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Clubhouse nel mirino di Facebook e Twitter

Quando una piattaforma tecnologica sembra funzionare, Mark Zuckerberg inizia a puntare i piedi e a volerla acquistare per inglobarla nella famiglia Facebook. Era accaduto con Instagram, si è ripetuto con WhatsApp e con Oculus. Ora – stando a quanto riferisce il New York Times – sarebbe il turno di Clubhouse, il social network “solo audio”, che sta acquistando popolarità mondiale grazie all’ingresso – registrato nei giorni scorsi – di vari nomi illustri (tra cui Elon Musk, ma anche personaggi come Drake, Tiffany Haddish e Jared Leto), che hanno contribuito a solleticare l’interesse di molti investitori. Clubhouse sarebbe però nel mirino anche di Twitter: entrambi i gruppi, infatti, avrebbero in cantiere soluzioni concorrenti (quella a cui sta lavorando Twitter si chiamerebbe Spaces).

Che l’evoluzione dei social network vada in questa direzione? Possibilissimo. Nel frattempo, però, l’impegno al rispetto degli utenti e delle loro informazioni personali deve essere mantenuto e il fatto che il “pioniere” Clubhouse, nelle proprie condizioni d’uso, non abbia previsto nessuna conformità alle regole previste dal GDPR lascia aperti ancora molti dubbi, insieme a quelli dei possibili utilizzi dei contenuti delle conversazioni. Ma è ormai certo che presto ne sentiremo parlare nuovamente.

Anziché fermarsi al lato social, i big potrebbero però guardare oltre e in altre direzioni, ad esempio verso una declinazione più social di soluzioni come Robinhood, la piattaforma di trading senza intermediazione, destinata ai piccoli investitori interessati alle criptovalute o a pacchetti di titoli quotati a Wall Street, gratuita per chi sceglie di sorbirsi inserzioni pubblicitarie, a pagamento per chi preferisce abbonarsi. Ma in entrambe le versioni rischiosa, per chi si avventura da solo in operazioni finanziarie senza alcun supporto. Questa è una boutade provocatoria ovviamente, ma non è detto che il futuro di questo settore non contempli questa possibilità.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2021 in news

 

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Occhio al futuro

GoogleGlassOculus

In questi ultimi tempi, nel settore della tecnologia, spiccano i business orientati alla wearable technology, la tecnologia indossabile che oggi è già realtà di serie per quanto riguarda gli smartwatch e altri accessori in uso da tempo, e che ora sta puntando dritta agli occhi degli utenti. In particolare si parla molto di due operazioni:

  • l’accordo siglato tra Luxottica e Google per il design dei Google Glass;
  • l’acquisto di Oculus da parte di Facebook.

I primi, per chi non ne avesse ancora sentito parlare sono occhiali per la realtà aumentata, con un piccolo display HD posto in prossimità dell’occhio (che equivale ad uno schermo da 25 pollici visto a due metri di distanza), audio a conduzione ossea, una fotocamera da 5 Megapixel (che può scattare foto e registrare video a 720p), connettività WiFi e Bluetooth e una memoria da 12 GB. Permettono di utilizzare funzionalità simili a quelle degli smartphone (chi li indossa può fare compiere le azioni più svariate). L’accordo con Luxottica rappresenta un matrimonio tra la loro tecnologia e il design, quindi presto potremmo vedere questa tecnologia su occhiali Ray-Ban o Oakley (marchi di proprietà di Luxottica), solo per citare i più sportivi.

Oculus ha progettato un visore per la realtà virtuale, apparentemente ideale per i videogame: indossato, il visore mostra due diverse immagini agli occhi dell’utilizzatore, offrendogli una visione 3D. Il dispositivo è dotato di sensori per rilevare e riprodurre gli eventuali movimenti della testa, e far reagire il “mondo virtuale” di conseguenza. Zuckerberg in questo visore ha visto altro, ossia la possibilità di immergere l’utente nel suo social network per trasformarne l’esperienza per quanto riguarda ogni forma di intrattenimento (per dare all’utente la sensazione di trovarsi dentro un film, nel mezzo di un evento sportivo, o di fronte al docente in un’aula universitaria).

Mirabolanti possibilità per gli utenti, ma soprattutto per le due aziende in campo, che negli ultimi tempi hanno fatto scuola in materia di invasione nella privacy degli iscritti ai loro servizi: questi attraenti dispositivi ampliano a dismisura le loro possibilità di business (e quelle dei loro inserzionisti). Se oggi ci profilano – mediante smartphone o computer – memorizzando i dati delle nostre ricerche, della navigazione e della nostra localizzazione per incrociarli al meglio con le offerte dei loro inserzionisti, domani – mediante un wearable device, dispositivo indossabile – potranno essere ancora più mirati, puntuali e precisi, perché godranno della massima attenzione dell’utente, ancor meno distratto da fattori esterni e quindi più concentrato su quanto percepisce. Il business non è (solo) nella vendita del dispositivo, ma si alimenta con l’indotto dei servizi accessori che gravitano attorno al dispositivo; il legame tra le due entità può non essere immediatamente visibile, ma in realtà è saldo e iindispensabile al buon andamento del mercato in cui si muovono queste grandi aziende.

Come ho avuto modo di dire in passato, la tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno possa sfruttarla per perseguire i propri interessi e appia piena consapevolezza tanto dei rischi quanto delle opportunità derivanti dalle innovazioni.

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2014 in business, Life, news, wearable

 

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