismo investigativo che raggiunge risultati che superano l’attività di forze di polizia e servizi segreti di tutto il mondo.

La novità, ovviamente, non è nella scoperta delle opportunità offerte da Panama in quanto paradiso fiscale, ma nella colossale fuga di informazioni relative agli interessi finanziari dei protagonisti, che si sono avvalsi dell’attività di collaborazione e consulenza di banche e società specializzate come Mossack Fonseca. Con il tempo si capirà se questa vicenda è un nuovo Watergate oppure uno scandalo a orologeria fatto esplodere in conseguenza di altri avvenimenti (il sospetto è forte, dato il rango politico/finanziario degli interessati). O entrambe le cose.

Il primo destinatario delle informazioni è stato il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung, che dichiara di averle ricevute da un dipendente della Mossack Fonseca. Di certo, da parte di quest’ultima, è piuttosto semplicistico giustificare la fuga di notizie con “un’intrusione non autorizzata nei server di posta elettronica”, considerando che il periodo inquadrato parte dal 1977…

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Comunque, chi tra voi è onesto non deve demoralizzarsi: continuate a pretendere lo scontrino a ogni spesa!

 
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Pubblicato da su 4 aprile 2016 in news

 

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Agenzie di stampa che impazziscono

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Cosa sono le agenzie di stampa? Sono “imprese giornalistiche che raccolgono e forniscono – con varie forme di pagamento – notizie per mezzo di bollettini o fotografie di attualità a giornali, a servizi radio-televisivi e in genere a chiunque ne abbia interesse. Le a.di s., anche dette agenzie di informazione, possono essere private, statali o finanziate dallo Stato” (fonte: la prima definizione che ho trovato, tratta dall’Enciclopedia Treccani).

Gli esempi qui riportati, tutto sommato, mi sembrano conformi a questa definizione generale: in questi casi specifici, non forniscono notizie, ma diffondono fotografie di attualità (ma anche video, non dimentichiamolo) per raggiungere chiunque ne abbia interesse. In verità, di notizie non ne vedo.L’essenza di ogni esempio non è la foto in se’, ma le reazioni alla pubblicazione di immagini che scatenano ovazioni dei fan o, più frequentemente, fanno impazzire il web.

La notizia, quindi, sarebbe nel fatto che il web impazzisce per delle boiate incredibili. E stando a quanto pubblicano agenzie e giornali, questo accadrebbe molto spesso.

Più verosimilmente, a chi pubblica questo materiale interessa attirare l’attenzione dei lettori, e poco importa se non si tratta di notizie. L’importante è attirare i lettori, stuzzicarne la curiosità e indurli a cliccare, perché il business di queste imprese si fonda sulla visibilità di ciò che pubblicano e sulle dinamiche che legano audience e ricavi pubblicitari. La verità, in definitiva, è leggermente diversa: sono queste testate (e i loro editor) ad impazzire, appena vedono foto come queste sul web, perché sanno bene quanto può rendere pubblicarle, visto quanto è nutrito e affollato il parco buoi sempre pronto a cliccarle.

 
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Pubblicato da su 29 marzo 2016 in Buono a sapersi, business

 

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Buona Pasqua… e attenti all’ora illegale

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Ancora oggi, con facilità, si trovano fonti di informazione in grado di dare indicazioni sbagliate sull’introduzione dell’ora legale.
Le lancette spostatele in avanti!
Buona Pasqua!

 
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Pubblicato da su 27 marzo 2016 in news

 

Facebook Safety Check: “utilità sociale” che supera le istituzioni

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Stamattina Facebook si è premurato di comunicarmi che alcuni tra i miei contatti, localizzati a Bruxelles, stanno bene. Lo strumento di comunicazione che origina questa possibilità è il Safety Check offerto dal social network in conseguenza di eventi analoghi agli attacchi terroristici di Bruxelles (era accaduto, tra l’altro, anche in occasione degli attentati di Parigi e di calamità naturali).

Per quanto riguarda i miei contatti, anche in questa vicenda la comunicazione di Facebook è arrivata dopo che, da quelle stesse persone, avevo già ricevuto conferma della loro incolumità (oggi, tra l’altro, pare che l’attivazione di questo servizio sia avvenuta in ritardo). Ma è vero che, in casi come quelli descritti, la telefonata o l’sms potrebbero non essere disponibili (e l’affidabilità delle reti mobili spesso potrebbe essere piú aleatoria di quella delle reti fisse), così come è vero che con pochi clic un iscritto a Facebook possa dare una comunicazione in modo rapido, con dei limiti che andrebbero superati con altre soluzioni da valutare a livello istituzionale e non privato, come è la natura di Facebook.

Il nocciolo della questione che sto ponendo è proprio in quei limiti: essendo riservato agli iscritti al social network (cosa che vale tanto per chi invia la comunicazione quanto per chi la riceve) è di fatto un servizio chiuso. Ma questo aspetto ne ridimensiona l’utilità sociale solo in parte, dal momento che il Safety Check in pratica raccoglie una delega delle istituzioni, che invitano all’utilizzo dei social network chi si può trovare in difficoltà con altri strumenti di comunicazione.
Un membro di Facebook che si trova a Bruxelles non potrebbe scrivere un aggiornamento del proprio status con un post che dice “Sono a Bruxelles e sto bene”? Certo, ma nel flusso dei vari aggiornamenti un post simile potrebbe sfuggire come molti altri, mentre una notifica diretta ai contatti, inviata consapevolmente, ha un impatto più immediato.

Pertanto è uno strumento di comunicazione tutt’altro che inutile, e questi motivi fanno passare in secondo piano l’aspetto business (pur dovendo mantenere la consapevolezza che è ben presente): certamente Facebook non agisce da missionario, ma nemmeno le compagnie telefoniche lo fanno in simili frangenti. Sono eventualmente Farnesina e Unità di crisi (doverosamente operative) a permettere di essere chiamare gratuitamente per ottenere informazioni (mediate e non immediate).

Sicuramente è una tematica da non affrontare con superficialità, ma da trattare con cognizione di causa.

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2016 in news

 

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Meglio un backup in più (troppi ransomware in circolazione)

Nei giorni scorsi le società di sicurezza informatica hanno rilevato un impressionante aumento di infezioni nel traffico e-mail in circolazione. Secondo Eset, venerdì 11 marzo, il trojan Nemucod ha raggiunto il picco di infezioni del 42%. Si tratta di un malware (un “software malevolo” e malefico, aggiungo io) che si diffonde attraverso messaggi ingannevoli inviati con documenti fasulli (bollette, fatture o altri documenti ufficiali) che invitano ad aprire un allegato o a cliccare un link, che porta ad un programma (un file JavaScript). Una volta aperto, senza che l’utente se ne possa accorgere, il programma scarica e installa sul computer il malware che cripta i file office. I file diventano inaccessibili e, per ripristinarli, viene richiesto il pagamento di un riscatto per la decodifica.

Questo è un esempio di messaggio “infetto”:

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Ci sono vari indizi che permettono di identificarlo come messaggio ingannevole:

  • MITTENTE FASULLO – non raramente, accanto ad un nome apparentemente affidabile e coerente con il tipo messaggio ricevuto, compare un indirizzo che non ha nulla a che vedere con chi dovrebbe aver spedito il messaggio
  • DESTINATARIO – c’è il vostro nome, che è ripetuto nell’oggetto e nel testo del messaggio. E’ stato ricavato dall’indirizzo mail, potrebbe non corrispondere all’intestatario della bolletta
  • CODICE FISCALE – è palesemente errato

Che fare? Non aprire gli allegati, non cliccate sui link. Eliminate il messaggio, anche dal cestino.

Misure di sicurezza preventive: dotarsi di software antispam e antivirus aggiornati con frequenza è sicuramente d’aiuto, ma spesso questi messaggi non vengono identificati, soprattutto se – anziché avere un allegato infetto – basano la propria azione su un link. Quindi, oltre a  prevenire e mantenere gli occhi aperti, ricordate di effettuare frequentemente il backup dei vostri dati, ovviamente su un supporto diverso. Questa è una misura di sicurezza fondamentale, non sottovalutatene l’importanza.

Chi cade in trappola si ritroverà a non poter più accedere ai propri file: se il computer è collegato ad una rete aziendale o domestica, il rischio è di compromettere anche il frutto del lavoro di altre persone. Generalmente, infatti, il malware cripta documenti, fogli elettronici, foto e altre immagini, presenti sull’hard disk del computer e su tutti i supporti di memorizzazione collegati (inclusi drive USB e di rete) mentre non tocca sistema operativo, programmi e applicazioni. Il suo obiettivo è quello di bloccare l’accesso ai file a cui tenete di più, su cui avete lavorato e investito tempo.

Considerazione non trascurabile: questo particolare tipo di malware si chiama ransomware, dal termine inglese ransom che significa riscatto e si lega al concetti di estorsione, che è un reato. Chi pone in essere la minaccia punta ad ottenere un pagamento di denaro (in bitcoin, con transazioni non tracciabili) per finanziare chissà quali attività. E’ comprensibile che, per la disperazione di perdere file realmente importanti, si possa cadere nella tentazione di pagare il riscatto, in seguito al quale ricevere la soluzione per liberare i file bloccati. Tuttavia è bene sapere che non sempre il risultato è garantito: non sono rari i casi in cui la chiave non è stata recapitata alle vittime, così come ad altri è accaduto di recuperare solo una parte dei file criptati. Quindi, in mancanza di un backup valido, se proprio ci si vede costretti a dover recuperare i file dalla cifratura, anziché foraggiare un criminale è consigliabile affidarsi ad esperti in grado di recuperare dati criptati da un ransomware.

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2016 in Buono a sapersi, security

 

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A volte sono favorevole alle proroghe

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Dopo aver provocato la morte di 77 persone nel 2011, Anders Behring Breivik era stato condannato a ventun anni di carcere (in Norvegia l’ergastolo è stato abolito). In questi giorni si terrà un’udienza in seguito alla sua denuncia nei confronti dell’autorità giudiziaria, a suo dire colpevole di trattarlo con condizioni disumane. La sua detenzione, in regime di isolamento, ha luogo in tre celle (una per vivere, una per studiare e una per fare esercizio fisico). Gli è concesso vedere la TV, utilizzare un computer non connesso a Internet e giocare con una Playstation, che però – sempre a suo dire – non è provvista di giochi nuovi.

La legge prevede che la sua condanna possa essere prorogata di cinque anni, per più volte, se non verrà ritenuto pronto per tornare a vivere in società. Mancano ancora sedici anni al completamento della sua pena, ma mi permetto di nutrire qualche dubbio sul suo sereno ritorno in società.

 

 

 
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Pubblicato da su 13 marzo 2016 in news

 

“Novità” su intercettazioni, acqua calda riscaldata

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Ma veramente qualcuno si stupisce che le conversazioni telefoniche di Silvio Berlusconi fossero intercettate nel periodo del suo mandato di presidenza del consiglio? Con tutto il clamore e le informazioni esplose in seguito al Datagate nel 2013 (anno in cui fu reso noto che anche in Italia esistevano centrali di intercettazione)? Con tutte le trascrizioni di conversazioni – sia frivole che istituzionali – pubblicate anche dai rotocalchi?

Ribadisco un concetto che ho già esposto nell’ottobre 2013, quando “improvvisamente” si scoprì che anche l’Italia era coinvolta nel programma di sorveglianza elettronica da parte della NSA:

Il Copasir è il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. La stessa istituzione che, alla notizia che Telecom Italia sarebbe passata in mani spagnole, ha lanciato un allarme di sicurezza nazionale, senza ricordare che da anni le Pubbliche Amministrazioni italiane fruiscono di servizi di telecomunicazioni di compagnie di proprietà non italiane, che quindi per anni hanno veicolato dati personali e sensibili di tutti i cittadini italiani, senza generare alcuna necessità di allarme.

Ora, questa stessa istituzione su cui noi tutti dovremmo poter contare, quattro mesi dopo la diffusione delle notizie sul Datagate, ci svela con solennità che anche l’Italia è stata coinvolta nel programma di sorveglianza elettronica.

Verrebbe da dire che il Copasir sta alla sicurezza nazionale come i curiosi stanno agli incidenti stradali.

A margine di queste considerazioni, una nota ANSA per sorridere un po’:

“L’Italia non ha mai concesso agli Usa di intercettare cittadini italiani”. Così l’ex presidente del Copasir Massimo D’Alema, parlando ad una manifestazione elettorale a Trento. D’Alema sottolinea la necessità di un chiarimento sul ‘Datagate’: “Siamo un Paese sovrano e da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”.

Certo, per dare corso ad un’operazione di spionaggio sarebbe lecito attendersi la richiesta di permesso:

Salve, siamo agenti segreti americani. Vorremmo intercettare telefonate e corrispondenza elettronica di cittadini italiani, possiamo?

No.

Ok, scusateci per la richiesta. Non lo faremo. Arrivederci

D’altro canto,  “da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”. Esattamente come non è possibile evadere il fisco, rubare o uccidere, perché sono azioni che vanno contro la legge, e nessuno le compie (!)

Chi oggi si stupisce ha la memoria corta, oppure ha interesse a rispolverare l’argomento al momento giusto per propria convenienza.

 

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2016 in cellulari & smartphone, mumble mumble (pensieri), News da Internet, pessimismo & fastidio, privacy, security

 

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Un mondo di maschere tecnologiche? Anche no

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Quella che riporto è (Corriere dixit) “la foto di Zuckerberg che fa venire i brividi”, ossia una foto pubblicata via Facebook da Mark Zuckerberg che lo ritrae al Mobile World Congress di Barcellona mentre cammina in mezzo ad una platea di persone immerse in una realtà virtuale mediata da “maschere tecnologiche”:

Accanto a lui una distesa di signori senza sguardo, gli occhi rapiti da una maschera tecnologica, un cavo che sembra uscire dalla testa. Immersi in una realtà altra, ignari che accanto a loro sta passando uno degli uomini più famosi e influenti della Terra.

Fa venire i brividi? In prima battuta sì, per gli scenari che evoca. Ma nello stesso articolo c’è una considerazione che ci riportà alla realtà:

Quell’immagine come allegoria di un futuro che nessuno vuole. Un futuro in cui le incolte moltitudini sono relegate dietro a uno schermo in mondi virtuali. E sorridenti burattinai, gli unici a volto scoperto, si aggirano invisibili tra loro.

Concettualmente non vedo nulla di diverso rispetto al mondo di oggi, in cui chi ha gli occhi aperti cerca di comprendere la realtà che lo circonda, nel tentativo (a volte vano) di evitare di cadere in un mondo mediato dagli interessi di chi veicola informazioni e verità. La maschera tecnologica certamente porta ad un isolamento che potrebbe essere preoccupante. Ma dipende da cosa mostra, e chi ha sufficiente cervello per non farsi assorbire non credo debba porsi troppi problemi.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2016 in news

 

WhatsApp diventa gratuito. Ma tutto ha un prezzo

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WhatsApp elimina la tariffa di rinnovo e diventa gratuito. Cosa significa? Che il prodotto è l’utente:

Naturally, people might wonder how we plan to keep WhatsApp running without subscription fees and if today’s announcement means we’re introducing third-party ads. The answer is no. Starting this year, we will test tools that allow you to use WhatsApp to communicate with businesses and organizations that you want to hear from. That could mean communicating with your bank about whether a recent transaction was fraudulent, or with an airline about a delayed flight. We all get these messages elsewhere today – through text messages and phone calls – so we want to test new tools to make this easier to do on WhatsApp, while still giving you an experience without third-party ads and spam.

In altre parole: monetizzeranno il servizio con modi alternativi al solito banner pubblicitario, promuovendo una maggior interazione con le aziende di cui l’utente sfrutta i servizi, cosa che inevitabilmente porterà le stesse aziende a raccogliere un maggior volume di informazioni sugli utenti. WhatsApp, come gli altri membri della sua famiglia (Facebook e Instagram, tutti di proprietà dell’azienda che fa capo a Mark Zuckerberg) porterà così il proprio contributo alle varie attività di raccolta dati a scopo di profilazione degli utenti. Nulla di nuovo, ma è bene che l’utente ne sia sempre correttamente informato.

PS: però la primissima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto la notizia è che finalmente nessuno potrà più fare il passaparola con fantasiose catene di messaggi sull’aumento della tariffa di WhatsApp, sul nuovo costo settimanale, mensile, ecc. ecc.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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Fine dei Bitcoin?

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Secondo ciò che dice Mike Hearn, l’esperimento Bitcoin è fallito. Forse è solo questione di cambiargli nome, dato che – come si legge su Punto Informatico  – “Hearn, a ben vedere, prima di dichiarare “morto” il progetto Bitcoin è entrato a far parte del consorzio R3 che sta adattando la blockchain dei BTC per l’utilizzo da parte di 42 banche mondiali”.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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Fazio fa uno spot? Boom!

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La scelta di Fabio Fazio – in quanto giornalista pubblicista – di fare da testimonial di TIM in apparente contrasto con la Carta dei doveri del Giornalista non dovrebbe fare notizia, ne’ suscitare particolare clamore: la polemica è plausibile e non si tratta del primo episodio, vista la partecipazione precedente dell’interessato ad altri spot (per un detersivo e per il gioco del lotto) in seguito ai quali non risulta siano stati provvedimenti disciplinari, ma si tratta di una classica vicenda all’italiana in tutti i sensi, a cui si allinea anche il fatto che Fazio abbia informato l’Ordine dei Giornalisti chiedendo “di essere cancellato dall’albo in caso di incompatibilità”, prestando la propria immagine alla campagna TIM prima di ricevere una risposta dall’Ordine e dal Consiglio di Disciplina.

La questione è seria, ma in realtà si ridimensiona molto se si alza lo sguardo e si considera che la polemica è stata sollevata nel contesto di una quantomeno discutibile qualità dell’informazione offerta dalla stampa negli ultimi tempi, dove nel panorama del giornalismo – cartaceo, online, radiofonico e televisivo – non è raro trovare servizi e notizie su commissione, o informazioni distorte perché scritte in modo approssimativo e frettoloso, quando non volutamente subdolo e fazioso, configurand talvolta veri e propri abusi dello strumento di informazione.

Al netto della questione relativa all’opportunità di abolire l’Ordine dei Giornalisti, evidentemente il problema da analizzare è più ampio, perché se è vero che esiste una regola è altrettanto vero che debba essere rispettata e che, in caso di violazione, sia necessario prendere provvedimenti. Leggendo le carte deontologiche (un insieme di normative valido anche dal punto di vista etico a cui chi si occupa di informazione dovrebbe fare riferimento, indipendentemente dall’iscrizione all’OdG), a qualcuno potrebbero venire alla mente altri casi che meriterebbero uguale o maggior attenzione.

Ma se tutti i giornalisti seguissero scrupolosamente quelle carte, vivremmo in un mondo dell’informazione perfetto, in cui sarebbe legittimo lamentarsi di un giornalista che fa pubblicità, o di un non giornalista che fa interviste in TV. Tra l’altro è curioso constatare che, se Fazio abbandonerà l’OdG e continuerà a farne, si porrà professionalmente sullo stesso piano di Barbara D’Urso, criticata proprio perché intervistando svolge attività giornalistica senza essere iscritta all’Ordine.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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