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Offerte incredibili. Appunto

È davvero incredibile che ancora oggi Vodafone si ricordi di me, sette anni dopo aver migrato ad un altro operatore mobile uno dei miei numeri telefonici. Incredibile che si ricordi di me, che mi rivoglia indietro – come il padre misericordioso della parabola del figliol prodigo – e che, per riavermi, sia disposta a formularmi offerte sempre più vantaggiose! Ma non è ancora tutto: il giorno dopo la scadenza di un’offerta speciale (ma quanto sono stato sprovveduto a non acchiapparla subito?), me la ripropone – solo per me – raddoppiando addirittura i Giga! A questo punto, se continuo a fare il prezioso ancora per un po’ di tempo, andrà a finire che mi pagherà pur di riavermi!?

Questo è quello che potrei pensare se fossi un utente ingenuo e sprovveduto. Tra le righe degli sms che descrivono queste offerte “speciali” si legge una realtà ben diversa, di un mercato che è peggio di una giungla e che per spregiudicatezza fa a gara sia con il mercato degli pneumatici – non ci meravigliamo più se un gommista ci pratica uno sconto minimo del 55% sul prezzo di listino di quattro gomme nuove – che con quello dei divani di Poltronesofà, che in questo periodo pubblicizza i suoi “doppi saldi” su tutta la collezione, mentre per tutto l’anno formula offerte promozionali “valide fino a domenica”.

Naturalmente, quanto a pelo sullo stomaco, vincono le compagnie telefoniche (io sto citando Vodafone solo per esperienza personale, ma potrebbe trattarsi di un altro operatore) che si permettono di proporre “modifiche contrattuali unilaterali” senza chiedere nemmeno un parere alle Authority competenti, pur muovendosi in un mercato regolamentato. In questo caso specifico, da tempo viene applicato il famigerato periodo di fatturazione di 28 giorni, che ha sollevato prima polemiche e poi provvedimenti sanzionatori nei confronti delle compagnie telefoniche, per mancanza di trasparenza verso i consumatori e per sopraggiunta illegittimità. Ma proprio a proposito di Vodafone, il ritorno della fatturazione mensile è stato annunciato lo scorso ottobre, come si legge in fondo a questa intervista concessa dall’amministratore delegato Aldo Bisio al Corriere:

“Abbiamo dunque deciso che ritorneremo al ciclo di fatturazione precedente (…) e lo faremo rapidamente”

L’illegittimità del periodo di fatturazione di 28 giorni è arrivata due settimane dopo queste parole, a metà novembre, attraverso un emendamento al decreto legge fiscale, che ha dato alle compagnie telefoniche 120 giorni di tempo per adeguarsi. Sono passati “solo” due mesi e le offerte promozionali che riceviamo, io e altri utenti, parlano ancora di canoni addebitati “ogni quattro settimane”, pertanto la frase “lo faremo rapidamente” sembra in realtà sovrapporsi ai quattro mesi concessi dal provvedimento di novembre, anziché essere un’iniziativa aziendale.

Se e quando si applicherà nuovamente la fatturazione mensile, nessuno potrà comunque cantare vittoria: fatturare ogni 28 giorni significa riscuotere tredici canoni annuali. Tornare a dodici mensilità fatturabili significa rinunciare a quel +8,6% di ricavi che le compagnie telefoniche avevano ottenuto ed è verosimile prevedere, in seguito, nuove rimodulazioni tariffarie che, ça va sans dire, ritoccheranno al rialzo i costi sostenuti dagli utenti.

AGGIORNAMENTO: Nel sito web aziendale – sezione Vodafone Informa – l’azienda ha annunciato l’atteso ritorno della fatturazione mensile (dal 28 marzo per i clienti con ricaricabile prepagata, dal 5 aprile per gli abbonamenti di telefonia fissa e mobile). Come volevasi dimostrare, la sostanza non cambia:

Il numero dei cicli di fatturazione si riduce da 13 a 12 e di conseguenza l’importo mensile delle offerte aumenterà dell’8,6%. Per avere maggiori informazioni puoi contattare il 42590.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2018 in cellulari & smartphone, news, telefonia, TLC

 

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M (non il boss di 007)

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Non sono stupito dal fatto che Facebook abbia lanciato la sperimentazione di M, il nuovo assistente virtuale: dopo Siri (di Apple), Google Now e Cortana (di Microsoft) era tempo che qualcun altro si muovesse nella stessa direzione.

Naturalmente M viene presentato come qualcosa di più degli assistenti offerti dai competitor, per ora si parla di un’applicazione di intelligenza artificiale calata in Messenger (risponderà via chat a chi lo contatterà, essendo disponibile in mezzo agli altri amici di Facebook), ma nel tempo forse potrebbe avvicinarsi alla Samantha del film Lei (Her).

Attenzione, però: lo scopo di Facebook non è certamente quello di fornire ai propri utenti un compagno virtuale in sostituzione di uno in carne ed ossa: dietro M non ci sono solo automatismi, ma anche molte risorse umane, impiegate sia nel suo sviluppo che nelle sue dinamiche funzionali. Prendetene nota… nel bene o nel male, presto se ne riparlerà, quantomeno per un aspetto fondamentale, ossia l’obiettivo dell’investimento profuso da Facebook.

Al di là degli aspetti scientifici e tecnologici inerenti gli sviluppi sull’intelligenza artificiale, l’azienda si aspetta senz’altro un ritorno economico. Non è difficile prevedere per quale strada sia possibile ottenerlo: i dati trasmessi dagli utenti a M verranno trasformati in informazioni utili ad una sempre più accurata profilazione sulle loro preferenze, da dare in pasto agli inserzionisti pubblicitari.

E, ancora una volta, è bene rendersi conto fin da subito dei possibili risvolti che una novità di questo peso può avere. Per farne uso con la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 27 agosto 2015 in news, social network, tecnologia

 

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Google+, miliardi di utenti a loro insaputa?

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2,2 miliardi di utenti iscritti, oltre un miliardo di utenti attivi. Sono i numeri che Google snocciola per il suo social network Google+ (Google Plus) che – secondo un’analisi condotta dall’utente Edward Morbius e rilanciata da molte testate – potrebbe invece vantare solamente sei milioni di utenti realmente attivi.

In breve: dei 2,2 miliardi di iscritti, solamente il 9% avrebbe condiviso un contenuto pubblico sulla piattaforma. Di quel 9%, solamente il 6% avrebbe pubblicato qualcosa nel 2015. Metà di queste pubblicazioni sarebbero in realtà commenti a video pubblicati su YouTube, mentre la rimanente metà sarebbe per Morbius il volume di utenti effettivamente attivi del social network. In quest’ottica, ottimisticamente, non si andrebbe oltre i sei milioni.

L’analisi è dichiaratamente superficiale (non considera commenti o post di tipo non-public), ma l’autore la ritiene abbastanza indicativa dell’ordine di grandezza del volume di utenti. 

In realtà l’insieme degli utenti reali di Google+ è un’entità particolarmente difficile da quantificare, dal momento che esiste un profilo Google+ pronto (e spesso attivato inconsapevolmente) per ogni utente di ogni servizio Google, a partire da Gmail. Consideriamo inoltre che ogni utente Android – per sfruttare il marketplace Google Play Storedeve possedere un account Gmail e viene garbatamente invitato a far parte di Google+ (memtre configura lo smartphone e in altre occasioni).

Google+, semplicemente, potrebbe quindi rappresentare solo l’area social di un mondo effettivamente affollato di utenti. Ma, tra questi, è molto difficile identificare i dormienti e distinguerli dagli attivi.

 
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Pubblicato da su 27 gennaio 2015 in business, social network

 

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Utenti che lasciano tracce e campagne pubblicitarie che le raccolgono

CeresSoftAle

Come si lancia una campagna pubblicitaria efficace in modo da farla diventare virale? Ad esempio si crea un sito web ad hoc che pubblicizza un nuovo soft drink, con una bacheca in cui tutti possono scrivere ciò che vogliono, senza moderazione e quindi senza alcun tipo di filtro (unici paletti: un messaggio non più lungo di 80 caratteri, ossia mezzo SMS, ed essere utenti di Facebook , affinché si possa essere tracciati attraverso il profilo mantenuto sul social network). Da notare che nella homepage campeggia un conto alla rovescia che scade esattamente il primo aprile

Il rischio che i contenuti prendano una deriva becera è certo. Ma mentre molti si chiedono se il committente ci è o ci fa (la campagna è sfuggita di mano, o è stata appositamente concepita per renderla roboante e farne parlare il più possibile?) e altri si chiedono se sia tutto un pesce d’aprile (sì, non può che esserlo), la piattaforma continua imperterrita a raccogliere informazioni sugli utenti che ci cascano sentendosi liberi di scrivere ciò che più piace loro…

CeresSoftAle2

 

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2014 in business, social network

 

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Numeri e parole sono importanti

Investo un post sul tema dei fake users (utenti fasulli, per chi non rumina l’inglese) di Facebook solo per una piccola precisazione. Le notizie in circolazione evidenziano -soprattutto nei titoli – che l’8,7% degli utenti del social network sarebbero falsi. Prendendo la notizia pubblicata da CNET, ad esempio, basta abbassare gli occhi di un centimetro per leggere la composizione di quella fetta di utenti:

Facebook estimates that 4.8 percent are duplicate accounts, 2.4 percent are user-misclassified accounts, and 1.5 percent are undesirable accounts.

Quindi, traducendo e ricapitolando:

  • il 4,8% è costituito da “doppioni” (come quello dell’utente Pinco Pallino che, raggiunta la quota massima dei 5mila amici, crea un account Pinco Pallino oltre 5mila per non fare torto a nessuno, anche se in realtà chi è amico del secondo account si sente tardivo)
  • il 2,4% è composto da profili classificati in modo errato (ad esempio, profili personali che in realtà sono legati ad attività commerciali, aziende, o associazioni che dovrebbero invece aprire una fan page)
  • l’1,5% sarebbero account indesiderabili (?), utilizzati dagli utenti per condividere contenuti spam

Sono utenti veri? Se per veri intendiamo “utenti unici in carne ed ossa che si iscrivono con un profilo privato”, effettivamente non lo sono.

Sono informazioni utili? Sono utili a chi investe in Facebook, cioè a chi ne segue l’andamento borsistico e a chi si avvale del social network come piattaforma pubblicitaria, che ha tutto l’interesse a capire la composizione del bacino di utenza. Infatti si tratta di stime basate sui numeri contenuti in un rapporto trasmesso alla SEC da Facebook (la SEC è omologa della Consob).

Per questo motivo ritengo che non sia necessario che le testate giornalistiche riservino una posizione di rilievo a questa specifica notizia sui fake users, ma che sia dato il dovuto risalto – a beneficio di coloro che sono realmente interessati – a tutte le informazioni utili contenute in quel documento, da cui emergono molte altri dati, ben più significativi, sull’andamento della società.

Anche gli operatori di telecomunicazioni sono parte interessata, perché hanno ben donde di capire come si muove l’utenza, quella vera. Tanto per fare un esempio, il trend della connettività mobile, in crescente espansione anche nell’ambito di un social network che muove quasi un miliardo di persone, è un dato che ha un’importanza strategica.

 
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Pubblicato da su 3 agosto 2012 in business, social network

 

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Il parlamento europeo boccia ACTA

Il Parlamento Europeo ha bocciato l’ACTA, che ha incassato 478 voti contrari, 39 favorevoli e 165 astenuti. Si tratta del discusso Anti Counterfeiting Trade Agreement, ossia il trattato sull’anticontraffazione negoziato tra USA, Canada, Australia, Giappone, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud, Svizzera e Unione Europea sull’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale.

L’ACTA, tra i suoi principi fondamentali, prevede che i provider siano tenuti a trasmettere ai titolari di diritti di proprietà individuale i nominativi degli utenti ritenuti colpevoli di aver violato tali diritti, senza l’intervento dell’Autorità giudiziaria. Per l’ambiguità e l’incertezza generata dai termini utilizzati nel provvedimento, anche il Garante europeo per la privacy si era espresso negativamente: a suo dire, il documento violerebbe in più parti alcuni diritti fondamentali degli utenti.

La bocciatura rappresenta una vittoria per chi – come La Quadrature Du Net – ha sempre visto in questo trattato un pericolo per la democrazia e un vincolo al libero accesso alla Rete. Fra chi invece vede negativamente la decisione del Parlamento Europeo, Enzo Mazza, presidente di FIMI, che ha dichiarato: “Il paradosso del voto su ACTA è che tutte le previsioni normative incluse nell’accordo bocciato oggi, sono già state recepite dall’ordinamento italiano nel 2006, con il decreto di attuazione della direttiva 2004/48/CE in materia di tutela dei diritti di proprietà intellettuale. È la dimostrazione dell’isteria collettiva di una politica che corre dietro alle istanze populistiche del web, senza ricordarsi nemmeno di ciò che ha votato qualche anno fa e che i giudici applicano quotidianamente”.

 
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Pubblicato da su 4 luglio 2012 in Internet

 

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Facebook: dovevamo essere più chiari

Con un’incredibile applicazione del mai tempestivo (per sua natura) senno di poi, quelli di Facebook si sono resi conto di aver clamorosamente toppato con la sostituzione degli indirizzi e-mail degli utenti nel loro profilo, e anche con le spiegazioni ufficiali che in sostanza recitavano “avevamo annunciato in aprile che avremmo aggiornato gli indirizzi”, senza però chiarire agli utenti l’entità dell’aggiornamento, ne’ quando l’avrebbero fatto, ne’ tantomeno che il tutto sarebbe avvenuto “a loro insaputa”.

Dovevamo essere più chiari – spiegano ora, aggiungendo che l’aggiornamento è comunque annullabile. Altra toppata: l’aggiornamento (ossia la sostituzione dell’indirizzo dichiarato dall’utente con il nuovo indirizzo @facebook.com legato al suo profilo) dovrebbe essere annullato per default, lasciando all’utente la libertà di indicare ciò che preferisce. Tanto tutti hanno capito che questa operazione è stato un patetico tentativo di spingere gli iscritti all’utilizzo della Facebook mail, che nessuno si fila manco di pezza da quando è nata.

Forse il clamore suscitato dall’iniziativa ha ricordato a qualcuno in più che esiste anche questa mail, ma nell’opinione pubblica di centinaia di milioni di utenti è stata solo una picconata in più alla fiducia che gli utenti ripongono in Facebook…

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2012 in News da Internet, social network

 

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Donatori di organi su Facebook

Da oggi Facebook ha attivato una nuova opzione, valida solo per Stati Uniti e Regno Unito, che permette agli utenti di dichiararsi donatori di organi nel proprio profilo, per sensibilizzare gli iscritti sull’argomento della donazione di organi e creare un canale informativo aggiuntivo. Secondo quanto risulta da una ricerca effettuata dal New York Times, l’utilizzo di questa opzione potrebbe veicolare notevolmente un messaggio di sensibilizzazione sul tema.

 
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Pubblicato da su 1 maggio 2012 in social network

 

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