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Operazione WhatsApp – Facebook, richiesta un’indagine

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Il Washington Post riferisce che l’EPIC (Electronic Privacy Information Center) ha formulato una denuncia alla FTC (Federal Trade Commission) chiedendo l’apertura un’indagine federale sull’operazione di acquisto di WhatsApp da parte di Facebook, con questa motivazione:

“Gli utenti di WhatsApp non erano in condizioni di sapere in anticipo che, scegliendo un servizio a favore della privacy avrebbero consegnato i propri dati a Facebook per le sue pratiche di raccolta dati”. 

Sull’orientamento privacy oriented di WhatsApp io non spenderei certezze, ma un’indagine in questo senso è quantomeno doverosa. L’accoglimento, l’iter e i risultati dell’indagine saranno comunque tutti da vedere.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2014 in News da Internet, privacy

 

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Webtax cancellata, problema rimasto

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Al termine di un iter alquanto tortuoso,  la cosiddetta webtax è stata accantonata, ma solo per quanto riguarda l’obbligo, per le aziende che fanno business via Internet, di avere una partita IVA italiana: resta in vigore, per le imprese, la regolamentazione dei pagamenti – che potranno essere effettuati solo con bonifico bancario o postale, o con altri strumenti da cui si possa identificare la corrispondente partita IVA del beneficiario – così come rimangono in piedi anche il requisito della stabile organizzazione e la tracciabilità dei profitti.

Per quanto possa sembrare – ed essere – una soluzione impercorribile così com’è stata concepita, la proposta della webtax testimonia un problema molto serio legato alle opportunità di elusione fiscale da parte di molte grandi aziende. E’ un problema di dimensioni rilevanti e, dato che riguarda realtà che operano su mercati di livello internazionale grazie al regime di libera concorrenza, non può essere affrontato solamente a livello locale e non va pensato unicamente con orientamento ai business legati ad Internet (l’elusione fiscale, i paradisi fiscali esistono da quando esiste il fisco, non da quando esiste la rete), anche se sono quelli che generano i numeri meno visibili: tanto per rendere l’idea del fatto che la questione è più ampia del Vecchio Continente, è sufficiente notare che Google ha la sua base negli USA, ma ha sedi anche in Irlanda, Olanda e Bermuda, e si stima che – in virtù dei differenti regimi fiscali in vigore in questi stati – nel 2012 il risparmio fiscale negli Stati Uniti sia stato pari a 2 miliardi di dollari.

A soluzioni mirate ad evitare il profit shifting (l’opportunità di veicolare profitti nei paradisi fiscali e non avere utili imponibili negli stati in cui si opera) stanno lavorando, in ottica internazionale, la Commissione Europea e l’OCSE, lavorando su due fronti: uno è ovviamente quello fiscale, perché la disinvoltura delle multinazionali che operano su Internet è foriera di danni dal punto di vista delle entrate pubbliche, ma c’è anche da osservare la concorrenzialità dell’ampio mercato in cui queste aziende si muovono, dal momento che sfruttano agevolazioni che danno loro un enorme vantaggio nei confronti di altre aziende, incluse quelle della GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

Esiste già una direttiva europea – la n.112 del 2006 – in cui, anche in seguito a modifiche successive, è stato previsto che gli Stati UE possano pretendere il pagamento delle tasse dove vengono erogati i servizi. L’entrata in vigore di questa norma è fissata per il gennaio 2015, ma non si escludono slittamenti. Sarebbe opportuno che non si verificassero: le distorsioni fiscali e di mercato sono già andate oltre ogni limite tollerabile e la proposta della webtax, seppur con le sue criticità, ha avuto un effetto positivo nell’evidenziare la questione e portarla ad alti livelli di discussione, che dovranno tradursi in fatti.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2014 in business, Internet, Mondo

 

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Monitorato da un iPhone scarico

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Singolare – ma interessante – questo episodio spiegato su Reddit dall’utente Glarznak: in vacanza, ha lasciato il proprio iPhone 5S scarico per quattro giorni (non potendolo ricaricare perché aveva rotto il cavetto). Una volta tornato a casa, ha ricaricato lo smartphone, scoprendo che l’app Argus (permette di monitorare nutrizione, attività sportive e ha funzionalità di pedometro) era riuscita a registrare dati anche nei giorni in cui la batteria dell’iPhone era talmente a terra da non consentire nemmeno l’accensione.

A terra, ma non assolutamente scarica: aveva infatti mantenuto una minima energia residua che, benché non adeguata a sopportare lo stress dell’accensione, era comunque sufficiente all’irrisoria attività di monitoraggio effettuata con il supporto del chip M7 integrato nell’iPhone (evidentemente molto parco nei consumi). D’altro canto, non è un segreto che il processore consenta – ad esempio – la misurazione continua delle informazioni di movimento dell’utente e quindi il controllo costante di accelerometro, giroscopio e bussola…

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Si tratta di un dettaglio che comunque può sfuggire, in questo caso specifico si tratta di una funzionalità non allarmante perché non tiene traccia della posizione dell’utente, non essendo legata a modulo GPS o Cell-ID (che identifica la cella in cui si trova un utente di rete mobile). Ma rimane sempre valido il discorso che è bene conoscerne l’esistenza: dobbiamo sempre essere consapevoli delle potenzialità di uno strumento che utilizziamo, a maggior ragione in materia di informazioni personali (dovremmo sempre essere in condizioni di sapere che fine fanno, visto che sono nostre).

Le possibilità offerte dalla tecnologia sono molte e di esempi di monitoraggi inconsapevoli ne abbiamo già troppi (tra cui quello attuato da Google attraverso gli smartphone, abbastanza eclatante).

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2014 in news

 

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Quando vi dicono che è colpa di Internet…

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Quando qualcuno indica in Internet e nei social network la causa principale di tematiche serie che riguardano i ragazzi, come bullismo e cyberbullismo, hate speech (i cosiddetti discorsi d’odio con cui si manifesta intolleranza e odio verso una persona o un gruppo sociale in base a razza, etnia, religione, l’orientamento sessuale o quello politico, identità di genere o altre particolari condizioni fisiche o sociali) e altre problematiche, suggeritegli la lettura del libro It’s complicated di Danah Boyd (potete acquistarlo, o scaricarlo dal sito danah.org), che documenta una ricerca lunghissima (iniziata nel 2005 e conclusa nel 2012) sulle vite connesse di molti ragazzi e le spiega agli adulti.

Il titolo è perfetto: It’ complicated, è complicato, perché affrontare queste problematiche non è affatto semplice e individuare il colpevole in uno strumento tecnologico è facile. Ed è sbagliato. Perché una tecnologia non intacca problematiche sociali e culturali.

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2014 in Internet, ricerche

 

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L’occhio che spiava le webcam degli utenti Yahoo

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Altre novità in tema di Datagate: il Guardian riporta nuove rivelazioni di Edward Snowdenracconta l’operazione Optic Nerve avviata dal 2008 al 2012 dal GCHQ (l’intelligence inglese) per la registrazione delle riprese delle webcam di milioni di utenti di Yahoo! Utenti normalissimi, cioè non indagati ne’ sotto osservazione da parte delle autorità di polizia. L’obiettivo dichiarato dell’operazione era la raccolta di immagini che ritraessero il viso di persone che potessero essere di potenziale interesse.

La raccolta veniva effettuata intercettando le videochat degli utenti, catturando un fotogramma ogni cinque minuti e trasmettendo il materiale raccolto alla NSA. Una volta immagazzinate, le immagini venivano poi esaminate per identificare potenziali obiettivi. 

L’agenzia dichiara di aver agito nel rispetto della legge e di essere stata autorizzata alla raccolta di queste informazioni visive, anche se l’articolo del Guardian evidenzia la mancanza della prevista autorizzazione da parte del ministero competente. Yahoo si è dichiarata ignara dell’operazione (possibile?). Operazione che – a conti fatti – ha ottenuto il risultato di un database abbastanza inutile, pieno di immagini di contenuto pornografico, pubblicitario e famigliare. Tra l’altro, anche il sistema di analisi delle immagini si è dimostrato inaffidabile: il sistema è tarato per misurare la quantità di pelle visibile in una foto e, superato un certo limite, la classifica come pornografica. Tuttavia, tale classificazione sembra aver riguardato molti ritratti di volti di persone. 

Solo ritratti? Messaggi niente?

Cui prodest?

Ne sentiremo ancora?

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2014 in privacy, security, tecnologia

 

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Con la rete 4G download superveloci… ma a quali condizioni?

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Nei vari annunci, proclami, comunicati stampa e articoli giornalistici (che ne replicano i contenuti) relativi all’avvento della “rete 4G” (tecnologia di rete mobile di quarta generazione), rilevo sempre più un’involontaria e indiretta ingannevolezza su possibilità e prestazioni consentite dall’utilizzo della banda ultra-larga tramite smartphone e chiavette.

Ieri un operatore di telefonia mobile ha reso noto di aver effettuato un test di velocità della propria tecnologia LTE Advanced, la cui disponibilità è prevista per il 2015, che ha fatto registrare una velocità di connessione di 250 mbps in download, “ovvero più del doppio rispetto alla velocità massima attualmente disponibile sulle reti mobili italiane”, che significa – ad esempio – poter scaricare in 30 secondi un film delle dimensioni di un gigabyte.

Ovviamente si parla di velocità teorica, raggiungibile in condizioni ottimali, che per un utente con smartphone o chiavetta è fattibile quando si trova outdoor e in prossimità dell’antenna dell’operatore mobile, con campo pieno, e con un numero limitato di utenti collegati alla stessa antenna. Ma anche dando per scontato l’irrazionale presupposto che si tratti di possibilità reali, pensiamo al fatto che l’utente medio oggi ha un piano tariffario che include 2 GB mensili. Significa sicuramente che uno può scaricarsi 2 GB di film (o altro) in un minuto, ma che altrettanto sicuramente così esaurisce immediatamente il proprio plafond mensile. Quindi, con le attuali configurazioni tariffarie, non ci sarebbe altra soluzione che fare un upgrade, un aggiornamento tariffario, che implicherebbe una spesa mensile superiore!

Intendiamoci: trovo giustissimo e condivisibile l’entusiasmo per le possibilità offerte dalla tecnologia, sono il primo a rimanerne affascinato e a fantasticare sui suoi possibili impieghi, che nella mia visione non si traducono nel download di un film in un minuto, ma ad esempio nella possibilità di avere un segnale di rete più affidabile e capillare in caso di necessità ed emergenza, nell’offrire connettività veloce a chi non può averla via cavo e altre utili applicazioni. Al netto di ogni illusione, quindi, aspettiamo di capire come verrà strutturata anche l’offerta. Non prima del 2015.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2014 in news

 

WhatsApp cade? Le alternative non mancano…

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Sabato sera WhatsApp è rimasto al buio per oltre tre ore, un black-out che ha fatto meditare un po’ tutti gli utenti (oltre 450 milioni) che, due giorni prima, avevano appreso che il servizio era diventato proprietà di Facebook. Qualcuno potrebbe anche aver pensato a problemi tecnici legati all’introduzione dei messaggi a pagamento, come spiega un appello diffuso con varie catene di sant’Antonio da tali “Andy e John” proprio in questo periodo (in cui si spiega che ogni messaggio costerà un centesimo e che il servizio richiederà un canone mensile di 12 euro). Che però è una bufala, e non serve che ve lo provi: la notizia non è presente in alcuna fonte ufficiale (il sito di WhatsApp e le condizioni di servizio non ne parlano assolutamente) e finché rimane confinata ad un passaparola tra utenti resta una bufala, quindi passiamo oltre. 

WhatsApp potrebbe ora risultarvi indigesto, anche per il recente suo ingresso nella famiglia Facebook che potrebbe sfruttarlo a scopo di marketing. Considerando infatti che ogni utente in pratica consegna il proprio elenco di contatti telefonici a WhatsApp, Facebook lo ha già acquisito, ampliando così la propria gigantesca rubrica telefonica con i nominativi di nuove persone da raggiungere con i propri servizi pubblicitari, che costituiscono il suo business vitale. 

Naturalmente esistono servizi alternativi, ne cito due fra i tanti perché a mio avviso presentano qualche caratteristica interessante da conoscere: il primo è Telegram, che è gratuito e a livello di funzionalità e interfaccia utente è davvero molto simile a WhatsApp. Fra le opzioni interessati troviamo il cloud storage (che consente di salvare i messaggi), la secret chat (consversazioni che i server di Telegram non conservano e vengono cancellate a tempo). Il suo difetto principale – che non me lo fa amare – consiste proprio nella somiglianza con WhatsApp e nel fatto che, come l’app più diffusa, richiede che l’account sia indissolubilmente legato al numero telefonico dell’apparecchio utilizzato, caratteristica che agevola l’abbinamento numero-utente. Se infastidisce il fatto che WhatsApp lo dia in pasto al social network americano Facebook, è bene sapere che Telegram ha identico legame con il social network russo VK (Vkontakte)

Il secondo – che attualmente è il mio preferito – è BBM, il Messenger di BlackBerry disponibile anche per smartphone con iOS (iPhone) e Android. Chi conosce le condizioni in cui si trova oggi l’azienda canadese potrebbe anche rimanere perplesso di fronte a questo servizio, tuttavia è una piacevole sorpresa. Io lo utilizzo da ottobre, appena è stato reso disponibile per queste piattaforme, imparando ad apprezzarne la stabilità e l’affidabilità. E’ anch’esso un messenger gratuito assolutamente comparabile con WhatsApp, con alcuni plus importanti, come quello di essere basato sul sistema cifrato di messaggistica BlackBerry e di essere completamente svincolato dall’elenco telefonico dell’apparecchio: ogni utente è infatti titolare di un PIN ed è sufficiente conoscere quello di un interlocutore per aggiungerlo ai propri contatti BBM. Last but not least, con la versione 2.0 rilasciata da pochi giorni è arrivata anche la chat vocale: tra utenti del servizio BBM è quindi ora possibile effettuare conversazioni telefoniche gratuite. BBM quindi integra servizi simili a quelli offerti da WhatsApp e da Skype.

Come dite? Avete un apparecchio con Windows Phone? Nessun problema: BBM è in arrivo anche per il vostro smartphone, anche se si tratta di un Nokia X.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2014 in cellulari & smartphone

 

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Nokia X, lo smartphone Android… ma non troppo

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Trovo molto interessante la nuova gamma di smartphone dual sim denominata Nokia X: si tratta di una famiglia che, per caratteristiche e prezzo, si pone sul mercato su un gradino inferiore ai Lumia ed è composta dai primi apparecchi Android della casa finlandese ormai vicina alla definitiva acquisizione da parte di Microsoft.

Il sistema operativo a bordo di questi dispositivi, però, non sarà identico a quello che siamo abituati a vedere su altri smartphone: è una versione di Android con interfaccia grafica personalizzata (con molti punti in comune con quella chiamata Metro di Windows Phone) e da cui Nokia ha scorporato alcune feature di Google, per favorire l’utilizzo delle proprie e di quelle targate Microsoft.

Niente Play Store (c’è già il Nokia Store) o Google Maps (c’è Here), per capirci, ma rimarrà la possibilità di utilizzare applicazioni di sviluppatori indipendenti installate da file APK (ma sempre al netto di servizi made by Google). E sarà possibile pagare utilizzando il credito telefonico della SIM. Vedremo come sarà accolto dal mercato…

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2014 in cellulari & smartphone

 

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Facebook compra WhatsApp… con tutto il suo elenco telefonico

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Facebook si fa un bel regalo, per il suo decimo compleanno, comprandosi WhatsApp, come si può leggere nel report pubblicato dal sito web del social network, sezione Investor relations. Il valore dell’operazione pare si aggiri attorno ad una cifra complessiva di 19 miliardi di dollari. Una bella soddisfazione per chi ha fondato WhatsApp dopo aver ricevuto – nel 2009 – un due di picche da Zuckerberg…

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Con WhatsApp entra nella famiglia Facebook, oltre a chi è già iscritto ad entrambi i servizi,  anche quella fascia di utenti che, invece di condividere informazioni personali sul social network più popoloso del mondo, preferisce scrivere messaggi e condividere informazioni a livello più ristretto. Conferendo anche il proprio numero di telefono (che è legato all’account WhatsApp), informazione che Facebook chiede spesso ai propri utenti, mai obbligati a darlo (ma sottolineo: se siete utenti di entrambi, ora gliel’avete consegnato, vostro malgrado).

Ora gli ipotetici scenari che si possono aprire sono molti: dai “mi piace” sui messaggini di WhatsApp, ad una messaggistica direttamente integrata in Facebook, alle dinamiche pubblicitarie (magari geo-localizzate) che potrebbero diventare un fattore comune… possono accadere queste e moltre e altre cose. Ma un fatto è certo: Internet viene sempre più utilizzato dagli smartphone e in mobilità. E Facebook si è assicurata il controllo dei due servizi più utilizzati su questi dispositivi. E dei loro utenti.

Poi ogni utente è libero di scegliere l’app che preferisce, per proprie convinzioni in tema di privacy o per migliore user experience personale (io preferisco BBM). L’importante è avere la consapevolezza della portata di queste operazioni, e delle possibili evoluzioni che possono avere…

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2014 in business, cellulari & smartphone, News da Internet

 

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Il digital divide colpisce ancora

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Dalla decima edizione dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society si apprende che in Italia il 37% della popolazione non ha mai usato Internet, ne’ un computer, mentre il consumo televisivo giornaliero è mediamente di 4,2 ore. Siamo non poco fuori dalla media europea, che indica i “tecnoesclusi” nel 20% della cittadinanza. I Paesi con più basso tasso di digital divide (almeno, in questo senso) sono la Svezia (in cui solo il 3% non ha un computer) e la Danimarca (4%).

Dall’agenzia Adnkronos: Flop digitale, 4 italiani su 10 non hanno mai usato internet e pc

Questi dati, sottolinea Saracino, “fanno emergere un’Italia che solo in una fascia specifica della popolazione, cioè i giovani under 40, accede alle nuove tecnologie, mentre registra un gap tecnologico ancora forte nelle fasce di età fra i 45-60 anni”. Un gap, continua Saracino, che “vede le donne maggiormente ‘tecnoescluse’ degli uomini”. Le donne, è l’analisi di Saracino, “usano meno le nuove tecnologie sia per la differente condizione occupazionale, cioè hanno un accesso inferiore al mondo del lavoro dove tipicamente si usano internet e pc, sia per il tipo di attività svolta, spesso lontana dalle tecnologie digitali”. Nel complesso, secondo Saracino, “dieci anni di dati ci dicono che il vero problema del gap digitale italiano non è l’assenza di una cultura scientifica”.

“Il nodo critico, in questi dieci anni, -osserva ancora Saracino – resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società, di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposte scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica”.

Per “aprire le porte ad un maggiore accesso e uso delle tecnologie digitali -afferma la ricercarice- bisognerebbe spingere il nostro Paese verso una vera cultura scientifica” fasce ampie di popolazione.

E, riguardo la digitalizzazione ancora troppo lenta del nostro Paese, Saracino taglia corto: “L’apertura al digitale trova attenta solo la fascia giovanile degli italiani mentre un’ampia fascia di cittadini, i più ‘maturi’ non sembra alfabetizzata a sufficienza per utilizzare la rete al meglio delle possibilità”.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2014 in computer, Internet, tecnologia

 

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Una Internet “europea”?

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Lo scandalo esploso l’anno scorso con il nome di Datagate continua a partorire conseguenze più o meno prevedibili. L’ultima – ma solo per ora, in ordine di tempo – è l’idea espressa da Angela Merkel di realizzare una rete di comunicazioni europea, separata dagli USA e non controllabile dai servizi di intelligence d’oltreoceano. La cancelliera intende approfondire questo progetto con il presidente francese Francois Hollande in occasione del loro incontro a Parigi, prefigurando la costituzione di una sorta di asse franco-tedesco che guidi l’Europa verso una Internet indipendente.

Al pari di quelle di molti altri rappresentanti di Stato, anche le conversazioni telefoniche di Angela Merkel sono state intercettate nell’ambito del programma PRISM lanciato dalla NSA, ma anche dal programma TEMPORA avviato dal GCHQ britannico. Una vicenda che ha fatto scroprire alla Merkel che una fetta enorme del traffico di telecomunicazioni generato dall’Europa passa dagli USA, per questioni fondamentalmente economiche, dato che in America esistono infrastrutture di telecomunicazioni che permettono di veicolare le informazioni a condizioni molto convenienti. E come riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, la Germania – legittimamente – non può tollerare di essere in grado di assicurare alla giustizia un borseggiatore e di non riuscire neppure ad aprire un’indagine sulle intercettazioni al cellulare della cancelliera.

Da queste vicende (ma non solo) parte l’idea di realizzare una rete di telecomunicazioni europea, un progetto che però dovrà considerare di dover prendere una posizione nei confronti della Gran Bretagna, che non si trova oltreoceano e che è parte dell’Europa. Dovrà considerare anche gli accordi dell’intesa chiamata Safe Harbor, siglata tra Stati Uniti ed Europa, che alle aziende americane che operano su Internet con clienti europei offre una certa flessibilità sul rispetto delle normative privacy in vigore nel Vecchio Continente.

Inoltre non potrà trascurare che l’avvento delle moderne tecnologie di comunicazione, e quindi della Internet che conosciamo, quella per cui risulta più conveniente far passare dagli Stati Uniti persino un messaggio di posta elettronica spedito da Milano a Roma, ha abbattuto i confini geografici e cambiato il concetto di sicurezza nazionale. Soprattutto ha reso più complesso quello della sicurezza dei dati e delle informazioni: le operazioni di spionaggio da parte dei servizi di intelligence americani non costituiscono un problema esclusivamente europeo. Anche alcuni servizi europei vi hanno preso parte e gli spiati non sono solo europei. E ciò è stato reso possibile con la collaborazione più o meno volontaria delle aziende di cui tutti sfruttano i servizi di comunicazione, nonché grazie alla conoscenza di tecnologie per eludere o escludere i sistemi di sicurezza adottati sulle reti. Questi fattori si ripresenterebbero con la stessa criticità anche se venisse realizzata una rete di telecomunicazioni esclusivamente europea, pertanto il problema della sicurezza verrebbe trasferito, anzi “localizzato”, ma non eliminato.

Merkel e Hollande forse non conoscono personalmente questi aspetti, ma nel loro entourage annoverano sicuramente consiglieri ed esperti che li conoscono a fondo e che sono perfettamente consapevoli delle difficoltà tecniche, politiche ed economiche che questa idea incontrerà. Ma in questo momento, probabilmente, è più importante annunciare il progetto per dare alla cittadinanza europea l’impressione di un interessamento concreto. Sull’opportunità e sulla fattibilità dell’idea si ragionerà più avanti. Forse.

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2014 in Internet, istituzioni, news, security

 

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Google pensa alle password audio

Google ha messo le mani su SlickLogin, azienda israeliana specializzata in applicazioni che permettono il login – ossia l’accesso – attraverso password audio o sonore.

Il funzionamento di una password audio è abbastanza semplice: da un’app installata su un dispositivo mobile (smartphone o tablet) si analizza un segnale audio emesso da un computer dotato di altoparlanti. Quello specifico segnale deve corrispondere a quello generato dinamicamente da un altro computer in un preciso istante. In pratica il procedimento è simile a quello che, ad esempio, genera certe password temporanee emesse da una banca per confermare le operazioni di Internet Banking, la differenza è che – invece di inserire un codice alfanumerico, ricevuto via SMS o ottenuto da un token – si deve confermare un suono.

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2014 in Internet, security

 

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Dal Datagate è nato The Intercept

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Si chiama The Intercept – ed è online da ieri – il nuovo sito web di informazione diretto da Glenn Greenwald, l’avvocato e giornalista che lo scorso anno ha pubblicato sul Guardian la documentazione fornita da Edward Snowden che ha dato il via al Datagate.

E’ questa, quindi quella “opportunità giornalistica da sogno” che Greenwald aveva dichiarato di voler cogliere quando ha scelto di lasciare il Guardian. La nuova realtà ha una redazione di una dozzina di giornalisti e fa capo a First Look Media, gruppo editoriale di Pierre Omidyar, già fondatore e presidente di eBay e di altre iniziative editoriali. 

Al momento sono stati pubblicati due servizi che svelano alcuni aspetti delle attività condotte dalla NSA (un reportage fotografico con immagini aeree dell’agenzia e un approfondimento su attacchi effettuati con droni e operazioni di geolocalizzazione), preceduti da un post di presentazione/benvenuto, in cui The Intercept viene presentato come piattaforma giornalistica libera e indipendente, in cui tutti potranno pubblicare notizie di importanza critica senza timore di conseguenze. La sicurezza dei contatti è affidata ad un server SecureDrop che consente di condividere messaggi e file con la redazione in modo sicuro e anonimo.

Da leggere e inserire nella readlist.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2014 in Inchieste, media, news

 

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Studi sulla felicità… che ridere!

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Lecco è la provincia più felice! Lo dicono i titoli dei giornali.

Ma come ha fatto a rendersene conto la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm, che ha reso noto questo status?

L’istituto ha calcolato l’indice di felicità  dei cittadini delle 110 province esistenti in Italia, interpellando un campione di 2mila persone, tra i 25 e i 70 anni. L’indice va da 1 a 100 e Lecco si posiziona al primo posto con un punteggio di 89 su 100: chi vive in provincia di Lecco apprezza la qualità della vita, i rapporti umani tra i cittadini e l’aria buona che si respira. L’ultima posizione spetta allaa provincia di Potenza con un indice di felicità di 5 su 100.

Peccato che l’Italia sia il Paese meno felice del mondo occidentale, almeno leggendo quanto emerge dai dati mondiali 2013 sul benessere stilati dall’ONU, che ci pongono al 45esimo posto, tra Slovacchia e Slovenia e molto lontani dalla vetta della classifica dove si trova la Danimarca, seguita da Norvegia, Svizzera, Olanda e Svezia. Comunque siamo anche alle spalle di Colombia (35esima posizione) e Suriname (40esima). Però attenzione: secondo il Happy Planet Index chi sta meglio è il Costa Rica. Ma quindi, come la mettiamo?

Gli studi si devono basare su dati attendibili e sondare un campione significativo e rappresentativo. Senza guardare alle ricerche sui dati mondiali, mi limito ad osservare che lo studio che vede sorridere Lecco è stato condotto su un campione totale di 2mila persone, prese fra tutte le 110 province di uno Stato che ha 60 milioni di abitanti. Significa che in media, per ogni provincia, sono state interpellate 18 persone.

Un bell’esercizio di ottimismo.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2014 in Mondo

 

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La butto lì…

Google rileva Nest e mira alla domotica. Pronti alle case intelligenti con comando vocale, magari mediato da Android?

 
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Pubblicato da su 14 gennaio 2014 in business, tecnologia

 

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