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L’uomo che sussurrava all’ufficio brevetti

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Il signor Thomas Ross dalla Florida racconta che nel 1992 realizzò tre disegni tecnici in cui prefigurò design e caratteristiche che quindici anni dopo Apple avrebbe lanciato sui propri dispositivi mobili (iPod, iPhone, iPad). Ross afferma di aver depositato quei disegni a corredo di una domanda di registrazione di brevetto per un dispositivo con display tattile, ideato per comunicare, compilare un’agenda, memorizzare dati, leggere libri e riviste in formato elettronico e visualizzare immagini e video. La validità della domanda è però decaduta dopo il 1995, anno in cui il detentore cessò di pagare le relative tasse. Ora ha tentato di avviare un’azione legale, a suo dire a tutela dei propri diritti, per chiedere ad Apple 10 miliardi di dollari, praticamente una royalty pari all’1,5% di quanto ricavato dall’azienda per la vendita dei propri dispositivi mobili.

Due domande sorgono spontanee:

  1. Perché il signor Ross ha taciuto dal 2007 (anno di lancio dei primi iPhone e iPod touch) al 2014?
  2. E se fosse un patent troll?

 

 

 
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Pubblicato da su 30 giugno 2016 in news

 

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Abbiamo la Dichiarazione dei Diritti in Internet. E adesso?

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In Italia si parla da almeno una decina d’anni della necessità di una Carta dei Diritti della Rete. Fra i primi a farsene promotore fu Stefano Rodotà al termine del suo mandato di Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, e ancora oggi – legittimamente – è suo il nome che maggiormente tra i fautori della Dichiarazione dei Diritti in Internet presentata ieri.

L’iter che ha portato a questo provvedimento ebbe inizio nel 2006 con la Dynamic Coalition on Internet Rights and Principles, un’iniziativa italiana varata a livello globale ad Atene in occasione dell’Internet Governance Forum. Prima dell’Italia, però, a dotarsi di una sorta di Costituzione per Internet è arrivato il Brasile, che ha approvato il Marco Civil da Internet ad aprile 2014, dopo un percorso di circa cinque anni e concluso in accelerazione (anche) in seguito a quanto emerso con il Datagate.

L’Italia, a livello istituzionale, si è mossa dopo: la Commissione di studio sui diritti e i doveri relativi ad Internet è stata istituita il 28 luglio 2014 e da lì sono partite audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, nonché una consultazione pubblica durata cinque mesi. La carta italiana è stata presentata esattamente a un anno dall’istituzione della commissione, formata peraltro da professionisti seri e riconosciuti.

E’ nata da una Commissione di studio e, dal punto di vista dell’orientamento da prendere in tema di leggi in materia di Internet, questa carta appare come un buon punto di partenza. Contiene principi sacrosanti e condivisibili da tutti. Ma quando si dovrà legiferare su queste tematiche, il legislatore li rispetterà? E’ tenuto a farlo? Abbiamo una Costituzione che viene definita la più bella del mondo e sovente non viene rispettata, quindi chi può dare garanzia che la nuova Dichiarazione dei Diritti in Internet venga presa in considerazione?

Sarebbe opportuno che tutto questo impegno profuso in una carta si concretizzasse prima nell’obiettivo del migliore utilizzo possibile di Internet da parte di tutti gli utenti: tanto per fare un esempio, non è importante solo l’accessibilità, ma anche l’utilità e la fruibilità di ciò che Internet rende disponibile.

Possiamo avere una Pubblica Amministrazione dotata di tutte le piattaforme tecnologiche che vogliamo, pensare ad una scuola digitale e connessa a reale beneficio dell’attività didattica, puntare ad abbattere l’invadenza della burocrazia. Esistono milioni di applicazioni tecnologiche che possono migliorare la qualità della nostra vita… ma molte di queste soluzioni spesso si rivelano complesse e non alla portata di tutti, perché ciò che va abbattuto è quel digital divide che – lo dico spesso – è anche una questione culturale e non solo di dotazione tecnologica.

Per prima cosa, a tutti deve essere garantito il diritto di poter sfruttare la rete a proprio beneficio e nel rispetto dei diritti di chiunque altro. Per poterli salvaguardare è fondamentale puntare ad attività di alfabetizzazione (imparare ad usare gli strumenti) e alla massima usabilità dei servizi (da realizzare mettendosi dalla parte dell’utente). Ben venga, dunque, una Costituzione per Internet, ma che possa essere davvero utile ed efficace, e che possa davvero costituire un riferimento e una garanzia per tutti, e non solo una carta a livello simbolico.

Precisazione: Questo post parla di Internet nella stessa misura in cui ne parla il documento presentato ieri. Internet è uno strumento, un mezzo, e non un mondo parallelo che richiede una legislazione diversa dal mondo in cui viviamo. Ogni diritto e ogni legge già in vigore deve valere per ogni fattispecie, analogica o digitale che sia. Certo, laddove esistano lacune vanno colmate, ma solo a questo scopo ha senso parlare di necessità di salvaguardare diritti in Internet.

 
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Pubblicato da su 29 luglio 2015 in Internet, istituzioni

 

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Amazon, un caso di incauta vendita?

logo amazon

Sabato scorso Max butta gli occhi su un’allettante offerta di Amazon.it per la vendita di un Asus ET2012AUKB, All-in-One PC, Monitor LED 20 Pollici, Processore AMD E-Series 1.65 GHz, RAM 4 GB, HDD 500 GB, Digital TV Tuner, WebCam, Windows 8 al mirabolante prezzo di 26,17 euro anzichè 499 euro.

Occasione imperdibile o bidone? La prima ipotesi è molto più verosimile della seconda: è vero che su Internet ogni tanto si prendono delle sòle, ma questo può avvenire quando si fanno acquisti su siti web sconosciuti, di dubbia provenienza e con inesistente reputazione, con venditori in malafede che aprono oggi e chiudono domani. Non è certamente il caso di Amazon.it, costola italiana di un’azienda fondata nel 1994, online dal 1995, quotata al mercato azionario dal 15 maggio 1997 (indice NASDAQ) e oggi a capo di un gruppo che comprende anche Alexa InternetA9.com, e Internet Movie Database (IMDb).

Max inoltra l’ordine e come feedback non ottiene una comunicazione che dice “aspetta, verifichiamo il tuo ordine e poi vediamo se confermarlo”, ma ne riceve la conferma via mail che inizia con la frase “Grazie per il tuo ordine“, proveniente dal classico mittente con indirizzo “conferma-ordine@amazon.it”. Questo tipo di conferma è molto importante per chi fa acquisti online e un pioniere come Amazon lo sa bene: da quel momento in poi al cliente non viene richiesta nessuna conferma ulteriore, ne’ qualsivoglia altra azione, per cui a tutti gli effetti consente al cliente di appurare l’avvenuto perfezionamento del contratto.

Incassate le naturali certezze che derivano dalla ricezione di una conferma d’ordine da parte di un’azienda che vanta le referenze descritte sopra, Max segnala con altruismo questa offerta via Facebook e Twitter, dove viene letta da vari amici e follower (il sottoscritto se n’è accorto con notevole ritardo e se ne rammarica), che si avvantaggiano della medesima offerta. Peccato che poi Max – seguito dagli altri amici e follower – il giorno dopo si veda recapitare una mail che spiega:

Il prezzo dell’articolo indicato sul sito era erroneo, pertanto, non abbiamo potuto dare corso alla tua richiesta.  Se volessi riacquistare l’articolo al prezzo corrente, ti invitiamo a effettuare nuovamente l’ordine sul nostro sito. Siamo spiacenti per l’inconveniente e i disagi arrecati.”

Ordini cancellati e offerta aggiornata con prezzo a 646 euro (il listino dichiarato fino al giorno prima diceva 499 euro).

Un momento… ordini cancellati? Sembra uno scherzo, ma non lo è. Le condizioni di vendita di Amazon.it, al punto 3, effettivamente prevedono quanto segue:

Qualora, a causa di disguidi o altri inconvenienti, il prezzo indicato nel sito dovesse risultare inferiore al prezzo corretto di vendita di un prodotto, ti contatteremo per verificare se desideri egualmente acquistare il prodotto al prezzo corretto. Altrimenti il tuo ordine non potrà essere accettato.

Tenendo presente che c’è stata una conferma (quel “Grazie per il tuo ordine”, non dimentichiamocene), è necessario considerare che quella condizione è fuori legge, almeno in Italia: quando si acquista un articolo ad un certo prezzo esposto, l’acquirente ha il diritto – riconosciuto dalla legge italiana – di acquistarlo a quel prezzo, anche se il venditore dichiara che tale prezzo è errato. In un paio di occasioni è capitato anche a me di far valere questo diritto: si trattava di due acquisti differenti, effettuati in un punto vendita e presso un supermercato, e in entrambi gli episodi il responsabile – intervenuto su mia richiesta – non ha avuto nulla da eccepire e ha accordato l’acquisto al prezzo esposto.

Vale la pena di far valere questo diritto? A mio parere la risposta è assolutamente sì perché – come detto sopra – l’ordine è stato confermato. Accettarne supinamente la cancellazione potrebbe costituire un precedente pericoloso per altri utenti, così come per le aziende che svolgono attività di e-commerce: lo sarebbe per gli utenti  perché renderebbe precaria la tutela dei loro diritti per gli acquisti effettuati via Internet, ma lo sarebbe anche per le aziende, perché episodi come questo potrebbero generare una legittima diffidenza da parte dei consumatori, che da qui in poi potrebbero disertare i negozi online nel timore di incappare in simili inconvenienti.

Non mi sembra rilevante che Amazon abbia sede legale o fiscale all’estero (dove in casi come questo la legislazione potrebbe essere meno favorevole al consumatore), perché l’acquisto è stato effettuato in Italia. Pertanto vale quanto stabilito al punto 14 delle Condizioni generali d’uso e al punto 7 delle Condizioni generali di vendita (entrambe pubblicate in un’apposita pagina del sito di Amazon), che nonostante un’apparenza sfavorevole lasciano aperto più di uno spiraglio (ho applicato il grassetto ad alcuni punti che ritengo significativi):

LEGGE APPLICABILE E FORO COMPETENTE
Le presenti Condizioni Generali d’Uso sono regolate e devono essere interpretate ai sensi delle leggi del Gran Ducato del Lussemburgo ed è espressamente esclusa l’applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Contratti di Vendita Internazionale di Merci. Accetti, ed accettiamo a nostra volta, di sottostare alla giurisdizione non esclusiva dei Tribunali del distretto della Città di Lussemburgo. In qualità di consumatore potrai così agire davanti ai Tribunali del distretto della Città di Lussemburgo o dello Stato membro dell’Unione Europea in cui sei residente o domiciliato per promuovere una controversia in relazione alle presenti Condizioni Generali di Vendita.

Seguiamo il caso, potrebbe avere risvolti interessanti.

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2013 in Internet

 

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Nazioni Unite, una risoluzione per la tutela dei diritti fondamentali su Internet

Da Punto InformaticoLe Nazioni Unite e i diritti umani connessi

Adottata la prima risoluzione per la tutela delle libertà fondamentali su Internet. Che dovranno essere protette come accade nel mondo offline. Parere contrario da parte dei governi di India, Russia e Cina

Roma – “È la prima risoluzione adottata dalle Nazioni Unite per confermare che i diritti umani nell’ambito di Internet devono essere tutelati con lo stesso impegno che c’è nel mondo fisico”. Parola dell’ambasciatrice statunitense Eileen Chamberlain Donahoe, recentemente intervenuta a Ginevra per illustrare alla stampa i principali dettagli della prima risoluzione sulle libertà digitali.

Una chiamata urgente per tutti gli stati membri, che dovranno proteggere i nuovi diritti legati all’ecosistema Internet, con il medesimo sforzo che viene profuso per la tutela delle libertà fondamentali dei cittadini nel mondo offline. Con il benestare di 85 organizzazioni internazionali, di cui 30 in rappresentanza dell’intero Consiglio per i Diritti Umani all’interno delle Nazioni Unite.

“Il libero flusso dell’informazione è continuamente minacciato da molti paesi del mondo – ha spiegato a caldo il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton – Assistiamo ad una crescita allarmante nel numero di episodi legati alla censura governativa o alla persecuzione di cittadini per quello che fanno sul web. A volte per un semplice messaggio o cinguettio su Twitter”.

Soddisfatto l’ambasciatore tunisino Moncef Baati, che ha ricordato il ruolo fondamentale ricoperto dai social network nella rivolta popolare contro il leader Zine El Abidine Ben Ali. Tra gli altri paesi favorevoli alla risoluzione, Stati Uniti, Turchia e Brasile. Voto contrario da parte dei governi di Cina, Russia e India.

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2012 in news, News da Internet

 

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Il parlamento europeo boccia ACTA

Il Parlamento Europeo ha bocciato l’ACTA, che ha incassato 478 voti contrari, 39 favorevoli e 165 astenuti. Si tratta del discusso Anti Counterfeiting Trade Agreement, ossia il trattato sull’anticontraffazione negoziato tra USA, Canada, Australia, Giappone, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud, Svizzera e Unione Europea sull’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale.

L’ACTA, tra i suoi principi fondamentali, prevede che i provider siano tenuti a trasmettere ai titolari di diritti di proprietà individuale i nominativi degli utenti ritenuti colpevoli di aver violato tali diritti, senza l’intervento dell’Autorità giudiziaria. Per l’ambiguità e l’incertezza generata dai termini utilizzati nel provvedimento, anche il Garante europeo per la privacy si era espresso negativamente: a suo dire, il documento violerebbe in più parti alcuni diritti fondamentali degli utenti.

La bocciatura rappresenta una vittoria per chi – come La Quadrature Du Net – ha sempre visto in questo trattato un pericolo per la democrazia e un vincolo al libero accesso alla Rete. Fra chi invece vede negativamente la decisione del Parlamento Europeo, Enzo Mazza, presidente di FIMI, che ha dichiarato: “Il paradosso del voto su ACTA è che tutte le previsioni normative incluse nell’accordo bocciato oggi, sono già state recepite dall’ordinamento italiano nel 2006, con il decreto di attuazione della direttiva 2004/48/CE in materia di tutela dei diritti di proprietà intellettuale. È la dimostrazione dell’isteria collettiva di una politica che corre dietro alle istanze populistiche del web, senza ricordarsi nemmeno di ciò che ha votato qualche anno fa e che i giudici applicano quotidianamente”.

 
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Pubblicato da su 4 luglio 2012 in Internet

 

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Diritto di attribuzione, questo sconosciuto

Venerdì mattina, “sull’onda dei buoni risultati dell’Italia calcistica e di quella politica”, Emanuele Dal Carlo ha realizzato una vignetta su Mario Monti e Mario Balotelli (in due versioni) e l’ha pubblicata su Facebook “per far fare due sghignazzate agli amici”. Ne è seguito un passaparola social che ha propagato la vignetta al punto tale da raggiungere stampa e TV. Tra i molti che hanno pensato di utilizzarla c’è ad esempio un quotidiano – il Corriere dello Sport – che l’ha sbattuta in prima pagina con una didascalia che, omettendo ogni riferimento all’autore, parla di un curioso fotomontaggio che si trova sul web:

Massimo Mantellini cita questo episodio come “l’esempio più eclatante di un malcostume molto italiano e scarsamente scalfito dagli anni, quello di considerare la rete come un grande serbatoio anonimo nel quale servirsi liberamente”, sottolineando ancora una volta la notevole distanza di certi editori tradizionalisti e conservatori dalle logiche della Rete. Emanuele Di Carlo rilancia con una proposta:

Su Twitter e Facebook molti amici vecchi e nuovi hanno perorato la causa del riconoscimento della paternità e alcuni mi hanno anche consigliato di rivolgermi ai suddetti media o addirittura ad avvocati .

Io ringrazio tutti dell’attenzione e convengo che ove possibile, soprattutto se si lucra, si dovrebbe sempre citare quantomeno la fonte, questa cosa però io l’ho fatta in primis per divertirmi e non mi sentirei a mio agio a lucrare a mia volta ( pur avendone forse tutto il diritto). Se però qualcuno ritiene che questa idea, che ha avuto una inaspettata fortuna, possa essere in qualche modo monetizzata mi piacerebbe che accadesse a tutto vantaggio di qualche iniziativa benefica a cui sono più che disponibile a cedere i diritti di sfruttamento e fare tutte le rivendicazioni del caso.

Se a qualcuno gli si accende qualche lampadina si metta pure in contatto diretto con me:
emanuele.dalcarlo@gmail.com 

Nel frattempo speriamo porti fortuna ai due Mario nazionali perchè entrambi ci portino sul tetto d’Europa.

Per l’auspicio finale, sul fronte calcistico si sa com’è andata, su quello economico si vedrà. Per quanto riguarda invece la possibile monetizzazione di questo abuso, credo si debba passare prima da una trattativa e poi da un’eventuale azione legale, volendo portare in fondo la questione in caso di sottovalutazione o disinteresse da parte di chi ha pubblicato a sbafo. Senza voler approfondire la questione nei minimi dettagli (tra cui qualcuno potrebbe aggiungere diritti di autore legati alle immagini originali utilizzate per il fotomontaggio), ritengo comunque doveroso che, in generale, gli editori muovano il primo passo, iniziando quanto prima ad applicare almeno il diritto di attribuzione.

In caso contrario, prima o poi sarà lecito aspettarsi che gli autori di contenuti originali – saccheggiati impunemente da stampa e TV – inizino ad organizzarsi sul fronte legale per la tutela dei propri diritti. Forse da soli non lo farebbero,perché scoraggiati dalle possibilità di difesa legale che un editore può esprimere, ma potrebbero pensare ad allearsi o coalizzarsi con altri autori…

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2012 in Internet, media

 

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Anche Google lancia l’operazione trasparenza

Google riceve una marea di istanze con cui titolari di copyright o istituzioni governative chiedono la rimozione di determinati contenuti. Nel Google Transparency Report, l’azienda di Mountain View pubblica ora un resoconto – con periodicità semestrale – di tutte queste richieste. Contiene molti numeri interessanti e c’è anche una mappa delle richieste ricevute dai governi.

 
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Pubblicato da su 28 Mag 2012 in Internet

 

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