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L’attacco al congresso ricostruito grazie a Parler

Parler è ancora in cerca di hosting, ma prima che finisse offline ad opera di Amazon, qualcuno ha fatto in tempo a raccogliere i video girati il 6 gennaio in occasione dell’attacco a Capitol Hill e pubblicati sulla piattaforma. Con questo materiale, un programmatore ha composto un archivio di circa 80 Terabyte e lo ha messo a disposizione delle forze dell’ordine. ProPublica ne ha pubblicati 500 in ordine cronologico, per tentare una ricostruzione, seppur parziale, di ciò che è accaduto quel giorno.

Nonostante il materiale sia molto, la videocronaca non è “Tutto l’attacco minuto per minuto”, ma è in grado di raccontare – dal punto di vista di chi era presente – un evento senza precedenti, che è e sarà ancora per molto tempo oggetto di analisi. Non è affatto escluso – anzi, è verosimile – che questo materiale finisca in una produzione cinematografica (film, docufilm, documentario…) proprio perché può offrire un enorme contributo a delineare gli eventi di quel giorno.

I video non sono certo l’ultima parola sull’argomento, ma nel loro complesso ci aiutano a rispondere a due domande chiave sull’assalto: chi erano e quali erano le loro motivazioni? Tra un decennio, gli storici continueranno a scrivere tesi di dottorato su queste domande, così come hanno fatto sulla folla che ha preso d’assalto la Bastiglia il 14 luglio 1789 o sulla folla nel putsch della birreria di Adolf Hitler. Ma questi video di Parler ci comprendere in modo più approfondito e ci fanno vedere oltre quel numero relativamente piccolo di persone che sono state accusate di reati.

Sullo sfondo c’è comunque da considerare che eventi simili, caratterizzati dalla partecipazione di un numero relativamente elevato di persone, saranno sempre più facilmente documentabili e analizzabili per via della prassi di girare filmati con lo smartphone, per la condivisione sui social network. E questo indipendentemente dall’eventualità che la piattaforma venga sospesa (come avvenuto per Parler): con sempre maggiore frequenza è possibile constatare che la memoria social sopravvive alla pubblicazione stessa e va oltre al testo, all’immagine o al filmato che viene tempestivamente cancellato. Ed è sempre più difficile farla franca per chi cerca di eliminare le prove di ciò che ha pubblicato e di cui poi, per vari motivi, si è pentito: l’esercito dello screenshot è sempre in agguato e pronto a colpire.

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2021 in news

 

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Vietato Parler?

Il ban di Donald Trump dai social network non è inopportuno per i suoi presupposti, ma deve esistere la sicurezza che simili sanzioni vengano inquadrate in un contesto regolamentato, non lasciate all’arbitrio e alla responsabilità di un soggetto privato, bensì fatte partire da un provvedimento – meglio se di una Authority – fondato su norme oggettive e valide per tutti. Altrimenti tanto vale riconoscere ad aziende come Facebook e Twitter, nell’ambito delle rispettive piattaforme, il ruolo di pubblico ufficiale, e questo vale anche per Apple, Google e Amazon per aver neutralizzato Parler, piattaforma senza particolare moderazione (in tutti i sensi), molto utilizzata da utenti appartenenti alla destra americana, anche – stando alla stampa americana – per organizzare l’attacco al Congresso del 6 gennaio.

I social network sono aziende private e pertanto per ognuna di esse potrebbe valere un principio di sovranità che conferirebbe loro l’autonomia di decidere come agire sui contenuti pubblicati degli utenti, o addirittura sugli account degli utenti stessi, al di à degli standard della comunità che già quotidianamente costituiscono un punto di riferimento per ciò che è consentito e ciò che non lo è. Tuttavia è da considerare con attenzione un aspetto non banale: il servizio offerto non è a circuito chiuso, ma è disponibile ad un pubblico molto vasto, dato il considerevole numero di iscritti (per non parlare del fatto che i contenuti condivisi come “pubblici” possono essere accessibili anche ai non iscritti) e la responsabilità di quanto pubblicato rimane dell’autore, dal momento che un social non è una testata giornalistica. Per questo si sta discutendo di questi provvedimenti in rapporto al principio della libertà di espressione.

Per quanto riguarda Facebook in particolare, suggerisco un interessante confronto (in modo aperto, critico e non superficiale) tra quanto fatto finora e il discorso che Mark Zuckerberg ha formulato alla Georgetown University sullo stesso argomento: Zuckerberg: Standing For Voice and Free Expression. Ripeto quanto scritto nell’introduzione di questo post: simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.

Lo stesso discorso vale per quanto accaduto al social Parler, la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google. Non solo: la piattaforma – accessibile da browser – è stata posta offline da Amazon, che la ospita sui propri server. Anche per questa facoltà di neutralizzazione serve una regolamentazione.

Riguardo a Facebook, sono convinto che le azioni di questi giorni non siano una retromarcia sulle proprie convinzioni sulla libertà di espressione, bensì una sorta di captatio benevolentiae nei confronti della nuova amministrazione americana, a cui strizza l’occhio dopo le accuse di monopolio e concorrenza sleale che hanno spinto alcune istituzioni a chiederne lo spacchettamento.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2021 in news

 

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Attacco al Congresso, colpa della Rete? Ma basta!

Siamo nel 2021 e c’è ancora molta – troppa – confusione sul rapporto tra eventi e Internet, perché ancora oggi non tutti sono in grado di rendersi conto che non esiste correlazione tra fatti e strumenti senza intervento umano e c’è sempre chi individua nella rete la causa, in un’analisi superficiale del rapporto causa-effetto che ha caratterizzato quanto avvenuto a Washington il 6 gennaio.

E’ fuori discussione che Internet – con i social network, che ne sono un sottoinsieme – sia uno strumento di comunicazione formidabile e che questo sia evidente in contesti di campagna elettorale. Per ogni strumento esistono stili e linguaggi per comunicare: siamo passati da giornali, radio e tv prima di arrivare alla rete e ai social, e lo stile comunicativo ad ogni passaggio si è semplificato e velocizzato. Ma si tratta pur sempre di strumenti di comunicazione che l’uomo ha adottato e utilizzato.

L’assalto e gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine da dove sono nati? Dai social, sono stati pensati e fomentati dalla rete? Riflettendoci anche solo per un istante, si tratta di una conclusione superficiale e fuori strada: è come assistere a una protesta partecipata da una moltitudine di persone guidate da un capopopolo che parla con un megafono, e prendersela col megafono e con chi lo ha prodotto, per averlo reso così squillante.

I social network dovrebbero fermare prima la trasmissione di questi messaggi, per non rendersene veicolo? Questo aspetto non è affatto banale e va analizzato con attenzione, perché al momento non esiste una risposta assolutamente centrata: Facebook o Twitter, per nominare le realtà che hanno preso provvedimenti in seguito alla pubblicazione di alcuni messaggi da parte di Donald Trump, sono aziende private e non sono testate giornalistiche (che pure si appoggiano a Internet e ai social per sfruttarli come cassa di risonanza), non hanno un editore o un direttore responsabile dei contenuti pubblicati.

Dal momento che ogni utente è responsabile in proprio di ciò che pubblica (principio riconosciuto dalla legge), sicuramente le piattaforme non possono assumere un ruolo censorio, tuttavia non deve essere loro preclusa la possibilità di intervenire per evitare la diffusione di notizie false e campagne di odio e istigazione alla violenza. Il rischio che si corre parte proprio dalla natura privata di queste piattaforme e dalla loro possibilità di vietarne l’utilizzo ad un utente, unilateralmente.

Attenzione alle parole di Mark Zuckerberg: “Riteniamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere”. Ma anche Twitter è drastica: “Dopo aver rivisto i recenti tweet da @realDonaldTrump, abbiamo deciso di sospendere permanentemente l’account per il rischio di ulteriore incitamento alla violenza”.

La situazione è eccezionale perché il blocco riguarda il presidente degli Stati Uniti (un utente che gode di visibilità mondiale con enormi capacità di influenzare chi lo segue) per l’utilizzo che ha fatto finora dei social network , ma situazioni di questo tipo potrebbero verificarsi nuovamente anche su fronti diversi e, se non regolamentate, potrebbero essere affidate al libero arbitrio di chi gestisce lo strumento.

Sullo sfondo è evidente la crisi dell’autorevolezza delle istituzioni e il rispetto nei loro confronti degenera ulteriormente quando l’utente abusa delle possibilità comunicative che i social network gli offrono, dimenticando che quanto scrive non è una chiacchierata fra quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Manca una preparazione culturale finalizzata ad un utilizzo virtuoso delle nuove tecnologie, di Internet e i social network, una preparazione che dovrebbe far parte dei programmi scolastici. L’ideale sarebbe che venisse impartita in un contesto educativo strutturato, per ridurre o abbattere il rischio che ci si trasformi prima in leoni da tastiera e poi in fomentatori di rivolte, approfittando di soggetti più vulnerabili o culturalmente deboli per spingerli ad azioni violente come quella di due giorni fa.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2021 in news

 

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USA 2020, Trump ha “non vinto” (cit.)

A commento del risultato elettorale delle presidenziali USA, richiamo l’immagine di una cosuccia decisamente poco rispettosa che Borat fece nel suo primo viaggio negli States. E chissà che il frutto di quell’episodio non sia stato metaforicamente “concime” per le radici della sconfitta (o non vittoria) di Donald Trump e della vittoria (o non sconfitta) di Joe Biden, dal momento che il sequel Borat – seguito di film cinema, oltre a citare quell’episodio, non ha certo avuto mano leggera quando si è occupato del presidente americano e dei suoi collaboratori, Rudolph Giuliani in primis.

Impossibile non constatare la mancanza di una scelta netta da parte dell’elettorato che, pur desideroso di esprimersi (vista l’affluenza), non è stato capace di schiodarsi da una condizione di evidente indecisione, dimostrata anche da un fatto innegabile: dall’election day all’esito “matematico” sono trascorsi ben quattro giorni.

In tutto questo comunque manca uno slogan “rappresentativo”: per parafrasare quello utilizzato nel 2016 e volgendo lo sguardo a Biden, potremmo dire… Make America Grey Again.

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2020 in news

 

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Tutti gli smartphone del Presidente (interessano a Cina e Russia)

Cina e Russia intercettano le telefonate personali del presidente Donald Trump: lo riferisce il New York Times citando fonti coperte da anonimato, ma vicine all’attuale POTUS (the President Of The United States) in quanto suoi collaboratori, attuali e non solo. Le finalità, secondo queste fonti, sarebbero diverse e parallele: mentre l’intercettazione della Russia rientrerebbe nell’attività di intelligence mirata alla sicurezza nazionale, la Cina porrebbe attenzione agli argomenti a cui Trump è interessato per mantenere viva una guerra commerciale con gli Stati Uniti, con la complicità di uomini d’affari cinesi in contatto con il presidente americano e alcune persone di sua fiducia.

Secondo le rivelazioni, Trump ha due iPhone “ufficiali”, che la NSA (National Security Agency) ha opportunamente modificato per limitarne la vulnerabilità, uno per l’account Twitter e uno per le telefonate. Ma dispone anche di un terzo iPhone assolutamente standard, che utilizza perché gli permette di memorizzare i contatti (opzione eliminata sugli altri due apparecchi). Non sarebbe stato necessario fare alcuna attività di hacking sugli smartphone: le intercettazioni riguardano comunque le conversazioni telefoniche che viaggiano sulle reti telefoniche fisse e mobili attraverso infrastrutture con apparati, antenne, cavi.

Altri tempi, in confronto al suo predecessore Barack Obama, che non si era sottratto ai vincoli della sicurezza: con il suo smartphone non poteva telefonare (il microfono era disattivato, così come la fotocamera), riceveva mail solo da un indirizzo riservato e non poteva gestire sms. Per chiamare utilizzava il cellulare di un assistente.

Ma la scarsa dimistichezza dell’attuale presidente per la tecnologia ha un risvolto positivo: l’utilizza della posta elettronica da parte di Trump è pressoché nullo, quindi non c’è pericolo di cadere in trappole di phishing.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2018 in news

 

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Il dito sta alla luna come #Covfefe sta a…?

Mentre molti stanno a ridere e inventarsi visibilità riflessa per il tweet con cui Donald Trump ha scritto “Despite the constant negative press covfefe” (stampa inclusa, che sta dando ampio spazio a quel “covfefe” che appare come un evidente errore di digitazione), un più ristretto numero di osservatori rileva che il presidente americano sembra intenzionato a sfilare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima.

Gli accordi prevedono l’impegno, sottoscritto da circa 200 nazioni, alla graduale riduzione delle emissioni di gas serra, allo scopo di contenere l’aumento delle temperature medie globali «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi». Gli USA, che rappresentano il secondo più importante attore inquinante al mondo (il primo è la Cina), avevano sottoscritto un obiettivo di riduzione – entro il 2025 – delle emissioni nocive del 26-28% dai livelli del 2005.

Quindi, volendo, quel “covfefe” può anche essere interpretato come interpretazione americana dell’impegno sottoscritto agli accordi di Parigi. Praticamente una supercazzola.

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2017 in news

 

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Ti spiezzo in dü (il sequel di “Si fa presto a dire cybersecurity”)

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A proposito di quanto detto e scritto in occasione degli attacchi informatici subìti dalla Farnesina e dei sospetti caduti sui Russi, gli stessi che avrebbero violato le mail di Hillary Clinton e favorito le elezioni di Donald Trump, probabilmente veicolati da un malware “simile a quelli usati anche dalla scuola russa di polizia informatica“, emerge ora un’interessante ipotesi:

il più famoso e controverso gruppo di hacker, noto come APT28, di probabile origine russa, potrebbe aver copiato del codice di una nota azienda italiana, Hacking Team

Va detto che l’azienda milanese è piuttosto scettica al riguardo:

(…) già nei giorni successivi all’attacco hacker subito dalla società, tutti i produttori di software hanno potuto leggere il codice di Hacking Team e aggiornare i sistemi operativi per neutralizzarlo, come risulta dalle verifiche effettuate dalla società dopo l’hackeraggio. Alla luce di questa premessa, Hacking Team ritiene assurdo che APT28 possa aver utilizzato per le sue recenti azioni il software della società reso pubblico dopo l’hackeraggio del luglio 2015 (…)

Tutto plausibile. A meno che qualcuno – con un punto interrogativo comparso sopra la propria testa – non abbia pensato: “Aggiornare i sistemi operativi?”

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2017 in news

 

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Trump “andrà a comandare” anche in Rete?

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Non sono spaventato dal fatto che Donald Trump (pronto a prendere il posto di Barack Obama alla Casa Bianca) abbia poca dimestichezza con la tecnologia, ne’ per la sua manifesta avversione nei suoi confronti, anche se per alcuni aspetti trovo condivisibili le perplessità manifestate da molti addetti ai lavori sulle prospettive che potrebbero delinearsi. Certamente non spreco applausi, ne’ scuoto la testa, poiché semplicemente non so con certezza quali siano le reali prospettive all’orizzonte.

Trump ha raggiunto il suo obiettivo muovendosi con una campagna elettorale affatto diplomatica, ha riscosso un consenso mediatico pressoché nullo eppure ha vinto. E ora possiamo solo prevedere che il suo mandato possa riflettere la sua personalità, ma non possiamo sapere in che modo la sua attività presidenziale sarà condizionata dal suo entourage di staff e consiglieri. Certo, ciò che ha espresso finora non ha nulla a che vedere con l’approccio alla tecnologia manifestato da Hillary Clinton, testimoniato anche dall’appoggio ricevuto da molti grandi nomi del settore e dalla lettera aperta firmata contro Trump dalle stesse persone. Alcuni osservatori, inoltre, sottolineano quanto molte posizioni espresse da Trump, in materia di tecnologia (ma non solo) siano spesso contraddittorie.

Limitandomi ad un punto di vista tecnologico, tuttavia, constato che il World Wide Web ha visto la luce nei primissimi anni ’90, in seguito ad una proficua attività di ricerca, sviluppo e implementazione condotta nei decenni precedenti. Erano gli anni della presidenza di George Walker Bush (1989/1993), che come predecessore ebbe Ronald Reagan (1981/1989), repubblicani conservatori e non propriamente moderati. Di Reagan molti sottolinearono mediocrità e inadeguatezza, tuttavia l’evoluzione in corso non fu frenata dai suoi otto anni di presidenza. Non sto ovviamente esprimendo giudizi sul loro mandato in senso globale, ma rilevo che in quegli anni il mondo ha fatto passi da gigante e ha consolidato le basi di una tecnologia che oggi tutti conosciamo e utilizziamo.

Per questo auspico che l’apparente versione “trumpistica” di “Andiamo a comandare” vada a dissolversi e si trasformi nella convinzione che il percorso della tecnologia non possa essere fermato, ne’ fare inversione di marcia. “Facciamo il tifo perché abbia successo”, come ha detto Barack Obama nei confronti di Trump, confidando che non si tratti di un successo personale con vantaggi personali, ma di un successo a reale beneficio di coloro che è chiamato a rappresentare.

 

 
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Pubblicato da su 10 novembre 2016 in Mondo

 

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L’epoca degli scandali a orologeria e delle apparenze ingannevoli

Avete mai notato come alcune notizie di importanza critica emergano in circostanze particolari? L’ultimo eclatante esempio lo troviamo nella campagna presidenziale degli Stati Uniti: dal suo inizio, e in particolar modo prima di ogni dibattito tra Hillary Clinton e Donald Trump, informazioni, scandali e testimoni legati a fatti risalenti anche ad anni prima spuntano come funghi. Nel caso dei due candidati presidenziali, da quando sono entrambi nella stessa arena la sfida è senza esclusione di colpi, nonostante fino a poco tempo prima i rapporti fossero più che amichevoli…

Questo ci insegna due cose: la prima è che non bisogna fermarsi alla superficie di ciò che appare, ma andare sempre oltre; la seconda è che nessun segreto è inviolabile. Se nessuno lo fa emergere nel momento in cui lo scopre, è semplicemente perché non serve portarlo alla luce in quel momento. Le informazioni vengono raccolte sempre, immagazzinate quando non servono e portate al pubblico quando possono esprimere il massimo del loro valore, sia esso esaltatorio o diffamatorio. E comunque si rimane – apparentemente e forzatamente – tutti amici finché uno non mira a conquistare lo stesso obiettivo.

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Pubblicato da su 10 ottobre 2016 in news

 

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