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Squid Game, non solo gioie per Netflix

Bridgerton? La Casa di Carta? Briciole! Il titolo della serie più vista al momento è Squid Game, che dalla Corea del Sud si è imposto sugli schermi degli utenti Netflix di tutto il mondo. Un successone che tuttavia si sta rivelando foriero di imprevisti. Primo fra tutti: il sovraccarico del traffico di rete, che ha già spinto qualcuno a battere cassa.

Uscita venerdì 17 settembre, la serie in pochi giorni ha fatto registrare un picco senza precedenti nel traffico streaming (complice anche un enorme passaparola veicolato da social network come TikTok), al punto che il provider sudcoreano SK Broadband ha aperto un’azione legale contro Netflix allo scopo di ottenere un risarcimento – o quantomeno un cospicuo contributo economico – per le conseguenze derivanti dall’incremento nel traffico di rete, che oltre all’aumento nel consumo di banda ha portato ad accresciute esigenze di costi di manutenzione e di gestione dell’infrastruttura di rete del Paese.

Per Netflix non si tratta di un fulmine a ciel sereno: secondo quanto riferito da The Korea Herald, già nello scorso giugno il tribunale si era espresso a favore delle richieste di SK Broadband, attribuendo a Netflix la responsabilità della lievitazione del volume di contenuti trasmessi dalla rete del provider. Per il solo 2020 si parla di un “contributo” stimato in circa 23 milioni di dollari – che dovrebbe essere pagato a favore di SK – dovuto ai nuovi costi di gestione e di mantenimento dell’infrastruttura di rete, aspetti su cui Netflix (al pari di Google per il traffico di YouTube, altro leader del mercato streaming del Paese) non ha mai pensato di contribuire, come invece Facebook, Amazon ed Apple già fanno in Corea del Sud.

Un risarcimento, per il momento, Netflix sa già di doverlo pagare per una svista nel copione: nel primo episodio della serie – in cui 456 persone in difficoltà economiche partecipano ad un pericoloso gioco di sopravvivenza – compare un numero telefonico, che è quello che permette ai personaggi della fiction di iscriversi e partecipare al gioco. Peccato che quel numero esista veramente e che corrisponda all’utenza di un privato cittadino che vive nella provincia sudcoreana di Gyenoggi, sommerso da migliaia di telefonate da tutto il mondo fin dal primo giorno di trasmissione della serie.

In attesa di capire se sarà davvero costretta a pagare di tasca propria le conseguenze del proprio successo, Netflix dallo scorso weekend ha pensato bene di ritoccare due dei suoi tre piani tariffari: si tratta dell’abbonamento Standard, che offre streaming HD fruibile da due dispositivi, che passa da 11,99 a 12,99 euro al mese, e del piano Premium, che consente la visione 4K da quattro dispositivi, da 15,99 a 17,99 euro. Non è invece previsto alcun aumento al piano Base (utilizzabile con un solo dispositivo e senza HD).

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2021 in news

 

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La Netflix della cultura italiana? Ottima idea, ma…

Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo sta puntando su Chili – azienda privata che distribuisce film e serie TV via Internet – per la realizzazione di una “Netflix della cultura italiana”. Prima perplessità: perché rivolgersi ad un’azienda come Chili quando esiste un servizio pubblico già strutturato su cui si potrebbe investire per dedicare una propria divisione a questo scopo? In parole povere: perché cercare l’appoggio di un privato quando si potrebbe investire su Rai, e in particolare su RaiPlay?

Lo scorso aprile il ministro Dario Franceschini aveva dichiarato in un’intervista:

Stiamo ragionando sulla creazione di una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento, una sorta di Netflix della cultura, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità, ma sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo: per esempio, ci sarà chi vorrà seguire la prima della Scala in teatro e chi preferirà farlo, pagando, restando a casa

Trattandosi di un’idea esposta dal ministro avrei trovato naturale, da parte dello Stato, rivolgersi al servizio pubblico televisivo per la realizzazione di questo obiettivo che, sottolineo, reputo nobile e ammirevole. Leggo invece, su Artribune e tvzoom.it, che la scorsa settimana il Consiglio di Amministrazione di Cassa Depositi e Prestiti ha preso la decisione di investire 9 milioni di euro in un progetto che prevede la costituzione di una joint venture, di cui CdP avrà il 51%, con Chili (che avrà il restante 49%), e a cui parteciperà anche il ministero guidato da Dario Franceschini, che contribuirà con 10 milioni: “Stiamo lavorando, anche in previsione delle risorse del Recovery Fund, su grandi progetti tra cui la nascita della Netflix della cultura italiana e una digital library nazionale, grazie a cui saremo in condizione di trattare con i giganti della rete in una posizione di forza”.

Come riporta Artribune, l’idea è quella di realizzare una nuova piattaforma che promuova la cultura italiana nel mondo, permettendo ai propri abbonati di partecipare agli appuntamenti che avranno luogo in Italia: concerti, prime teatrali, fiere, mostre e altri eventi.

Senza alcun pregiudizio sarei davvero interessato a capire i motivi della scelta di un soggetto privato, dal momento che Rai è già fisiologicamente strutturata per diffondere intrattenimento e cultura: si possono muovere molte critiche (costruttive, sia chiaro) a come viene gestito il servizio pubblico, ma è doveroso riconoscere gli sforzi e gli investimenti che sono stati profusi per realizzare RaiPlay: poco più di un anno fa – il 28 ottobre 2019 – il (ri)lancio di questa piattaforma digitale era avvenuto con toni trionfalistici che annunciavano “un vero e proprio canale over-the-top”. “Quello che presentiamo oggi è un progetto multipiattaforma che può fare solo la Rai a livello internazionale…” aveva sottolineato l’amministratore delegato Fabrizio Salini.

Se queste dichiarazioni non trovano riconoscimento da parte del MIBACT, il cui progetto sarebbe strutturalmente compatibile con questo “canale over-the-top”, significa che il modello RaiPlay è diverso da come ci è stato presentato. Ma rimango dell’idea che, per perseguire un obiettivo di comune interesse come quello indicato dal ministro Franceschini, andrebbero valorizzate e implementate le risorse del servizio pubblico, per evitare di creare doppioni e sovrapposizioni, che portano alla dispersione degli investimenti già effettuati, nonché per destinare fondi a obiettivi più “bisognosi”.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2020 in news

 

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