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Problemi di identità (elettronica)

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Nel leggere la notizia dell’arresto in Pakistan di Sharbat Gula (nota al mondo come ragazza dagli occhi verdi, Afghan Girl o Monna Lisa Afghana dopo che il suo ritratto immortalato da Steve McCurry fece il giro del mondo sulla copertina del National Geographic di giugno 1985), per deformazione professionale non posso fare a meno di essere amareggiato per la tipologia del reato che le è stato contestato: presunta falsificazione del CNIC – Computerised National Identity Card, ossia il documento nazionale di identità computerizzato.

Di questa notizia vorrei sottolineare due elementi:

  1. insomma in Pakistan hanno la carta di identità elettronica, introdotta nel 2000
  2. è falsificabile

Il primo elemento ci fa pensare alla carta di identità elettronica italiana, in partenza forse da quest’anno, dopo un bla-bla-bla partito dalla Legge Bassanini del 1997 e alcune fasi sperimentali che hanno coinvolto un numero limitato di cittadini.

In realtà il secondo elemento è meno allarmante, pur sottintendendo un aspetto non trascurabile: stando alla notizia in circolazione, il documento è stato emesso nel 2014 – in seguito a regolare richiesta autografa a nome di Sharbat Bibi – da un funzionario regolarmente autorizzato, ma in violazione delle normative nazionali e annullato già lo scorso anno (la legge nazionale non consente l’emissione del CNIC a cittadini non pakistani).

 
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Pubblicato da su 26 ottobre 2016 in news

 

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Abbiamo la Dichiarazione dei Diritti in Internet. E adesso?

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In Italia si parla da almeno una decina d’anni della necessità di una Carta dei Diritti della Rete. Fra i primi a farsene promotore fu Stefano Rodotà al termine del suo mandato di Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, e ancora oggi – legittimamente – è suo il nome che maggiormente tra i fautori della Dichiarazione dei Diritti in Internet presentata ieri.

L’iter che ha portato a questo provvedimento ebbe inizio nel 2006 con la Dynamic Coalition on Internet Rights and Principles, un’iniziativa italiana varata a livello globale ad Atene in occasione dell’Internet Governance Forum. Prima dell’Italia, però, a dotarsi di una sorta di Costituzione per Internet è arrivato il Brasile, che ha approvato il Marco Civil da Internet ad aprile 2014, dopo un percorso di circa cinque anni e concluso in accelerazione (anche) in seguito a quanto emerso con il Datagate.

L’Italia, a livello istituzionale, si è mossa dopo: la Commissione di studio sui diritti e i doveri relativi ad Internet è stata istituita il 28 luglio 2014 e da lì sono partite audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, nonché una consultazione pubblica durata cinque mesi. La carta italiana è stata presentata esattamente a un anno dall’istituzione della commissione, formata peraltro da professionisti seri e riconosciuti.

E’ nata da una Commissione di studio e, dal punto di vista dell’orientamento da prendere in tema di leggi in materia di Internet, questa carta appare come un buon punto di partenza. Contiene principi sacrosanti e condivisibili da tutti. Ma quando si dovrà legiferare su queste tematiche, il legislatore li rispetterà? E’ tenuto a farlo? Abbiamo una Costituzione che viene definita la più bella del mondo e sovente non viene rispettata, quindi chi può dare garanzia che la nuova Dichiarazione dei Diritti in Internet venga presa in considerazione?

Sarebbe opportuno che tutto questo impegno profuso in una carta si concretizzasse prima nell’obiettivo del migliore utilizzo possibile di Internet da parte di tutti gli utenti: tanto per fare un esempio, non è importante solo l’accessibilità, ma anche l’utilità e la fruibilità di ciò che Internet rende disponibile.

Possiamo avere una Pubblica Amministrazione dotata di tutte le piattaforme tecnologiche che vogliamo, pensare ad una scuola digitale e connessa a reale beneficio dell’attività didattica, puntare ad abbattere l’invadenza della burocrazia. Esistono milioni di applicazioni tecnologiche che possono migliorare la qualità della nostra vita… ma molte di queste soluzioni spesso si rivelano complesse e non alla portata di tutti, perché ciò che va abbattuto è quel digital divide che – lo dico spesso – è anche una questione culturale e non solo di dotazione tecnologica.

Per prima cosa, a tutti deve essere garantito il diritto di poter sfruttare la rete a proprio beneficio e nel rispetto dei diritti di chiunque altro. Per poterli salvaguardare è fondamentale puntare ad attività di alfabetizzazione (imparare ad usare gli strumenti) e alla massima usabilità dei servizi (da realizzare mettendosi dalla parte dell’utente). Ben venga, dunque, una Costituzione per Internet, ma che possa essere davvero utile ed efficace, e che possa davvero costituire un riferimento e una garanzia per tutti, e non solo una carta a livello simbolico.

Precisazione: Questo post parla di Internet nella stessa misura in cui ne parla il documento presentato ieri. Internet è uno strumento, un mezzo, e non un mondo parallelo che richiede una legislazione diversa dal mondo in cui viviamo. Ogni diritto e ogni legge già in vigore deve valere per ogni fattispecie, analogica o digitale che sia. Certo, laddove esistano lacune vanno colmate, ma solo a questo scopo ha senso parlare di necessità di salvaguardare diritti in Internet.

 
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Pubblicato da su 29 luglio 2015 in Internet, istituzioni

 

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“La carta non muore”… ma non dimentichiamo che “il futuro è digitale”

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Il comunicato sindacale pubblicato oggi dall’assemblea dei giornalisti Conde’ Nast su Wired.it non lascia scampo:

  1. La periodicità del cartaceo passerà da dieci numeri l’anno a due, da affidare completamente a service esterni.
  2. Sei dei 12 giornalisti della redazione (il 50%) sono considerati esuberi.
  3. Al momento la redazione confermata sul progetto Wired Italia è, quindi, formata da sei giornalisti (di cui uno part-time).

Esprimo solidarietà ai giornalisti che dovranno lasciare Wired, ma anche – per motivi diversi – a chi resterà (non è facile rimanere in una realtà che ridimensiona le proprie risorse).

Dubbio di altro tenore: chi si è abbonato sottoscrivendo una (o due) annualità riceverà 12 numeri in sei anni (o 24 in dodici anni)?

Note:

“La carta non muore” viene dalle parole di Felice Usai (deputy managing director di Condé Nast Italia, editore di Wired, che due mesi fa, in un’intervista al Corriere della Sera, disse “Il digitale ci salverà, ma la carta non muore”).

“Il futuro è digitale” viene da una più datata affermazione di Nicholas Negroponte, che con Louis Rossetto ha fondato Wired nel 1993. Avevo già avuto modo di ricordarla all’esordio dell’edizione italiana nel 2009.

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2015 in news

 

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Google Wallet Card, la carta di debito

GWallet

Debutta negli Stati Uniti la Google Wallet Card, cioè la declinazione fisica di Google Wallet, il portafoglio elettronico del webcolosso di Mountain View.

Con Google Wallet oggi è già possibile fare acquisti attraverso un’apposita app per smartphone. La Google Wallet Card estende il sistema con una carta di debito prepagata, che potrà essere utilizzata per prelevare contanti agli sportelli ATM, esattamente come una carta bancomat, e pagare gli acquisti nei punti vendita legati al circuito MasterCard.

Quali sono i requisiti per averne una? Oltre a quello territoriale (al momento è disponibile solo negli USA), è necessario avere un account Google

Questa novità serve a Google per conseguire un obiettivo strategico: fare da propulsore al servizio Google Wallet (che ad oggi conta un numero di iscritti sotto le aspettative), per allargarne il mercato ed ampliare le proprie possibilità di profilazione degli utenti, che utilizzando il servizio alimenteranno un ricco database con tutte le informazioni relative alle transazioni effettuate (nome acquirente, nome venditore, oggetto acquistato, valore della spesa), che porterà l’azienda a raffinare ulteriormente la propria mira nelle attività di raccolta pubblicitaria.

 

 
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Pubblicato da su 21 novembre 2013 in news

 

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