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Facebook fa la morale a Apple

Facebook ha avviato una campagna contro Apple acquistando intere pagine di giornale – su The New York Times, Wall Street Journal e Washington Post – alzando la voce per criticare con forza le nuove impostazioni relative alla privacy di iOS 14, il sistema operativo di prossima introduzione su iPhone. Le modifiche permetteranno agli utenti di non autorizzare (e quindi disattivare) la tracciabilità dei propri dati attraverso app e siti web, impedendo ai social network e ad altre aziende di raccogliere dati personali (interessi, preferenze, geolocalizzazione) per la profilazione dei consumatori. Il gruppo di Mark Zuckerberg promuove questa battaglia sostenendo che questa novità danneggerà le piccole imprese che perderanno visibilità pubblicitaria… che però è la base del fatturato di Facebook.

Andiamo con ordine: con iOS 14, ogni utente iPhone avrà la possibilità di bloccare la tracciabilità di ciò che fa su Internet. Di conseguenza sarà possibile scegliere di non trasmettere a nessuno i dati che riguardano l’attività svolta su Internet, cosa che avviene ad esempio quando fate una ricerca su un argomento o un prodotto, e in breve tempo – da siti web e pubblicità mostrate da app gratuite – si vedono banner pubblicitari che riguardano proprio l’oggetto di quella ricerca. Fra i maggiori attori sulla scena della raccolta pubblicitaria c’è proprio Facebook, che ovviamente è gratuito per gli utenti.

Sicuramente molti penseranno di utilizzare poco i social network e quindi di non essere il bersaglio ideale della pubblicità che veicola. Ma considerando che Facebook ha quasi 3 miliardi di utenti (e che il gruppo include anche Instagram e WhatsApp, su cui sono già in corso progetti pubblicitari), è certo che in questo insieme globale esista un mucchio di persone pronte a cliccare su banner pubblicitari e annunci sponsorizzati, dando linfa al suo business. Se una parte di questi iscritti smettesse improvvisamente di farsi tracciare e di condividere i dati sulle proprie attività in Internet, i numeri potrebbero cambiare parecchio: le inserzioni pubblicitarie generiche, non basate sulla profilazione degli utenti, generano il 60% in meno dei ricavi che invece vengono prodotti dagli annunci mirati ai consumatori (ossia, ad esempio, quelli che pubblicizzano pneumatici dopo che su Internet abbiamo usato un motore di ricerca per trovare informazioni su pneumatici, e visitato siti web di produttori di pneumatici o letto articoli pubblicati su siti web sull’automobilismo).

Facebook nelle proprie argomentazioni punta sempre a dichiarare che sarà Apple a beneficiare di queste iniziative: “Apple si sta comportando in modo anticoncorrenziale sfruttando il proprio controllo sull’App Store a vantaggio dei propri profitti, ai danni di artigiani e piccole imprese”. Proprio ad accuse di comportamento contrario alla leale concorrenza deve però rispondere la stessa Facebook, come è emerso nei giorni scorsi. Apple intende comunque andare avanti per la propria strada e difende la propria scelta, basata su un principio assolutamente condivisibile: gli utenti devono essere in condizioni di sapere quando i loro dati vengono raccolti e condivisi tra altre app e siti Web, e di scegliere se consentirlo oppure no.

Capito perché privacy non va d’accordo con gratuito? Perché la presunta gratuità in realtà si paga, ma con una diversa moneta: quella dei dati personali, che alimentano i consigli per gli acquisti a cui gli utenti vengono indotti, pagando di tasca propria. In conclusione: anche la gratuità ha un prezzo.

 
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Pubblicato da su 17 dicembre 2020 in news

 

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E-commerce sospetti che spuntano come funghi

Attenzione agli acquisti online, soprattutto in prossimità del Natale: la fretta di trovare un regalo può essere cattiva consigliera e far calare quell’attenzione che invece è necessaria per distinguere un vero sito di e-commerce da un sito truffaldino che punta ad avere le vostre credenziali o direttamente al vostro denaro, facendovi credere di aver comprato un prodotto che non riceverete mai. Come nei casi di alcuni siti web che mi hanno segnalato in questi giorni, come it-disney.com e breil-italia.com, che nulla hanno a che vedere con le aziende di cui citano i brand.

Un negozio online fasullo non sempre è facilmente identificabile. I due siti web che ho citato – così come altri in cui mi sono imbattuto in passato (ad esempio in occasione del black friday, ma anche in precedenza) – sono realizzati discretamente e un occhio non allenato può cadere nella loro trappola: la grafica è abbastanza curata e alla base c’è una piattaforma di e-commerce strutturata (talvolta si tratta di software disponibili sul mercato, come Shopify). Esistono però alcuni indicatori fondamentali che possono rivelare la vera natura del sito web:

  • la sicurezza della connessione: senza dilungarmi in dettagli tecnici sui protocolli, un negozio online deve offrire – almeno nella fase del pagamento online, se non su tutto il sito – la massima sicurezza della connessione, pertanto l’indirizzo web deve iniziare con il protocollo https: (che contraddistingue una connessione criptata e sicura), se vedete solo “http” quel sito non è sicuro. Precisazione: non è detto che un sito sia pericoloso solo perché non vedete https nell’indirizzo. Il protocollo sicuro è indispensabile solo per siti web che richiedono l’inserimento di dati personali e sensibili (commercio elettronico, istituti bancari, siti medico-sanitari, enti pubblici e privati che offrono servizi, social network, eccetera);
  • i requisiti di legge: un sito web di e-commerce non può essere privo dei dati che identificano l’azienda che rappresenta. Un’attività commerciale italiana deve indicare la ragione sociale e la partita iva, in homepage e/o in un’area dedicata alle informazioni aziendali (termini di utilizzo, condizioni di vendita, eccetera); Amazon, per esempio, opera sul mercato italiano pur non essendo una società italiana, ma alla pagina Condizioni generali di uso e vendita fornisce tutti i dati societari e i riferimenti della rappresentanza italiana;
  • contatti certi e rintracciabili: se mancano le informazioni indicate sopra, non basta una pagina “contatti” con un form in cui l’utente può indicare, nome, indirizzo e-mail e scrivere un messaggio;
  • la coerenza dei contenuti: se in un sito trovate testi che non c’entrano nulla, c’è qualcosa che non va… in un sito che si presenta come Disney Store, non potete trovare le condizioni del sito breil-italia.com, questo è sintomo di un copia+incolla decisamente “poco accurato” da parte di qualcuno che forse realizza siti web farlocchi in serie…
  • il buon utilizzo della lingua italiana: un professionista serio non ha cadute di stile, ne va della propria immagine e il sito web in cui vende i propri prodotti deve essere all’altezza della reputazione che vuole mantenere. Non ci possono essere errori vistosi ortografici o grammaticali e non si possono trovare alcune parti in italiano e altre in una lingua diversa. Avere un sito web in italiano e presentare la sezione del pagamento online in inglese e senza https, come in questa immagine, è decisamente sospetto:

Evitate gli acquisti di corsa: qualche minuto in più, speso (anzi investito) nel verificare a chi state per dare il vostro denaro… non ha prezzo!

 
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Pubblicato da su 15 dicembre 2020 in news

 

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Telefonini di Stato: senza abusi risparmieremmo 1,5 milioni ogni anno

7,7 milioni di euro spesi – anzi, buttati – in servizi inutili, chiamate a numeri con sovrapprezzo, servizi di home banking, intrattenimento e televoto, dal 2012 al 2017. E’ il risultato dell’analisi effettuata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla digitalizzazione dell’Amministrazione Pubblica sui 401.839 telefoni cellulari a carico dello Stato. L’analisi è stata condotta nel modo più semplice del mondo: analizzando il traffico telefonico.

Indubbiamente, come si verifica spesso a molti utenti, sarà capitato anche a molti dipendenti e funzionari pubblici di ritrovarsi casualmente abbonati a servizi come “Sexy Land”, “Video Hard Casalinghi”, oroscopo del giorno, ricette e quant’altro fa parte del fitto sottobosco dei business collaterali alla telefonia mobile. Un po’ meno inconsapevoli sono la partecipazione a operazioni di televoto, le donazioni attraverso sms e gli acquisti di beni e servizi: se possono essere considerate “ordinaria amministrazione” le chiamate ai call center di Alitalia o Trenitalia (auspicabilmente per viaggi di servizio), sono quantomeno dubbie quelle effettuate, ad esempio, a TicketOne per l’acquisto di biglietti per i concerti. E’ bello che qualcuno si impegni a non usare il contante a favore della moneta elettronica, ma qui si parla di acquisti fatti tramite cellulari di servizio in uso a dipendenti, funzionari, dirigenti di comuni, province, regioni, ministeri e altri enti pubblici.

Come già detto, questi numeri sono emersi analizzando il traffico telefonico e sarebbe sufficiente un controllo periodico di fatture e bollette per non arrivare a simili sprechi e a situazioni che dovrebbero portare a sanzioni, provvedimenti disciplinari, denunce per peculato. Inoltre, se è vero che una parte considerevole di questa vergogna è rappresentata da quei servizi a pagamento che potrebbero anche essere attivati in modo inconsapevole, perché nessuno ha mai pensato di chiederne il blocco preventivo o la disattivazione?

7,7 milioni in cinque anni, poco più di 1,5 milioni all’anno. Il denaro buttato in questo scempio è denaro pubblico. Non esce direttamente dalle nostre tasche – o dalle tasche di chi lo utilizza – ma è comunque denaro di tutti noi. Perché non impegnarsi a gestirlo con attenzione e impiegarlo in modo più proficuo?

 
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Pubblicato da su 8 agosto 2017 in cellulari & smartphone, news

 

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AmazonDash, il dittafono per ordinare la spesa online

AmazonDash

Confesso di essere molto incuriosito da Amazon Dash, che non è un detersivo personalizzato, ma un dispositivo WiFi per fare acquisti online, ovviamente tramite Amazon. Si tratta di un lettore di codici a barre dotato di microfono e scheda WiFi, utilizzabile da chi possiede un account AmazonFresh, un servizio per acquistare da casa generi alimentari su Amazon.

La funzione del Dash si concretizza nella compilazione automatica di una lista della spesa, da inoltrare ad Amazon sotto forma di ordine di acquisto, per poi ricevere – se possibile in giornata – i prodotti indicati. L’utente può farne uso a casa propria: per ogni prodotto che vuole acquistare, ne legge il codice a barre (se ne ha una confezione), oppure utilizza il microfono per dettarne il nome (se non lo ha a portata di mano). Una volta memorizzati dal Dash – e visionati dall’utente su AmazonFresh da computer, tablet o smartphone – i prodotti possono essere ordinati direttamente online.

AmazonFresh permette consegne in giornata (o nella prima mattinata del giorno successivo), al momento è disponibile al costo di 299 dollari solo in alcune zone occidentali degli USA (California del sud e le aree metropolitane di San Francisco e Seattle) e prevede la consegna gratuita per ordini superiori ai 35 dollari.

 
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Pubblicato da su 8 aprile 2014 in business, e-commerce, Internet, tecnologia

 

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Soddisfatti o demolitori

E’ più assurdo acquistare un violino antico via Internet pagandolo 2500 dollari su PayPal, oppure essere costretti dalla stessa PayPal a distruggere il violino ricevuto e rivelatosi falso, per ottenere il rimborso della somma spesa?

 
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Pubblicato da su 4 gennaio 2012 in news

 

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