Chi invia mail di phishing a volte è talmente maldestro da tentare di ingannare gli utenti con mail improbabili, ma ora anche chi invia mail di marketing – soprattutto per promuovere attività di trading online – si sta infilando nella stessa scia… a meno che non si tratti anche qui di phishing, gli indizi che inducono a crederlo non mancano: dal mittente farlocco (chi ha scritto la mail? Serena o Laura?) alla cifra scritta a caso (prima sono 1945 euro, poi 1495). La mancanza di cura del dettaglio spesso denota approssimazione e dilettantismo.
E’ necessario tenere presente che, nell’ambito del mail marketing, operano professionisti e aziende affidabili che lavorano per clienti seri. L’esempio che ho presentato non rientra in questo ambito e questi “operatori” rischiano di minare la fiducia nella categoria.
In questi ultimi tempi, nel settore della tecnologia, spiccano i business orientati alla wearable technology, la tecnologia indossabile che oggi è già realtà di serie per quanto riguarda gli smartwatch e altri accessori in uso da tempo, e che ora sta puntando dritta agli occhi degli utenti. In particolare si parla molto di due operazioni:
l’accordo siglato tra Luxottica e Google per il design dei Google Glass;
I primi, per chi non ne avesse ancora sentito parlare sono occhiali per la realtà aumentata, con un piccolo display HD posto in prossimità dell’occhio (che equivale ad uno schermo da 25 pollici visto a due metri di distanza), audio a conduzione ossea, una fotocamera da 5 Megapixel (che può scattare foto e registrare video a 720p), connettività WiFi e Bluetooth e una memoria da 12 GB. Permettono di utilizzare funzionalità simili a quelle degli smartphone (chi li indossa può fare compiere le azioni più svariate). L’accordo con Luxottica rappresenta un matrimonio tra la loro tecnologia e il design, quindi presto potremmo vedere questa tecnologia su occhiali Ray-Ban o Oakley (marchi di proprietà di Luxottica), solo per citare i più sportivi.
Oculus ha progettato un visore per la realtà virtuale, apparentemente ideale per i videogame: indossato, il visore mostra due diverse immagini agli occhi dell’utilizzatore, offrendogli una visione 3D. Il dispositivo è dotato di sensori per rilevare e riprodurre gli eventuali movimenti della testa, e far reagire il “mondo virtuale” di conseguenza. Zuckerberg in questo visore ha visto altro, ossia la possibilità di immergere l’utente nel suo social network per trasformarne l’esperienza per quanto riguarda ogni forma di intrattenimento (per dare all’utente la sensazione di trovarsi dentro un film, nel mezzo di un evento sportivo, o di fronte al docente in un’aula universitaria).
Mirabolanti possibilità per gli utenti, ma soprattutto per le due aziende in campo, che negli ultimi tempi hanno fatto scuola in materia di invasione nella privacy degli iscritti ai loro servizi: questi attraenti dispositivi ampliano a dismisura le loro possibilità di business (e quelle dei loro inserzionisti). Se oggi ci profilano – mediante smartphone o computer – memorizzando i dati delle nostre ricerche, della navigazione e della nostra localizzazione per incrociarli al meglio con le offerte dei loro inserzionisti, domani – mediante un wearable device, dispositivo indossabile – potranno essere ancora più mirati, puntuali e precisi, perché godranno della massima attenzione dell’utente, ancor meno distratto da fattori esterni e quindi più concentrato su quanto percepisce. Il business non è (solo) nella vendita del dispositivo, ma si alimenta con l’indotto dei servizi accessori che gravitano attorno al dispositivo; il legame tra le due entità può non essere immediatamente visibile, ma in realtà è saldo e iindispensabile al buon andamento del mercato in cui si muovono queste grandi aziende.
Come ho avuto modo di dire in passato, la tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno possa sfruttarla per perseguire i propri interessi e appia piena consapevolezza tanto dei rischi quanto delle opportunità derivanti dalle innovazioni.
Come si lancia una campagna pubblicitaria efficace in modo da farla diventare virale? Ad esempio si crea un sito web ad hoc che pubblicizza un nuovo soft drink, con una bacheca in cui tutti possono scrivere ciò che vogliono, senza moderazione e quindi senza alcun tipo di filtro (unici paletti: un messaggio non più lungo di 80 caratteri, ossia mezzo SMS, ed essere utenti di Facebook , affinché si possa essere tracciati attraverso il profilo mantenuto sul social network). Da notare che nella homepage campeggia un conto alla rovescia che scade esattamente il primo aprile…
Il rischio che i contenuti prendano una deriva becera è certo. Ma mentre molti si chiedono se il committente ci è o ci fa (la campagna è sfuggita di mano, o è stata appositamente concepita per renderla roboante e farne parlare il più possibile?) e altri si chiedono se sia tutto un pesce d’aprile (sì, non può che esserlo), la piattaforma continua imperterrita a raccogliere informazioni sugli utenti che ci cascano sentendosi liberi di scrivere ciò che più piace loro…
Facebook ha avviato in questi giorni la pubblicazione dei premium video ads, brevi spot pubblicitari che, almeno per il momento, vengono trasmessi senza audio e fino ad un massimo giornaliero di tre video per ogni utente. L’approccio di questo servizio è decisamente televisivo , ma soprattutto mirato: forte delle proprie potenzialità di profilazione degli utenti, il social network è in grado di proporre agli utenti questi spot con la stessa precisione dei box o banner pubblicitari.
Dal punto di vista pubblicitario, quindi, il valore aggiunto di queste inserzioni è molto elevato. Non a caso – spiegaBloomberg – il servizio viene offerto agli inserzionisti ad una tariffa giornaliera che può andare dal milione ai 2,5 milioni di dollari.
Oggi sono stato contattato da un’operatrice molto cortese – Ilona, dall’Albania – per conto di PagineBianche. Il suo scopo dichiarato inizialmente era quello di verificare i dati aziendali per il loro corretto inserimento sul nuovo elenco telefonico, perché
Da quest’anno le aziende non saranno più inserite insieme agli utenti privati e ai numeri di casa. Inoltre il nome dell’azienda sarà visibile sui motori di ricerca internet perché siamo partner di Google.
Contenendo la mia usuale diffidenza in questi casi, investo un minuto per rispondere alle domande con cui mi viene chiesta conferma dei dati aziendali. Al termine, l’operatrice ripete tutto quanto onde evitare fraintendimenti. Solo a fine riepilogo mi informa del fatto che l’inserimento dei dati aziendali – in una modalità distinta da quella delle utenze domestiche private – comporta un investimento di 199 euro, da sostenere “solamente per il primo anno”. Segue un garbato e civile dialogo chiarificatore, che parte dal presupposto che la cosa non è interessante per l’azienda (mi spiace per il business di PagineBianche – PagineGialle, ma sono anni che ricevo gli elenchi e li lascio nella loro pellicola di cellophane):
No, non sono interessato a fare questo investimento.
Ma infatti, l’investimento di 199 euro lo farà solo quest’anno ed è a costo zero perché lo può scaricare interamente
La ringrazio per le informazioni, ma non intendo farlo.
Ma infatti, la sua azienda che ha la partita IVA deve fare per forza questo investimento, così comparirà nell’elenco.
Nessuno deve fare per forza questo investimento. Non pagherò questi 199 euro e il nome dell’azienda sarà comunque presente nell’elenco, anche se con un aspetto diverso da quello che mi proponete. Non è così?
Sì, ma finirà in mezzo agli indirizzi delle case non nella sua categoria. I suoi clienti non la troveranno.
La troveranno. La ringrazio per le informazioni, non intendo pagare i 199 euro perché il servizio non mi interessa.
Ma infatti, non la troveranno perché cercheranno l’azienda e la troveranno in mezzo alle case. Vuole rinunciare?
Come le ho detto, non sono interessato al servizio.
Allora il nome della sua azienda non sarà nell’elenco sotto la categoria giusta.
Grazie. Buon lavoro.
Grazie. Arrivederci.
L’attività di raccogliere inserzioni pubblicitarie da parte di PagineBianche è più che legittima e molte aziende possono ritenere che valga la pena investire denaro per comparire nell’elenco in modo più evidente. All’azienda in cui ho ricevuto questa telefonata, però, un’inserzione di quel tipo non comporta alcun valore aggiunto, quindi si rivelerebbe una spesa inutile. Non trovo corretto e trasparente l’approccio utilizzato dall’operatrice che, seppur con molta gentilezza, si rivolge all’azienda parlando prima della necessità di una conferma dei dati in vista della pubblicazione del nuovo elenco telefonico e solo alla fine della conversazione informa che si tratta di un inserimento categorico a pagamento.
Se avete un’attività e ricevete una telefonata di questo tipo, prima di accettare o rifiutare ricordate innanzitutto che non siete assolutamente obbligati a pagare 199 euro per comparire in elenco. Accettate solo se pensate che la vostra attività possa trarre beneficio da un’inserzione pubblicitaria sull’elenco telefonico. E comunque ricordate che il nome non sparirà dall’elenco: rimarrà in mezzo alle case.
Quando navigate in Internet, avete idea di come potete essere tenuti sotto controllo, per essere profilati a scopo di marketing e, conseguentemente, ricevere pubblicità su misura, oppure fare inconsapevolmente parte di un campione statistico?
Con l’ausilio di un’estensione denominata DoNotTrackMe (disponibile per vari browser) potreste scoprire verità forse impensabili. Quello che segue è un esempio di quanto accade quando fate innocentemente visita al sito web di alcune fra le più popolari testate giornalistiche (doppio click per ingrandire l’immagine).
Nei dettagli, in queste analisi ricorrono con frequenza i nomi di Google +, Twitter e Facebook (che sono lì per consentirvi di condividere sui social network un determinato articolo, pubblicizzandolo presso i vostri amici/follower), a cui su aggiungono Real Media, Visual Revenue, Google Analytics, Omniture, Netratings Site Census, New Relic. Un gruppo che ha occhi ben aperti sulla nostra navigazione, pronti a contare i nostri click, vedere dove navighiamo, ed elaborare tutte queste informazioni a beneficio proprio, degli inserzionisti pubblicitari e dei clienti, partendo da innocenti cookies(biscottini).
Le informazioni ricavate in questo modo, seppur asettico, prese nel loro complesso sono molto più attendibili di quelle che potrebbero essere ottenute attraverso un’intervista o indagine di mercato (in cui si può rispondere ciò che si vuole). Il problema è che si tratta di informazioni che riguardano noi e – forse – preferiremmo di gran lunga esserne noi i primi destinatari, anziché consegnarle inconsapevolmente a qualcun altro, allo scopo di alimentare il suo business.
Secondo l’articolo 122 del Decreto Legislativo 196/2003 (il Codice della Privacy), il consenso dell’utente all’utilizzo dei cookies non è necessario quando essi hanno una finalità tecnica (ad esempio per identificazione degli utenti, nell’ambito di una sessione, per agevolare transazioni), mentre è necessario negli altri casi (in cui rientrano quelli utilizzati a scopo di marketing e profilazione). Quindi, come sempre, l’importante è sapere che ci sono, per poter scegliere se accettarli o rifiutarli.
Il Comitato di redazione del Corriere della Sera, prima di capire cosa significhi “essere online”, nell’ottobre 2013 ha scritto questa lettera al proprio direttore:
Caro direttore, abbiamo visto con stupore che il nostro sito online ospita addirittura un link a un altro sito. Ci sembra una iniziativa incomprensibile, specie in un momento in cui stiamo discutendo, con tutte le difficoltà che conosci, su come rendere più redditizio il nostro di sito. Ti chiediamo, dunque, di interrompere quest’operazione che ha disorientato la redazione e che per altro è stata assunta senza neanche informare il Cdr, come invece è previsto dal Contratto. In caso contrario non riusciamo proprio a capire di che cosa dovremmo continuare a discutere. Un caro saluto
Personalmente, rimango dell’opinione che una testata giornalistica – soprattutto nell’edizione web – non possa esimersi dal pubblicare i link non solo ad inserzionisti pubblicitari, ma anche alle fonti da cui la notizia è stata tratta, o ai siti a cui una notizia fa riferimento, e ben venga il fatto che il collegamento porti al sito di un’altra testata (in questo caso si parla di un box che portava al sito Linkiesta, finito sulla homepage di Corriere.it per motivazioni non ancora chiarite, ma non per questo ingiustificate o illegittime). Sono convinto sia più redditizio nei confronti dei propri lettori, che torneranno su quelle pagine proprio perché sapranno di trovare in esse un valore aggiunto rispetto all’edizione cartacea. Nonostante quel cornicione pubblicitario che circonda il Corriere (e altre testate) affinché sia più redditizio, ma che per utenti come me è addirittura controproducente, perché crea un inquinamento visivo che mi fa desistere dal visitare il sito.
Comunque – finché non verrà completamente eliminata – sul sito c’è ancora qualche traccia del presunto misfatto.
Biz Stone, co-fondatore di Twitter, suggerisce a Facebook di introdurre una tariffa mensile per offrire agli utenti un servizio premium senza pubblicità, per migliorare la user experience.
Dubito che il team di Facebook raccolga il suggerimento (con la pubblicità mirata si fanno molti più dollaroni).
Ma non escludo che nei prossimi giorni, sulla base di questa notizia, la catena-bufala su “Facebook che diventa a pagamento” possa prendere nuovo vigore.
Il 23,3% degli italiani usa il telefonino per telefonare: è quanto afferma Kingston Technology in seguito ad un recente sondaggio, condotto su un non meglio precisato campione di utenti italiani di telefonia mobile e reso noto attraverso un comunicato stampa rilanciato da testate e siti web.
Oltre al limitato uso telefonico del cellulare (a cui si aggiunge peraltro un 9,7% di utenti che si limita all’invio di SMS), la ricerca rileva inoltre che:
il 33,3% degli intervistati ammette di servirsi del cellulare principalmente per attività social su Facebook, Twitter, Instagram e via dicendo
il 26,4% lo utilizza per chattare su WhatsApp
il 32,9% dichiara che la perdita più scioccante sarebbe quella del proprio smartphone (al secondo posto della classifica degli smarrimenti più temuti si registra che il 19,7% teme la perdita di un dente e – pensate – solo al quarto posto, con un 11,8%, si posiziona la perdita delle chiavi, quali però non si sa: di casa? dell’auto? della cassetta di sicurezza? già che ci siamo, si poteva dettagliare)
il 21,1% utilizza il cellulare per distrarre i figli durante una cena al ristorante, evitando fastidiose scorribande tra i tavoli (ignota la percentuale di genitori con bimbi piccoli che gettano per terra il telefonino mandandolo in mille pezzi, così come non è pervenuta quella dei bimbi in grado di cancellare, inavvertitamente e in pochi secondi, ogni contenuto multimediale presente sull’apparecchio, categoria di cui anche mio figlio fa orgogliosamente parte)
il 57,9% dichiara di non aver nulla da nascondere (“ma forse non era completamente sicuro della forma anonima del questionario”, sottolinea l’azienda)
il 22,4% ammette, per evitare di essere colto in flagrante, di non lasciare mai il telefono incustodito
il 10,5% invece, mette al riparo le attività sommerse da occhi indiscreti inserendo un codice d’accesso al telefono
il 41,3%, solo 5 anni fa, riteneva impensabile che il cellulare avrebbe sostituito il navigatore satellitare (qui c’è un po’ di digital divide culturale, 5 anni fa i cellulari col navigatore integrato esistevano già)
il 26,7% non avrebbe mai pensato di poter identificare le canzoni che passano per radio semplicemente aprendo un’app
il 13,3% non si sarebbe immaginato di poter addirittura ritoccare foto o arricchirle con effetti speciali
il 43,6% dei rispondenti considera fondamentale la velocità del proprio smartphone, il 39,7% ritiene che sia molto importante.
Ora, leggendo il questionario e rimanendo perplesso sull’utilità pratica di questa indagine di mercato per la mancanza di ulteriori rilevazioni, più o meno orientate al marketing (quanti lo usano per scattare foto, registrare video, gestire mail, per la bussola, per ascoltare musica, leggere gli e-book? quanti vorrebbero un app per soffiarsi il naso in mancanza del fazzoletto?), mi sono chiesto “ma dove vogliono arrivare?”
La risposta è arrivata subito dopo lo snocciolamento di queste intriganti percentuali:
“Siamo perfettamente consapevoli che al giorno d’oggi navigare, aprire, chiudere e passare da un’app all’altra, avere un device con prestazioni soddisfacenti sia davvero una priorità. Per questo diventa sempre più decisivo il ruolo delle schede di memoria aggiuntiva che offrono allo smartphone capacità fino a 64GB. Kingston ha pensato di ampliare la memoria dei dispositivi mobili con schede microSDHC in modo da poter sfruttare al massimo le potenzialità di questi oggetti diventati indispensabili”
Il “sondaggio”, sostanzialmente, perde intenzionalmente l’occasione per sottolineare quanto siano cambiati i nostri usi e costumi legati al telefono cellulare, evoluzione che è parallela a quella dello stesso apparecchio, trasformatosi ormai in un microcomputer tascabile in grado di fare cose che 30 anni fa non faceva nemmeno un più ingombrante Commodore 64 o un Sinclair ZX Spectrum. Non rileva che un iPhone 5 o un Samsung Galaxy S4 sono dispositivi sostanzialmente diversi da un Nokia 105 (che con un prezzo intorno ai 15 euro si può permettere di essere un semplice telefono cellulare e nulla più).
Perché lo scopo è parlarci di schedine di memoria. Che su un semplice telefono cellulare non servono.
Nel mondo degli spot pubblicitari ci sono cose belle, spot efficaci e ciofeche assolute. Al netto del gradimento verso il prodotto che rappresenta, questo spot del nuovoMS Internet Explorer non mi sembra affatto una ciofeca, ma per ritenerlo efficace dovrei essere convinto che uno spot pubblicitario serva a vendere far utilizzare un browser.
Dopo aver registrato innumerevoli feedback negativi, critiche e lamentele da mezzo mondo in relazione alle novità sulle condizioni contrattuali rese note solo ieri, Kevin Systrom – co-fondatore di Instagram – scrive un nuovo post nel blog aziendale per spiegarsi meglio e “rispondere alle vostre domande, sistemare ogni errore ed eliminare la confusione”. Non solo:
“Modificheremo punti specifici delle condizioni per fare maggiore chiarezza su ciò che accadrà con le vostre foto. I documenti con valore legale possono essere facilmente mal interpretati”.
Rivolgendosi quindi alle specifiche preoccupazioni espresse da tutti, Systrom tiene a precisare che l’advertising è una fonte di auto-sostentamento, ma non è l’unica, e che l’obiettivo delle nuove condizioni è la volontà di sperimentare nuove forme di pubblicità appropriate per Instagram: “invece questo è stato interpretato da molti come l’intenzione di vendere le vostre foto senza alcun compenso. Questo non è vero e il nostro linguaggio fuorviante è un nostro errore . Per essere chiari: non è nostra intenzione vendere le vostre foto”. Foto che, aggiunge, non saranno cedute per diventare parte di inserzioni pubblicitarie.
La parte più rilevante del post chiarificatore è questa:
“Gli utenti di Instagram sono proprietari dei propri contenuti e Instagram non rivendica alcun diritto di proprietà sulle vostre foto”.
Chiarimenti anche sul fronte delle impostazioni della privacy: “Impostando le foto come private, Instagram le condividerà solamente con gli utenti approvati che vi seguono”.
Qualcuno, alla luce di queste spiegazioni, riguardo alla possibile vendita delle foto da parte di Instagram, ha parlato di bufala. Io non la liquiderei come tale: il fraintendimento non è stato circoscritto in una chiacchierata di quattro amici al bar, ma dalla stampa di mezzo mondo e da moltissimi utenti – tra cui il National Geographic, che come potete vedere ha già preso provvedimenti – e il motivo è nel fatto che tutti hanno letto frasi come questa, che riporto testualmente e traduco (più o meno maccheronicamente) nel seguito:
“You agree that a business or other entity may pay us to display your username, likeness, photos (along with any associated metadata), and/or actions you take, in connection with paid or sponsored content or promotions, without any compensation to you.”
Concordate che una società o altra entità possa pagarci per esporre i vostri nome utente, ritratto, le foto (insieme a tutti i metadati associati), e /o azioni da voi intraprese, collegati a contenuti a pagamento o sponsorizzati o promozioni, senza alcun compenso per voi
Registriamo quindi questa retromarcia da parte di Instagram (lo è, dal momento che introdurranno modifiche alle condizioni rese note ieri), ma continuiamo a mantenere ben dritte antenne e orecchie 😉
Conoscete Instagram? E’ una app famosissima, per iPhone e smartphone con Android, per editare foto, applicare filtri particolari alle foto e condividerle su una con altri utenti su una piattaforma disponibile su Internet, che Facebook ha acquistato la scorsa primavera pagandola oltre 700 milioni di dollari. Le possibilità di elaborazione delle foto, unite alla semplicità d’uso e alla gratuità, l’hanno resa molto popolare e sono moltissimi gli utenti che condividono foto trattate con Instagram anche sui social network.
Importanti novità attendono gli utenti di Instagram dal prossimo 16 gennaio 2013: come annuncia l’azienda dal proprio blog, sono in arrivo una nuova Privacy Policy e nuove Condizioni di servizio. L’annuncio è scritto solamente in inglese, e questo può rappresentare un problema per chi non lo conosce. Se volete risparmiarvene la lettura e/o la traduzione, mi permetto di offrirvi una sintesi dei più rilevanti dettagli (nei quali, si sa, si annida e nasconde il diavolo): dal 16 gennaio, gli utenti della piattaforma cederanno ad Instagram i diritti d’uso dei dati condivisi (foto, commenti – vostri o altrui – e qualunque altra informazione accessoria). Importantissimo è sapere che questi stessi dati potranno essere ricondivisi e venduti – anche a scopo pubblicitario – ad aziende che hanno rapporti commerciali con Instagram (cioè con Facebook).
La novità va vista da due fronti: uno è quello di Instagram (cioè di Facebook), cioè di una società che in questo modo trova una fonte di remunerazione ad un servizio che, come detto sopra, è gratuito. L’altro fronte è quello degli utilizzatori del servizio: nel ricordare che Instagram, esattamente come Facebook, prevede che l’età minima di un utente sia di 13 anni, non dobbiamo trascurare il fatto che esistono account che appartengono anche ad utenti di età inferiore, iscritti con la complicità di fratelli o genitori, pertanto consideriamo la cosa nel suo complesso. Tutto questo significa, fondamentalmente, che dal 16 gennaio dell’anno prossimo ogni foto e ogni informazione condivisa, anche se relativa a minori, potrebbe finire in una campagna pubblicitaria, senza che l’autore o il soggetto interessato abbiano concesso un consenso esplicito e senza percepire alcun compenso (Ah giusto, abbiamo già detto che è gratis?).
L’utente di un servizio di content sharing deve essere sempre consapevole di dove vanno le informazioni che condivide. Solo questa consapevolezza gli permette di decidere serenamente cosa fare: in questo caso, decidere se rimanere iscritto al servizio, oppure andarsene chiudendo l’account. In quest’ultima ipotesi, all’utente in procinto di disiscriversi – che potrebbe pensare di tenere per se’ le proprie foto – suggerisco di dare un’occhiata a Instaport o Instarchive.
UPDATE: Instagram fa retromarcia, dichiarando di essersi espressa male ed essere stata fraintesa (leggi il post successivo)
Perché Apple e AT&T fanno girare uno spot delliPhone 4S con Martin Scorsese che sfrutta l’assistente Siri poco tempo prima della presunta presentazione del nuovo modello?
È una pubblicità sull’iPhone che sta per essere superato, o su Siri?
Nota per i cinefili: chi riesce a cogliere la citazione di un celeberrimo film di Scorsese in un dettaglio di questo video (il titolo del film è intuibile, il dettaglio è per gli osservatori)?
Un paradossale provvedimento del giudice inglese Colin Birss ha ordinato ad Apple di fare pubblicità a Samsung, per sanare la diffamazione che l’azienda di Cupertino avrebbe condotto sul produttore coreano sul design dei Galaxy Tab, che secondo il magistrato non sarebbe “as cool”, ossia non sarebbe figo quanto l’iPad: Apple, per sei mesi, attraverso il proprio sito web UK, dovrà dichiarare che Samsung non ha violato i suoi brevetti di design. Le stesse dichiarazioni dovranno essere pubblicate su spazi pubblicitari su Financial Times, Daily Mail, Guardian Mobile magazine e T3.
Bloombergaggiunge che il giudice avrebbe bloccato un’istanza con cui Samsung aveva chiesto di vietare ad Apple di dichiarare pubblicamente che i suoi brevetti di design erano stati violati, perché “They are entitled to their opinion” (“hanno diritto alla loro opinione”).
La scorsa settimana, nel SDK (kit di sviluppo software) Javascript di Facebook, lo sviluppatore Tom Waddington ha scoperto una funzione che svela il nuovo pulsante Want , non ancora operativo nel social network. Da quando questa novità è stata resa pubblica, Facebook ne ha rimosso il codice dal SDK.
Traducibile con Lo voglio, il nuovo pulsante esprime un concetto differente – e sicuramente più commerciale – da quello del pulsante Like (Mi piace). Pensiamo ad un utente che abbia espresso “Lo voglio” sulla pagina Facebook di un certo prodotto: lui stesso, nel box “persone che potresti conoscere”, potrebbe ritrovarsi altri utenti che hanno fatto la stessa cosa, e i suoi amici di Facebook potrebbero ricevere l’invito a mettere un “Lo voglio” sullo stesso prodotto, veicolandone – ed amplificandone – il messaggio pubblicitario. Il contatore si incrementerà ad ogni click e verosimilmente – una volta a regime – il “Lo voglio” potrà essere uno strumento per elaborare dati interessantissimi e costruire classifiche, che contribuiranno ad aumentare la visibilità delle pagine Facebook che hanno registrato più utenti.
Ma c’è dell’altro: nello stesso SDK è presente un’altra funzionalità non ancora operativa, indicata come Facebook Social Context, che consente di creare gruppi di utenti accomunati da determinate keyword, ossia parole chiave. Ovviamente, se la parola chiave è un marchio o il nome di un prodotto, in corrispondenza del quale vari utenti hanno cliccato Mi piace o Lo voglio, per Facebook si moltiplicano le possibilità di aggregazione di dati legati agli utenti e preziosi per il marketing, sia perché così gli stessi utenti si trasformano in un campione per indagini di mercato, sia perché possono ricevere proposte pubblicitarie mirate.
La pubblicità è l’anima del commercio. E anche di Facebook.