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Amazon Go, la soluzione ideale per “far girare l’economia”

Il nuovo convenience store Amazon Go aperto a Seattle sulla Settima Strada ha il suo punto di forza nell’assenza delle casse e nell’utilizzo avanzato della tecnologia. Il funzionamento dal punto di vista del cliente è molto semplice: entra, preleva i prodotti scelti, li ripone in caso di errore o ripensamento e, una volta completato il suo percorso nel punto vendita, può uscire liberamente.

Presupposti: essere titolare di un account Amazon e aver installato l’apposita app sullo smartphone. Entrando in negozio, si prende lo smartphone e lo si posa sui tornelli di controllo (senza app non si può entrare). Dal quel momento può avere inizio la spesa e ogni articolo prelevato viene automaticamente inserito in un carrello virtuale. A fine spesa la app presenta il conto, addebitato sull’account del cliente.

La medaglia ha due facce: quella positiva è data dal carrello virtuale che si aggiorna ogni volta che si prende un prodotto, quindi si può mantenere il controllo della spesa in tempo reale. La faccia negativa è costituita dal rischio opposto, quello di perdere il controllo della spesa: se si ha fretta e non si tiene d’occhio il carrello virtuale, nemmeno dopo l’uscita, il cliente non si rende conto dell’ammontare che gli verrà addebitato. Già il pagamento differito con carta di credito attenua la percezione della spesa, se viene meno addirittura l’operazione fisica del pagamento, la percezione rischia praticamente di annullarsi.

Come sempre, il consumatore accorto saprà come sfruttare al meglio questa possibilità, mentre chi farà acquisti con superficialità… ne farà le spese, letteralmente. Ma aiutando a far girare l’economia! 😉

 
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Pubblicato da su 25 gennaio 2018 in news

 

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POS obbligatorio, alcuni chiarimenti

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Il 30 giugno è arrivato, ma restano i dubbi legati all’introduzione dell’obbligo di accettazione dei pagamenti con carta di debito tramite POS, che scatta appunto da domani, per commercianti, professionisti e artigiani, per importi superiori ai 30 euro.

In sintesi: da domani, per tali importi (da Eur 30,01 in su), il cliente di un attività commerciale, di un artigiano (anche un riparatore di elettrodomestici), di un professionista o di un’impresa avrà la possibilità di chiedere di effettuare il pagamento con carta di debito, come la tessera bancomat, che comporta l’adozione di un POS. Nella formulazione iniziale (poi modificata) la legge prevedeva questo onere per chi aveva un fatturato annuo superiore ai 200mila euro, ma ora non esistono più soglie minime.

In realtà non esiste l’obbligo di pagare con bancomat tramite POS ogni importo superiore di 30 euro: per essere precisi, la legge impone di accettare pagamenti di questo tipo se il cliente lo richiede. Ma se il cliente non lo chiede ed è disponibile a pagare in altro modo, non esiste alcun problema. La legge consente ancora pagamenti in contanti fino ad importi pari a 999,99 euro.

Fermo restando il principio secondo il quale il cliente deve sempre avere la possibilità di scegliere come pagare, è opportuno che sia debitamente informato delle modalità di pagamento disponibili prima che l’obbligazione si costituisca. Più o meno come quando, entrando in un ristorante, l’avventore vede sulla porta di ingresso le indicazioni sulle carte di credito o di debito accettate nel locale. Si tratta di un’informativa molto essenziale, ma chiarificatrice. Se vede il logo del bancomat o della propria carta di credito ha la certezza he quei determinati strumenti di pagamento siano accettati.

Tuttavia, chi non si dota di POS non incorre in alcuna sanzione, perché al momento la Legge non le prevede. Naturalmente il debito del cliente deve sempre essere saldato (nessuna legge lo esclude), ma se il cliente pretendesse di pagare con carta di debito (o non avesse altra possibilità in quanto perché sprovvisto di contanti), la conseguenza sarebbe un caso di mora del creditore (impossibile chiedere interessi per il pagamento effettuato in ritardo). 

Il problema di adozione del POS non è tanto tecnico – sul mercato esistono soluzioni di POS fisso e mobile offerte da compagnie telefoniche e istituti bancari – quanto economico. La gestione degli incassi tramite POS, soprattutto nel nostro Paese e non altrove, ha un costo rilevante a causa dei costi di attivazione, delle commissioni mensili e di quelle applicate su ogni transazione (al netto dei costi di comunicazione: le transazioni vengono veicolate da chiamate telefoniche). Il nuovo obbligo entra quindi in vigore incompleto, dopo una gestazione supplementare di due anni, durante i quali nessuno ha pensato ad una ragionevole rivoluzione di questi servizi, ad una regolamentazione oculata delle tariffe e – soprattutto – ad emanare un provvedimento completo e privo di lacune strutturali.

 

 
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Pubblicato da su 30 giugno 2014 in news

 

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Webtax cancellata, problema rimasto

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Al termine di un iter alquanto tortuoso,  la cosiddetta webtax è stata accantonata, ma solo per quanto riguarda l’obbligo, per le aziende che fanno business via Internet, di avere una partita IVA italiana: resta in vigore, per le imprese, la regolamentazione dei pagamenti – che potranno essere effettuati solo con bonifico bancario o postale, o con altri strumenti da cui si possa identificare la corrispondente partita IVA del beneficiario – così come rimangono in piedi anche il requisito della stabile organizzazione e la tracciabilità dei profitti.

Per quanto possa sembrare – ed essere – una soluzione impercorribile così com’è stata concepita, la proposta della webtax testimonia un problema molto serio legato alle opportunità di elusione fiscale da parte di molte grandi aziende. E’ un problema di dimensioni rilevanti e, dato che riguarda realtà che operano su mercati di livello internazionale grazie al regime di libera concorrenza, non può essere affrontato solamente a livello locale e non va pensato unicamente con orientamento ai business legati ad Internet (l’elusione fiscale, i paradisi fiscali esistono da quando esiste il fisco, non da quando esiste la rete), anche se sono quelli che generano i numeri meno visibili: tanto per rendere l’idea del fatto che la questione è più ampia del Vecchio Continente, è sufficiente notare che Google ha la sua base negli USA, ma ha sedi anche in Irlanda, Olanda e Bermuda, e si stima che – in virtù dei differenti regimi fiscali in vigore in questi stati – nel 2012 il risparmio fiscale negli Stati Uniti sia stato pari a 2 miliardi di dollari.

A soluzioni mirate ad evitare il profit shifting (l’opportunità di veicolare profitti nei paradisi fiscali e non avere utili imponibili negli stati in cui si opera) stanno lavorando, in ottica internazionale, la Commissione Europea e l’OCSE, lavorando su due fronti: uno è ovviamente quello fiscale, perché la disinvoltura delle multinazionali che operano su Internet è foriera di danni dal punto di vista delle entrate pubbliche, ma c’è anche da osservare la concorrenzialità dell’ampio mercato in cui queste aziende si muovono, dal momento che sfruttano agevolazioni che danno loro un enorme vantaggio nei confronti di altre aziende, incluse quelle della GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

Esiste già una direttiva europea – la n.112 del 2006 – in cui, anche in seguito a modifiche successive, è stato previsto che gli Stati UE possano pretendere il pagamento delle tasse dove vengono erogati i servizi. L’entrata in vigore di questa norma è fissata per il gennaio 2015, ma non si escludono slittamenti. Sarebbe opportuno che non si verificassero: le distorsioni fiscali e di mercato sono già andate oltre ogni limite tollerabile e la proposta della webtax, seppur con le sue criticità, ha avuto un effetto positivo nell’evidenziare la questione e portarla ad alti livelli di discussione, che dovranno tradursi in fatti.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2014 in business, Internet, Mondo

 

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