Proseguono le spese pazze, in questo caso da parte di Google, che conferma di aver acquistato la startup WIMM Labs. In realtà l’operazione risale all’anno scorso, ma Google non aveva mai diffuso la notizia, probabilmente per guadagnare tempo e giocare sull’effetto sorpresa senza ispirare altri concorrenti: WIMM Labs, infatti, ha sviluppato uno smartwatch – ossia un orologio, in questo caso da polso – dotato di sistema operativo Android. Da parte di Google, quindi, è lecito attendersi novità in questo settore emergente.
Microsoft acquista Nokia
Microsoft ha messo le mani su Nokia: l’annuncio ufficiale è di poche ore fa e formalizza una partnership destinata ad evolversi in questi termini.
In realtà il colosso americano non rileva tutta l’azienda finlandese, ma ciò per cui è conosciuta al grande pubblico con il suo marchio, cioè tutte le attività legate al settore della telefonia mobile, con licenze e brevetti, acquisendo – al momento per quattro anni – i diritti di utilizzo dei servizi di mappe e navigazione Cloud HERE. Rimarranno sotto il cappello Nokia il team di ricerca e sviluppo Advanced Technologies, la divisione Solutions and Networks (già “Nokia Siemens Networks”) e la titolarità dei servizi di mappe e navigazione Cloud HERE (in cui rientrano le attività di Navteq, noto produttore di mappe e sistemi informativi geografici utilizzati da molti navigatori satellitari).
Il valore dell’operazione di acquisto da parte di Microsoft è di 7,2 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro), una cifra decisamente inferiore ai 19 miliardi sparati un paio di anni fa da alcuni rumors che preannunciavano le intenzioni di acquisto su Nokia.
E’ verosimile ipotizzare che il brand Nokia sparisca gradualmente dal mercato della telefonia mobile, a favore del logo Microsoft, che potrebbe essere affiancato al nome della gamma di prodotti (Lumia e Asha). I mercati cambiano velocemente: fino a pochi anni fa Nokia era leader nel mondo dei telefoni cellulari, esattamente come, tempo addietro, lo fu Motorola. Le difficoltà sono iniziate con le evoluzioni del settore: da qualche anno, il cellulare non è più semplicemente un apparecchio telefonico, ma è un computer tascabile pieno zeppo di funzioni e accessori.
Da quando sul mercato sono arrivati gli smartphone, essere produttori di ottimi telefonini non è più stato sufficiente. I cellulari di Motorola sono stati acquistata da Google, quelli di Nokia da Microsoft. I colossi del software si aggiudicano l’hardware.
È una convergenza di business e di interessi. Come quella di Apple, che progetta in casa sia l’hardware che il software.
A qualcuno interessa BlackBerry? Anche loro sono sul mercato.
Post scriptum: altre novità potrebbero arrivare in Microsoft molto presto, considerando che Steve Ballmer è in procinto di abbandonare la sua poltrona di CEO, e che Stephen Elop sta facendo lo stesso passo, uscendo da Nokia per entrare in Microsoft come vice presidente esecutivo della divisione Devices & Services.
Trasformare un rifiuto in un successo
Stephen Colbert si era aggiudicato una prestigiosa intervista con i Daft Punk (che in TV non vanno quasi mai) all’interno di The Colbert Report, il “TG” satirico che Colbert conduce su Comedy Central (emittente del gruppo Viacom). L’intervista era prevista per martedì, ma lunedì scorso è stata annullata perché MTV (anch’essa di Viacom) aveva già concordato un’esibizione esclusiva del duo francese (interverranno a sorpresa agli MTV Video Music Awards il 25 agosto).
Colbert si è vendicato di questo scippo: ha raccontato al pubblico tutto quanto, a modo suo (spiegando che MTV farà comparire i Daft Punk a sorpresa e chiedendo a tutti “di non dirlo a nessuno”) e ha mandato in onda un video dove balla Get Lucky insieme ad una serie di inattesi superospiti, trasformando una batosta in un colpo pubblicitario.
Vuoi pagare? Mettici la faccia
Fare acquisti, osservare la cassa automatica e allontanarsi, avendo già pagato. Fine dei contanti, dei bancomat, delle carte di credito. Pagare solamente mettendoci la faccia: è l’idea alla base del progetto dell’azienda finlandese Uniqul.
Il sistema di pagamento si basa su una sofisticata applicazione di riconoscimento facciale: una fotocamera scatta un ritratto del cliente che si presenta alla cassa con i propri acquisti, il terminale confronta il ritratto con il database degli account e, una volta riconosciuto l’acquirente, lo abbinerà alla lista dei prodotti acquistati, chiedendo un “OK” per conferma.
Uniqul assicura che la transazione avviene in meno di cinque secondi e che – oltre alla foto- l’applicazione crea un modello matematico del volto, a prova di riproduzioni fotografiche in grandezza reale e di fratelli gemelli.
Amazon Post
“Il dovere del giornale resterà quello di rispettare i suoi lettori, e non gli interessi privati dei suoi proprietari. Noi continueremo a seguire la verità ovunque porti, e lavoreremo sodo per non commettere errori. Quando accadrà, ce ne assumeremo totalmente la responsabilità”
E’ quanto scrive Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon, in una lettera ai collaboratori del Washington Post, il prestigioso quotidiano che ha appena acquistato per 250 milioni di dollari. L’operazione si aggiunge all’acquisizione di Business Insider dello scorso aprile ed è stata condotta da Bezos a titolo personale, ossia non attraverso Amazon. Nella sua inedita veste di editore, il nuovo proprietario ha manifestato l’intenzione di mantenere vertici e organico attuali, ma questo non preclude evoluzioni importanti, che riguarderanno il Washington Post come il mondo dell’editoria:
“Internet sta trasformando praticamente ogni settore nel business dell’informazione, abbreviandone i tempi, erodendone fonti di reddito a lungo affidabili, e consentendo nuove forme di concorrenza, alcune delle quali riducono o abbattono i costi di raccolta delle informazioni. Non c’è una mappa con le strade da seguire, e tracciare un nuovo percorso non sarà facile. Avremo bisogno di inventare, che significa che avremo bisogno di sperimentare”.
Che, a sua volta, significa grandi novità all’orizzonte.
Stretta su web?
Infine, il capitolo sicurezza, con il potenziamento della legge Mancino. In particolare, la stretta dovrebbe riguardare l’uso di Internet per la propagazione virale di odio razziale e istigazione alle discriminazioni.
Questa frase conclude un articolo pubblicato oggi su La Stampa anticipando il piano anti razzismo che verrà presentato oggi dal Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge, che promuove un’iniziativa che merita il massimo appoggio, ma che sarebbe opportuno non avesse conseguenze superflue. Il titolo dell’articolo recita: Stretta su web e caporalato – E nel piano Kyenge anche scuole d’italiano per migranti
Mi spiego meglio: non capisco perché molte persone siano convinte che l’applicazione delle leggi già esistenti non riguardi Internet. Prendiamo ad esempio proprio la Legge Mancino, senza entrare nel merito dei dibattiti legati alla sua possibile incostituzionalità e osservandone solo l’ambito di applicazione, dato che si parla addirittura di un suo possibile potenziamento. All’articolo 1 si legge che
[...] è punito:
a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorita' o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motiv razziali, etnici, nazionali o religiosi;
“In qualsiasi modo”. E’ reato farlo con scritte sui muri, urlandolo per strada o in una trasmissione televisiva, pubblicandolo su un giornale o su un sito web.
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. E' vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incita ento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attivita', e' punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per cio' solo, con la reclusione da uno a sei anni chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni
L’ articolo 4 punisce e sanziona
chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni
Internet non è un mondo irreale e chi ne fa uso per la propagazione virale di odio razziale e istigazione alle discriminazioni è soggetto alle leggi e alle sanzioni previste per chi lo fa “in qualsiasi modo”. Rintracciare su Internet una persona che pubblica boiate – anche in modo anonimo – è molto più facile che scovare chi scrive sui muri.
Chromecast hai detto?
Secondo me, questa chiavetta per lo streaming chiamata Chromecast e venduta a 35 dollari potrebbe anche spaccare. Almeno, dove c’è banda abbastanza larga.
Quindi non da noi.
Decreto Fare e Disfare
Non siamo abituati a cotanto dinamismo legislativo in merito a tematiche tecnologiche: la settimana è iniziata con un certo fermento, generato dai pessimi emendamenti all’articolo 10 del Decreto Fare (che configuravano una liberalizzazione piena di lacune e perplessità), che nelle scorse ore sono stati sbianchettati da un intervento di Francesco Boccia, presidente della V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera dei Deputati, che ha presentato un nuovo emendamento:
L’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite rete WIFI non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori. Quando l’offerta di accesso non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio, non trovano applicazione l’articolo 25 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1° gennaio 2003, n.259 e successive modificazioni, e l’articolo 7 del decreto-legge 27 luglio2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, e successive modificazioni.
La rubrica, modificata di conseguenza, chiarisce che questo articolo del decreto riguarda la Liberalizzazione dell’accesso ad internet tramite tecnologia WIFI e dell’allacciamento dei terminali di comunicazione alle interfacce della rete pubblica.
La nuova versione ha eliminato ogni vincolo e mette sullo stesso piano, a quanto pare, chiunque offra un servizio di connettività WiFI: manca infatti la distinzione tra operatori di telecomunicazioni che offrono tale servizio come attività principale e gli altri soggetti, quelli per cui è un servizio accessorio (bar, ristoranti, alberghi…). Rimosso anche ogni obbligo sull’identificazione degli utenti e sulla registrazione delle sessioni di navigazione, aspetto che però non costituisce una liberalizzazione e che potrebbe tra l’altro essere contestato, in virtù dell’esistenza di una Direttiva Europea – la Direttiva 2006/24/CE sulla conservazione di dati generati o trattati nell’ambito della fornitura di servizi dicomunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione – che definisce i dati da ottenere e conservare “a fini di indagine, accertamento e perseguimento di reati gravi“.
Perplessità a parte, nel Decreto è stato trovato spazio per altre due novità, una cattiva e una buona: la cattiva è la decurtazione degli stanziamenti previsti per l’abbattimento del digital divide che da 150 milioni di euro passeranno a 130, poiché 20 milioni saranno girati alle TV locali (magari qualche broadcaster illuminato volesse destinarli a trasmissioni divulgative su temi legati al digitale!); la buona è l’eliminazione dell’assurdo obbligo di far installare apparati di rete ad installatori professionali. Al momento, insieme al fatto che gli esercenti non saranno più assoggettati alle autorizzazioni generali previste dal Garante per la Privacy, forse è questo l’obiettivo di liberalizzazione raggiunto.
Il confine con la banalità è labile
Bello (quanto una tavanata galattica) questo servizio del TG1 intitolato La nuova ossessione (nel video inizia al minuto 30:30) . Si parla del fatto che “sono sempre di più gli italiani che non rinunciano ad internet neanche in riva al mare” e ad un certo punto – dopo aver visto gente in spiaggia con smartphone, tablet e notebook – la giornalista si affretta a dire con tono ansiogeno:
La vacanza che corre sul web, gli amici sono quelli rimasti in città, sms continui, suonerie che irrompono nella tranquillità di una mattinata al mare. Il confine con la maleducazione è labile, ma l’ansia da connessione è tale che, ci spiegano, anche la scelta del lido passa dalla potenza della rete WiFi.
Un momento: gli SMS continui e le suonerie che irrompono nella tranquillità ci sono dagli anni ’90, da quando i telefonini hanno cominciato a diffondersi e i supercafoni hanno cominciato ad ostentarli senza rispetto per la quiete altrui. Che non ha nulla a che fare con il fatto di volersi connettere ad Internet sempre e comunque (per scelta o per dipendenza, anche se quest’ultima effettivamente può portare l’utente ad alienarsi).
P.S. Lulgio (anziché Luglio) lo trovate scritto sul sito web del TG1






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