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Un americano su due è schedato con riconoscimento facciale. Prossimamente anche in Italia?

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Metà della popolazione americana è schedata attraverso sistemi di riconoscimento facciale, secondo quanto emerge da una ricerca americana sui sistemi di riconoscimento facciale condotta da The Center on Privacy & Technology, istituto della Georgetown University che, nell’ambito del dipartimento di Giurisprudenza) si occupa, come si intuisce dal nome, di studiare il complesso rapporto esistente tra tecnologia e privacy. E’ possibile trovarne risultati e considerazioni sul sito dedicato a tale ricerca, The Perpetual Line-up, il cui titolo richiama i Line-up, i confronti all’americana.

In questo caso, però, il riconoscitore è un software che riceve un’immagine, estrapolata dalle riprese di una telecamera, e la confronta con un database di foto, alla cui formazione concorrono le fototessere delle patenti di guida e foto di volti ripresi da sistemi di videosorveglianza cittadini, un archivio composto da dati appartenenti prevalentemente da cittadini incensurati.

Su La Stampa di oggi leggiamo che questi sistemi, stando ad un’azienda leader del settore, hanno un tasso di accuratezza che può arrivare al 95%. Di conseguenza, se le forze dell’ordine ne dovessero fare uso per identificare un sospetto, avrebbero una probabilità di errore minima del 5%.

Anche l’Italia vuole dotarsene, con l’obiettivo dichiarato di un potenziamento dei sistemi di sicurezza nazionale, e a questo scopo lo scorso anno ha indetto una gara pubblica da 56,7 milioni di euro, sulla cui aggiudicazione, però, nulla è stato reso noto. Se venisse adottato dalle forze dell’ordine del nostro Paese, è verosimile pensare che il database di confronto potrebbe essere formato dalle foto di documenti di identità digitali (carta di identità, patente, eccetera), e abbinato ai dati degli altri sistemi digitali di identificazione. Una volta a regime, pertanto, la schedatura potrebbe avere copertura completa, ossia riguardare tutti i cittadini censiti nei sistemi anagrafici pubblici.

Una prospettiva da tenere sotto controllo.

 
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Pubblicato da su 21 ottobre 2016 in news

 

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Cyber-guerra? Non è una novità, ma richiede sempre attenzione

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La cyber-guerra tra Stati Uniti e Russia – quella di cui si parla molto in questi giorni – non è esattamente una novità: probabilmente è in corso da quando esiste Internet, o quantomeno da quando la rete è diventata strumento e canale di comunicazione. E’ infatti ovvio che i servizi di intelligence (di tutti i Paesi, ma soprattutto di quelli con più risorse) abbiano sempre sfruttato le opportunità di intercettazione delle comunicazioni elettroniche e di intrusione nei sistemi altrui: con il passare del tempo, gli obiettivi degli attacchi informatici hanno cambiato e ampliato orientamento, passando dai dati personali a quelli di realtà aziendali e governative. La corsa alle elezioni presidenziali attualmente in corso negli Stati Uniti ha semplicemente amplificato e messo in maggior luce una “problematica” che esiste da sempre e che, probabilmente, in questa occasione si è fatta particolarmente intensa.

Qualcuno leggerà queste notizie con sorpresa e con il distacco di chi pensa siano cose lontane da se’, ma non mancheranno reazioni di apprensione e preoccupazione. Ricordiamoci, comunque, che nel digitale la sicurezza assoluta non esiste (mentre il business correlato alla cyber security è in crescita) e teniamolo presente quando si parla di Internet of Things, l’Internet delle cose: alla rete è possibile collegare gli elettrodomestici, la tv e altri dispositivi, ma anche elementi e componenti degli impianti di una utility. Pensiamo a cosa potrebbe accadere se un attacco informatico avesse per obiettivo il sistema di gestione di una rete di trasporto pubblico, un acquedotto, un metanodotto, la rete elettrica.

 
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Pubblicato da su 17 ottobre 2016 in news

 

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Galaxy Note 7, non usatelo. Ve lo chiede Samsung

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Quando un produttore delle dimensioni di Samsung arriva al punto di sospendere le vendite, fermare la produzione e infine chiedere di non utilizzare un proprio dispositivo, come avviene ora nel caso del Galaxy Note 7, significa che il problema è molto grave:

Consumers with either an original Galaxy Note7 or replacement Galaxy Note7 device should power down and stop using the device and take advantage of the remedies available.

I clienti in possesso sia di un Galaxy Note 7 originale che di un Galaxy Note 7 sostitutivo dovrebbero spegnere e smettere di usare il dispositivo, sfruttando le alternative messe loro a disposizione.

E sarà un problema di considerevoli conseguenze.

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2016 in news

 

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Facebook at Work ora si chiama Workplace

Con un colpo di scena assolutamente ininfluente, il già annunciato Facebook at Work è stato ribattezzato Workplace by Facebook.

Per il resto vale quanto già scritto nel mio post di fine settembre:

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2016 in Internet, news

 

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Google prova a lanciare il font universale (e a superare Unicode?)

Noto è il nome di un nuovo font presentato da Google e realizzato in collaborazione con Monotype nell’ambito di un progetto durato cinque anni: potrà essere utilizzato per la maggior parte delle lingue e degli alfabeti del mondo, risolvendo i problemi di incompatibilità dei caratteri speciali che possono generare testi con fastidiosi simboli sostitutivi rettangolari (esempio: ), soprannominati Tofu perché richiamano visivamente del pezzi di Tofu (non per tutti: per me sono sempre stati degli asettici quadrettini). Il font viene reso disponibile con licenza Open Font License ed è liberamente scaricabile e utilizzabile senza limitazioni:

Oltre a risolvere l’annoso e sentito disagio dato dal Tofu problem, Noto permetterà a Google di diffondere i suoi servizi anche a utenti di Paesi che utilizzano lingue e alfabeti poco diffusi. Alla nuova famiglia di font (un pacchetto da 472,6 MB), tuttora in evoluzione, appartengono finora 110.000 caratteri differenti e utilizzabili in oltre 800 lingue e 100 alfabeti, coprendo praticamente ogni simbolo riconosciuto a livello Unicode (e forse puntando a superarlo nel ruolo di standard). Verosimilmente Noto potrebbe comunque essere il protagonista grafico del nuovo Andromeda OS, il sistema operativo in cui dovrebbero confluire le voluzioni di Android e Chrome OS.

 
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Pubblicato da su 10 ottobre 2016 in news

 

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L’epoca degli scandali a orologeria e delle apparenze ingannevoli

Avete mai notato come alcune notizie di importanza critica emergano in circostanze particolari? L’ultimo eclatante esempio lo troviamo nella campagna presidenziale degli Stati Uniti: dal suo inizio, e in particolar modo prima di ogni dibattito tra Hillary Clinton e Donald Trump, informazioni, scandali e testimoni legati a fatti risalenti anche ad anni prima spuntano come funghi. Nel caso dei due candidati presidenziali, da quando sono entrambi nella stessa arena la sfida è senza esclusione di colpi, nonostante fino a poco tempo prima i rapporti fossero più che amichevoli…

Questo ci insegna due cose: la prima è che non bisogna fermarsi alla superficie di ciò che appare, ma andare sempre oltre; la seconda è che nessun segreto è inviolabile. Se nessuno lo fa emergere nel momento in cui lo scopre, è semplicemente perché non serve portarlo alla luce in quel momento. Le informazioni vengono raccolte sempre, immagazzinate quando non servono e portate al pubblico quando possono esprimere il massimo del loro valore, sia esso esaltatorio o diffamatorio. E comunque si rimane – apparentemente e forzatamente – tutti amici finché uno non mira a conquistare lo stesso obiettivo.

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Pubblicato da su 10 ottobre 2016 in news

 

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Google Home alla conquista del mondo

In Italia non arriverà subito, ma meglio essere pronti per quando sarà il momento: Google Home è già in procinto di raggiungere i mercati di alcuni paesi, al prezzo di 129 dollari. C’è un sistema di intelligenza artificiale alle spalle di questo smart speaker (ma soprattutto uno smart microphone), in grado di gestire i dispositivi connessi nell’ambito di una casa o di un ufficio, tramite comandi vocali, da impartire in modo naturale e – in futuro – personale, dato che è in fase di sviluppo una funzionalità che gli permette di capire chi sta parlando, riconoscendone la voce.

Avvertenza basata sul realismo: inserire Google Home a casa propria – ça va sans dire – significa aprire la propria abitazione ai server di Google, pronti ad ascoltare tutto ciò che si potrà sentire. Verosimilmente, all’ascolto seguirà una registrazione e un’elaborazione dei dati acquisiti attraverso questo nuovo canale. Il machine learning consentirà al sistema di raffinare le proprie prestazioni e migliorare la propria efficienza.

 
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Pubblicato da su 7 ottobre 2016 in news

 

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L’intelligence dietro alle mail (e non solo)

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Ennesimo caso di violazione della privacy degli utenti ed ennesima bordata su Yahoo! Secondo quanto rivelato da Reuters, l’azienda lo scorso anno avrebbe attivato una piattaforma in grado di analizzare tutti i messaggi di posta elettronica dei propri utenti a beneficio dei servizi di intelligence americani (Nsa? Cia? Fbi?).

Reputo francamente poco importanti i presunti retroscena di questa vicenda (l’amministratore delegato Marissa Mayer avrebbe dato l’ok all’operazione alle spalle del Chief Information Security Officer Alex Stamos, che ha lasciato l’azienda un anno fa per essere assunto da Facebook), dal momento che è solo l’ultimo episodio in materia: è ancora fresca la rivelazione di un’altra violazione massiva avvenuta nel 2014 in seguito ad un attacco, il cui mandante si presumeva essere un governo. E non è da dimenticare, a questo proposito, lo spionaggio delle webcam, sempre degli utenti Yahoo – attuato dal 2008 al 2014 con l’operazione Optic Nerve adal GCHQ (l’intelligence inglese). Per non parlare di PRISM e di quanto emerso con il Datagate, che ha coinvolto tutti i più grandi service provider (incluso Yahoo!).

La reputazione dell’azienda sotto questo profilo è ormai azzerata e forse questo può giovare a Verizon che la sta per acquistare (ad un valore che presumibilmente sta precipitando). Ma non è di questo che mi preoccuperei (quanti di voi hanno un account Yahoo?).

Nel luglio 2013 avevo formulato questa osservazione:

nessuno cada dalle nuvole se si dovesse scoprire che la NSA (…) ha sfruttato e sfrutta anche la collaborazione delle altre aziende come GoogleFacebook  e Yahoo, visto che si tratta di aziende che offrono mail, VoIP, piattaforme cloud per applicazioni e storage, social network con chat e servizi per condividere di tutto.

A questa stregua, potremmo dare per assodato che ogni nostra comunicazione elettronica possa essere intercettata da qualcuno, per scopi sconosciuti in quanto non dichiarati. Andrebbe chiarito nelle condizioni di utilizzo di tutti i vari servizi di comunicazione.

 

 
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Pubblicato da su 5 ottobre 2016 in news, privacy

 

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Internet fa male, Internet fa bene… Internet non “fa” niente

E’ straordinario quanto un argomento – come ad esempio il rapporto tra Internet e salute – possa essere divisivo. Non tanto nella percezione degli utenti, quanto in quella trasmessa dalla stampa, che riferisce delle ricerche di studiosi ed esperti in materia.

Secondo i dati diffusi dalla Società italiana di ipertensione arteriosa (Siia), “il 4% dei bambini e ragazzi tra i 4 e i 18 anni ha la pressione alta, e 4 bambini su cento sono ipertesi già alle elementari. Sul banco degli imputati una dieta scorretta – troppo sale e zucchero nei cibi – ma anche una vita sedentaria alimentata da un uso eccessivo di internet e videogiochi”. Situazione analoga a quella che si poteva leggere trent’anni fa, quando però il banco degli imputati era occupato dalla tv (non certo da Internet) e i videogiochi contribuivano al problema solo in parte. Internet fa male?

Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of American Heart Association, gli utenti che utilizzano Internet, e in particolare alcune app disponibili per smartphone, sono “più attivi e attenti al benessere fisico anche grazie alle conoscenze apprese via web e al contributo dei tracker per il monitoraggio della forma fisica, la corretta alimentazione e l’allenamento”. Internet fa bene?

L’oggetto della ricerche sembra differente, il campione analizzato lo è sicuramente, i risultati sono diametralmente opposti. I punti in comune sono invece molti, a partire dal fatto che si parla di moto, che da una parte sarebbe “inibito” dalla sedentarietà… alimentata da “un uso eccessivo di Internet e videogiochi”, mentre dall’altra è addirittura stimolato “dalle conoscenze apprese via web e al contributo dei tracker”.

Ovviamente ogni tematica va contestualizzata per poter essere trattata nel modo corretto anche per chi legge queste notizie, ma anche in questo caso – in cui lo stesso soggetto viene indicato sia come malefico che come benefico – la verità è un’altra. Non è internet a fare male, ne’ a fare bene. In questo caso è l’indole umana a condizionare i comportamenti di ognuno. Uno che trascorre il proprio tempo solamente con Internet e videogiochi non ha la stessa attitudine di un altro che sceglie di usare le app per tenere sotto controllo forma fisica e alimentazione.

Non è certo colpa di Internet se persone con obiettivi di vita differenti ottengono risultati differenti. Prima dell’avvento di Internet, videogiochi e tv, su chi si sarebbe potuto puntare il dito? Sul divano?

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2016 in news

 

WhatsApp introduce nuove funzioni per la fotocamera

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Le nuove funzioni per la fotocamera introdotte da WhatsApp mi fanno pensare che ora nelle chat – anche e soprattutto di gruppo – sarà possibile prendersi in giro in modo molto più efficace. Però volete mettere? Ora sarà possibile scattare “selfie perfetti” (è scritto così) anche in condizioni di luce scarsa e al buio (il display si illuminerà, funzionando come un… flash leggero). Cose di cui non si poteva fare a meno, insomma…

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2016 in news

 

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Facebook at Work, per un lavoro più “social” (attenzione: condividere responsabilmente!)

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Tra pochi giorni arriverà Facebook at Work, una sorta di piattaforma di comunicazione interna dedicata al mondo delle aziende. In pratica l’obiettivo è quello di creare una sorta di social network interno all’azienda, in cui l’utente avrà un account lavorativo distinto dall’account standard di Facebook. Non sarà gratuito, ma non prevederà nemmeno un canone fisso per ogni azienda che lo utilizzerà: la tariffa sarà subordinata al numero dei dipendenti aziendali attivi.

Non sarà un competitor diretto di LinkedIn, che è e rimane un social network orientato al mondo del lavoro (ossia con molto meno cazzeggio) e trasversale, in quanto ha l’obiettivo di mettere in contatto tra loro i professionisti indipendentemente dalla realtà in cui lavorano, anche allo scopo di creare nuovi rapporti di collaborazione o di lavoro. Se troverà terreno fertile, è prevedibile che possa porsi come alternativa in azienda ai sistemi di comunicazione interna (l’e-mail innanzitutto, oltre a soluzioni come Yammer).

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2016 in business, news

 

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WhatsApp e Facebook chiamate “a rapporto” dal Garante per la Privacy

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Era prevedibile che il Garante per la Privacy volesse fare chiarezza sullo scambio automatico di dati tra WhatsApp e Facebook introdotto un mese fa sull’app di messaggistica. L’Authority ha aperto un’istruttoria e chiesto di sapere:

  • la  tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;

  • le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;

  • le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.

Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti  WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.

Per chi si fosse perso qualcosa, è bene ricordare che a fine agosto WhatsApp ha introdotto anche alcune modifiche al testo delle informazioni sulla privacy. In particolare, nella sezione Modalità di utilizzo delle Informazioni da parte di WhatsApp si legge:

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”WhatsApp potrebbe offrire il marketing per i Servizi e per i servizi del gruppo di società di Facebook di cui fa ora parte”. E’ una frase che apre un mondo di possibilità. Di marketing.

Non importa che l’azienda dichiari :

Anche se ci coordineremo maggiormente con Facebook nei mesi a venire, i messaggi crittografati rimarranno privati e nessun altro potrà leggerli. Né WhatsApp, né Facebook, né nessun altro. Non invieremo né condivideremo il tuo numero di WhatsApp con altri, incluso su Facebook, e continueremo a non vendere, condividere, o dare il tuo numero di telefono agli inserzionisti.

Facebook – anzi, il gruppo di società di Facebook – non ha alcuna necessità di avere da WhatsApp il numero telefonico dell’utente. Sa con precisione da quali dispositivi si collega l’utente e ha tutti gli elementi per capire se un utente di Facebook lo è anche di WhatsApp e unire le due anagrafiche. Non gli serve trasmettere il numero telefonico agli inserzionisti: è Facebook a combinare inserzioni e utenti, in base alle informazioni che è in grado di raccogliere, e a mostrare agli utenti le pubblicità che più rispondono al profilo di ognuno.

E’ bene comunque tenere presente che WhatsApp, su ogni smartphone, ha un archivio contatti che viene costantemente confrontato con la rubrica presente sullo stesso dispositivo. Se un contatto personale è utente di WhatsApp, l’app lo aggiunge tra quelli disponibili: esiste quindi un flusso di informazioni che va dalla rubrica del dispositivo verso WhatsApp e da WhatsApp ai propri server (nonché viceversa). E’ in virtù di questo stesso flusso che ci viene mostrata l’icona di un utente che non conosciamo, ma che appartiene come noi ad un gruppo WhatsApp, nel quale compare con il proprio numero telefonico in chiaro, trasmettendoci quindi alcuni elementi dei suoi dati personali, inconsapevolmente.

E’ un bene che il Garante voglia vederci chiaro. E’ bene che gli utenti ci vedano chiaro e si rendano conto del significato di quel Condividi le informazioni del mio account.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2016 in news

 

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Google Allo, un saluto alla privacy

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Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciato Allo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.

Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.

Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.

Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

 

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2016 in news

 

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Camera, in arrivo nuove regole per i giornalisti. E per i deputati?

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Dal 10 ottobre 2016 sarà vietato riprendere (con foto o video) deputati e membri del Governo mentre dormono, giocano, guardano la partita o, più in generale, si fanno i fatti propri alla Camera. Lo stabilisce il nuovo codice di autoregolamentazione che reporter e operatori dovranno aver sottoscritto per accettazione, condizione necessaria per poter accedere alla tribuna riservata alla stampa.

Tra le regole previste dal codice, troviamo:

  • l’obbligo di assistere ai lavori in silenzio e senza mostrare cenni di approvazione o disapprovazione;
  • l’obbligo di “interrompere immediatamente le riprese a ogni sospensione di seduta”;
  • il divieto di diffondere “fotografie e riprese visive atte a rilevare comunicazioni telefoniche”;
  • il più generico divieto di diffondere immagini “non essenziali per l’esercizio del diritto di cronaca relativo all’attualità e allo svolgimento dei lavoro in Aula”;
  • il divieto dell’utilizzo di tecniche di rielaborazione di riprese “che comportino un danno alla dignità dei deputati e membri del governo presenti in aula e al diritto alla riservatezza”;
  • il divieto temporaneo di accesso alle tribune riservate alla stampa in caso di inosservanza delle disposizioni.

Qualcuno potrebbe osservare che i deputati, nell’esercizio delle proprie funzioni, sono dipendenti pubblici e che la Camera è il loro posto di lavoro. Con questi presupposti, dovremmo pensare che anche per loro debba essere applicato il divieto di utilizzo di impianti audiovisivi per il controllo dell’attività dei lavoratori (art. 4 dello Statuto dei Lavoratori)?

Il lavoro dei deputati – che non si svolge unicamente nell’Aula, ma anche in altri uffici e in altre stanze – consiste nel proporre e votare disegni di legge, proporre mozioni, presentare interrogazioni e interpellanze al governo, partecipare all’attività di commissioni permanenti. L’assemblea che si tiene nell’Aula è il centro delle attività della Camera: si discutono gli argomenti previsti negli ordini del giorno delle varie sedute, si concede (o si revoca) la fiducia al Governo, si prendono decisioni, si esaminano i progetti di legge per discuterli e votarli.

Le regole sommariamente elencate sopra danno un’indicazione precisa: è consentito documentare visivamente ciò che avviene in aula durante le sedute, ma solo se strettamente correlato all’oggetto della seduta stessa. Niente immagini di momenti che non appartengono ai lavori durante la seduta, di deputati che parlano al telefono, confabulano, si stringono le mani, si abbracciano o si azzuffano, niente rielaborazioni non dignitose di riprese in aula.

La piccola selezione di immagini qui proposta riguarda momenti di sedute e votazioni e non sono state oggetto di alcuna rielaborazione.

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Ora, io ritengo che ogni dibattimento, discussione o votazione sia di interesse pubblico, e che sia assolutamente ragionevole che i cittadini debbano avere la possibilità di assistere a ciò che avviene durante le sedute in Aula, in considerazione del mandato che parlamentari e membri del Governo hanno da parte dei cittadini, nonché dell’indennità economica percepita e dell’immunità parlamentare di cui beneficia. In verità, sono convinto che anche al di fuori delle sedute – prima, dopo, o a seduta sospesa – avvengano cose altrettanto rilevanti, d’attualità e comunque di pubblico interesse, sempre tenendo presente che deputati e membri del Governo si trovano lì in rappresentanza dei cittadini e non delle proprie singole personalità.

Per documentare quanto avviene in aula non c’è quindi alcun codice di autoregolamentazione che tenga, soprattutto quando è in gioco l’interesse pubblico. E’ chi rappresenta i cittadini che deve autoregolamentarsi, mantenendo un contegno professionale, dignitoso, responsabile e appropriato all’attività che sta svolgendo in Aula. Ognuno di noi deve essere in grado di sapere come un deputato si comporta e se si merita realmente il titolo di onorevole.

Chi non rappresenta degnamente i cittadini dovrebbe essere ammonito o sospeso dalla propria carica, ed espulso dalla Camera se recidivo. A quando un codice di autoregolementazione per governo e parlamentari?

 
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Pubblicato da su 23 settembre 2016 in istituzioni, news, privacy

 

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