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Elon Musk vuole Twitter. E il mondo (social)

L’interesse di Elon Musk per Twitter è il preludio per una “rivoluzione” nel mondo dei social network? Per provare a capirlo è necessario inquadrare i protagonisti di questa storia.

Twitter non è un social network come Facebook o Instagram: l’utente ha a disposizione una piattaforma meno versatile, deve rispettare un limite di 280 caratteri (il doppio di quei 140 caratteri consentiti inizialmente, che rendevano i tweet simili agli SMS), è limitato anche nelle reazioni e la sua parabola è ritenuta in declino. Ma ha circa 200 milioni di utenti giornalieri e 436 milioni di utenti attivi totali. Per questo motivo molto spesso è utilizzato da personaggi pubblici di ogni settore e dalle istituzioni, inoltre viene citato in occasione di notizie di importanza globale e anticipazioni da buona parte delle testate giornalistiche in tutto il mondo, non dimenticando che molte aziende hi-tech (Microsoft, Google, Apple e Meta, solo per citarne alcune di rilevanza mondiale) hanno account ufficiali su Twitter che sono veri e propri canali di comunicazione per trasmettere informazioni e addirittura aggiornare i propri utenti aggiornamenti su eventuali disservizi (se ad esempio c’è un down di Microsoft 365 o di Facebook, gli aggiornamenti della situazione vengono diffusi mediante Twitter).

Elon Musk ha al suo attivo iniziative imprenditoriali da cui sono nate aziende di successo (sviluppate e rivendute, utilizzando i proventi di queste cessioni per finanziare i progetti successivi): gli esempi più noti si chiamano Zip2 (che forniva ai giornali software per guide cittadine online), PayPal (strumento per trasferire denaro – e quindi effettuare pagamenti – online), SpaceX (una vera e propria azienda aerospaziale) e Starlink (un sistema satellitare di connettività a banda larga). Non è invece una sua creazione diretta Tesla (che produce auto elettriche e pannelli fotovoltaici), ma è entrato a farne parte poco dopo la fondazione della società, affiancandone i fondatori in veste di principale finanziatore, entrando poi nel consiglio di amministrazione e diventandone in breve tempo il numero uno che ha portato l’azienda ad essere la realtà che tutti conosciamo.

Potrebbe ripetere questa dinamica puntando su Twitter? Le sue mire in questa direzione sono diventate di dominio pubblico da qualche giorno, subito dopo l’utilizzo di questa piattaforma durante il conflitto tra Ucraina e Russia da parte dei vertici politici di Kiev come canale di informazione nei confronti della popolazione, ma anche per gli scambi intercorsi tra il governo e lo stesso Musk, che a fine febbraio ha spedito in Ucraina alcuni carichi di terminali Starlink per garantire connettività Internet via satellite laddove le armi russe hanno compromesso la rete del Paese.

All’inizio di aprile è stato reso noto che la sua quota societaria in Twitter aveva raggiunto il 9,1%, solo alcuni giorni dopo ha dichiarato che non sarebbe entrato nel consiglio di amministrazione della società. Un dietrofront? Tutt’altro, era l’anticipazione del rilancio: mercoledì scorso ha lanciato un’offerta per un valore di 43 miliardi di dollari, per assumere il controllo totale delle quote azionarie e, quindi, dell’azienda. E lo ha reso noto con un annuncio su Twitter, l’unico social network su cui è attivo e in cui conta circa 82 milioni di follower. In caso di rifiuto dell’offerta, Elon Musk ha dichiarato che sarebbe indotto a “riconsiderare la mia posizione come azionista”. La reazione di Twitter si può riassumere con tre parole: vi faremo sapere.

L’obiettivo dichiarato è assumerne il controllo per trasformarlo nella piattaforma della libertà di espressione: “Credo che la libertà di parola sia un imperativo per il funzionamento della democrazia”. Per questa trasformazione Musk punta a svincolare l’azienda dai mercati azionari per poterla gestire accentrandone il controllo sulla propria persona.

Libertà di parola e democrazia per gli utenti da una parte, controllo assoluto da parte di una sola persona dall’altra. Come si concilieranno? Sul mercato l’obiettivo dei social network è quello di contrapporsi alla leadership di Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp). Sorprese in arrivo nell’uovo di Pasqua 2022?

 
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Pubblicato da su 15 aprile 2022 in social network

 

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Facebook, addio alla criptovaluta

Anche nel mondo della tecnologia non tutte le ciambelle escono col buco: tra tutti i progetti varati da aziende come Google, Microsoft, o Apple possiamo trovare qualcosa che si è arenato, se non è addirittura naufragato. Ed è accaduto anche a Facebook (anzi, Meta) che ha ufficializzato l’abbandono del progetto di sviluppo di una propria criptovaluta, nata prima con il nome di Libra e, più recentemente, ribattezzata Diem.

Ma andiamo con ordine: nel giugno del 2019 Facebook aveva annunciato al mondo un progetto per la realizzazione di un nuovo sistema di pagamento, fruibile da miliardi di utenti per scambi di denaro online nell’ambito delle piattaforme social (Facebook, Instagram) e di messaggistica (Messenger, WhatsApp). Avrebbe dovuto trattarsi a tutti gli effetti di una criptovaluta e, all’epoca, il nome designato fu Libra. I toni trionfali, ma soprattutto le ambizioni notevoli, spinsero l’interesse da parte di protagonisti come VisaPayPal, Vodafone, Booking, Uber, Spotify, aziende con grandi bacini di utenza, pronte a contribuire all’utilizzo – e al successo – della nuova piattaforma.

Il progetto lievitò e la sua dimensione trasversale convinse il gruppo guidato da Mark Zuckerberg a trasferirne la gestione in una fondazione – la Libra Association – supportata da Calibra, una società appositamente costituita per palesare un distacco (almeno formale) dal social network, con l’obiettivo di un go-live nel 2020. Va osservato che questa iniziativa, guidata da un gruppo non proprio “immacolato” per quanto riguarda la gestione delle informazioni, non fu ben vista fin da subito dal mondo finanziario e dalle istituzioni: l’authority di regolamentazione USA non ha mai concesso alcuna approvazione, ravvisando in Diem potenziali distorsioni date dal “monopolio” di Facebook nel mondo dei social network, ma anche una potenziale facilità di utilizzo nell’ambito di operazioni di riciclaggio di denaro.

Persino dalla Federal Reserve giunsero puntualmente varie perplessità in merito alla stabilità finanziaria della moneta virtuale e, forse anche per questa esplicita e diffusa diffidenza, chi si occupava del marketing del progetto pensò ad un nuovo nome per la valuta e, conseguentemente, anche l’associazione fu ribattezzata Diem Association. L’obiettivo iniziale era legare Diem all’andamento di un “panel” di valute internazionali, per darle maggiore stabilità, ma nel corso del 2021 la fondazione stabilì di collegarne le sorti al dollaro USA. Per conferire affidabilità al progetto fu stato inoltre individuato anche un partner “bancario” (Silvergate), che avrebbe dovuto occuparsi di emettere la valuta vera e propria.

Ma nonostante questo la bontà dell’iniziativa è sempre rimasta in discussione, anche a livello interno, come testimoniano le dimissioni del numero uno del progetto Diem David Marcus. E il comunicato con cui la Diem Association spiega di aver ceduto a Silvergate tutte le tecnologie legate alla criptovaluta sancisce il fallimento di questo progetto.

 
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Pubblicato da su 1 febbraio 2022 in news

 

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Phishing e doxing: la superficialità può fare male

Avete un account per l’Internet banking? Fate acquisti online pagando con carta di credito o strumenti come PayPal? Fate molta attenzione ai messaggi che vi invitano a confermare i vostri dati personali sul sito di uno di quei servizi, molto probabilmente si tratta di phishing: in tal caso il messaggio è una trappola con un link che, anziché portare al sito che vi interessa, rimanda ad una pagina web fasulla, realizzata appositamente per trarre in inganno gli utenti e indurli a inserire le proprie credenziali.

Inutile dire che così username e password finiscono in mani sbagliate. Dall’altra parte c’è chi può utilizzare l’account a nome di altri e utilizzarne conto corrente e carte di credito, ma c’è anche chi potrebbe rivendere i dati personali altrui sul dark web. E le conseguenze potrebbero non essere solo economiche: come spiega Kaspersky, in alcuni casi i dati altrui possono essere utilizzati a scopo di doxing: il doxing – o doxxing – consiste proprio nella ricerca e nella pubblicazione di informazioni private, personali se non sensibili, per ridicolizzare, denigrare o mettere in pericolo qualcuno.

Questo tipo di informazioni può essere ottenuto in molti modi, da contenuti condivisi superficialmente su social network, ma anche – come detto prima – tramite phishing. E sul dark web c’è un autentico mercato nero di informazioni personali che possono avere tariffe differenziate. Nomi, date di nascita, documenti di identità e codici fiscali possono costare anche meno di un euro, mentre la foto di una persona, un suo documento o una cartella clinica possono costare qualche decina di euro. Si possono trovare anche le credenziali per accedere a un conto corrente, e possono costare molto di più.

Quando ricevete un messaggio e-mail che sembra provenire da una banca, dall’istituto che ha emesso la carta di credito, dall’azienda che vi fornisce l’energia elettrica, dalle Poste o da qualunque mittente che possa sembrarvi affidabile, prima di cliccare sul primo link che trovate, verificate che si tratti effettivamente di ciò che sembra. A volte basta poco, perché il messaggio esteticamente è diverso da quelli autentici, o perché ci sono dettagli rivelatori nel testo del messaggio, che spesso tradisce una scarsa padronanza della lingua italiana. A volte il messaggio è invece ben realizzato, quindi dovete verificare l’indirizzo internet (url) del link che vi è stato indicato.

Guardate l’esempio dell’immagine seguente: l’indirizzo è chiaramente estraneo a Poste Italiane, ma spesso gli utenti non ci fanno nemmeno caso e proseguono a navigare ignari del pericolo. Occhio!

Lo stesso possiamo dire per questa pagina web, che evidentemente non è di Amazon:

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2020 in news

 

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Facebook attiva il suo money-transfer

Facebook Messenger è pronto ad offrire ai propri utenti un vero e proprio servizio di money transfer e fare concorrenza a sistemi di pagamento online come PayPal: con la nuova opzione sarà possibile effettuare transazioni tra utenti dell’app che siano anche titolari di una carta di debito, i cui dati devono ovviamente essere memorizzati.

Il servizio è al momento disponibile solo per utenti di carte di debito MasterCard o Visa emesse negli Stati Uniti e si basa sulla stessa piattaforma di pagamento che Facebook utilizza per gestire le transazioni con gli inserzionisti pubblicitari. Non è un caso che il responsabile di Messenger sia oggi David Marcus, già presidente proprio di PayPal.

Concettualmente non è molto diverso da quanto è possibile fare già oggi con servizi come ClickandBuy (attraverso l’applicazione Buxter) o alcune banche (ad esempio Banca Sella, che anziché prevedere la carta di debito lavora direttamente con l’IBAN del conto corrente), sembra anzi che Facebook abbia pensato di entrare in prima persona in un settore di mercato già aperto da terze parti.

Assenza di commissioni, connessioni sicure, dati crittografati sono i vantaggi dichiarati del servizio attivato dal social network. Che, visto che per gli utenti sarà a costo zero, la domanda è: chi glielo fa fare, a Facebook, di attivare questo servizio?

In altri termini: dov’è la convenienza nel fare da intermediario in questo sistema di pagamento peer-to-peer? Se il servizio rimanesse a questo livello, la convenienza non si intravedrebbe… Ma questo potrebbe essere solo il primo step di un progetto più ampio, in cui Facebook preveda – più avanti – altre opportunità. Ad esempio potrebbe consentire agli utenti di effettuare acquisti online direttamente da un negozio virtuale aperto dagli inserzionisti del social network, che potrebbero quindi essere incentivati ad estendere la propria presenza pagata su Facebook.

Un business vero. Un altro mondo, rispetto ai Facebook Credits!

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2015 in news

 

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Groupon nel mercato dei pagamenti elettronici

Da Assodigitale (via VentureBeat +Engadget)

Grande passo in avanti di Groupon dopo la recente debacle dei suoi conti commerciali.
Probabilmente ora Groupon cerca di correre velocemente ai ripari entrando nell’arena dei pagamenti mobili e confrontandosi in campo aperto con colossi quali Square PAYPAL e VISA. 
Il suo asso nella manica, saranno o almeno così sembra, le provvigioni sulle transazioni molto più basse, quasi la metá dei concorrenti.
Sarà una battaglia molto interessante da osservare.
La società ha dato il via ad una fase sperimentale, distribuendo – ad alcuni commercianti selezionati di San Francisco che già collaborano con Groupon – un lettore di carte di credito della Infinite Peripherals. Il suo sistema farà concorrenza diretta a sistemi come Square e PayPal: unendo il vantaggio di commissioni inferiori a quelle applicate dai competitor all’integrazione del servizio Groupon Now (che permette agli utenti di raccogliere buoni sconto e coupon tramite smartphone), potrebbe trainare il rilancio dell’azienda, che in questo periodo ha qualche difficoltà sui mercati finanziari.
 
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Pubblicato da su 28 Maggio 2012 in business, cellulari & smartphone, Internet, News da Internet

 

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Soddisfatti o demolitori

E’ più assurdo acquistare un violino antico via Internet pagandolo 2500 dollari su PayPal, oppure essere costretti dalla stessa PayPal a distruggere il violino ricevuto e rivelatosi falso, per ottenere il rimborso della somma spesa?

 
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Pubblicato da su 4 gennaio 2012 in news

 

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