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Arriva il Trump Phone “made in Usa” (o quasi)

Fonte: The Verge

 

L’esclusiva di The Verge ha sollevato il velo su uno dei progetti tecnologici più polarizzanti dell’ultimo anno: il Trump Phone T1, lo smartphone che ha l’obiettivo dichiarato di portare “i valori americani” nel palmo della mano. Dietro la retorica patriottica e le finitura dorate di questo feticcio politico, tuttavia, si nasconde una realtà molto più complessa.

Partiamo dall’inizio: il progetto è nato nel giugno 2025 come estensione del brand Trump nel settore digitale. Ah, Trump è un brand? Certo, ve lo può confermare Eric Trump, vicepresidente esecutivo della Trump Organization e terzo figlio di Donald Trump, che ha presentato l’iniziativa come la risposta a un’esigenza specifica: offrire agli americani un servizio wireless e un dispositivo che riflettessero i loro valori, in contrapposizione ai giganti tech percepiti come troppo “liberal”.

Il nome Trump Mobile deriva dalla T1 Mobile LLC, azienda che opera in veste di MVNO (operatore mobile virtuale) con l’appoggio tecnologico della rete T-Mobile. Nell’offerta di questa azienda c’è un particolare curioso ed egoriferito: il piano tariffario di punta si chiama The 47 Plan e costa 47,45 dollari al mese, in omaggio al fatto che Donald Trump è sia il 45° che il 47° Presidente degli Stati Uniti.

Il design dello smartphone si distingue per la finitura dorata e la bandiera americana, non esattamente un’icona di classe e raffinatezza (credo che “pacchiano” sia il termine più appropriato per definirlo), mentre tra le specifiche tecniche spiccano:

  • Processore Qualcomm Snapdragon serie 7
  • Display curvo “waterfall” da 6,78 pollici (refresh rate a 120Hz)
  • Batteria da 5.000 mAh
  • 512GB di storage interno, espandibile fino a 1TB tramite microSD
  • Doppia fotocamera da 50MP (frontale e posteriore)

La caratterizzazione patriottica di questo device trova riscontro nella fabbricazione? Non proprio: nonostante la pubblicità diffusa inizialmente parlasse di un prodotto realizzato negli Stati Uniti, è stato confermato che la produzione avverrà quasi interamente fuori dagli States. Solo l’assemblaggio finale avverrà a Miami, una scelta che non soddisfa i rigorosi standard della FTC (Federal Trade Commission) per l’etichetta “made in USA” e che alimenta le critiche di chi vede una contraddizione tra il messaggio “America First” e la realtà produttiva.

Il lancio è previsto per fine marzo 2026, con prezzi a due livelli: 499 dollari per chi ha già versato il deposito di 100 dollari durante la prevendita, ma per il momento del lancio si parla di un prezzo tra i 500 e i mille dollari, un livello ambizioso che posiziona il T1 in diretta competizione con prodotti ben più affermati sul mercato.

Il mercato è pieno di alternative con specifiche tecniche simili se non superiori e a prezzi più competitivi: per tentare di conquistare una posizione di rilievo potrà far leva sui sostenitori di Donald Trump, per i quali il T1 rappresenterà un distintivo ideologico e di appartenenza politica, più che uno smartphone. Ma quanti consumatori saranno disposti a pagare quel prezzo per un dispositivo che non offre concretamente niente di nuovo? La risposta arriverà alla fine di marzo, quando sarà possibile misurare il successo di questo strumento di merchandising politico.

 
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Pubblicato da su 10 febbraio 2026 in news

 

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Apocalypse RAM (ma cos’è questa crisi?)

A conferma di quanto emerso nel mercato alla fine dello scorso anno, il 2026 si sta rivelando un annus horribilis per il settore delle memorie elettroniche, probabilmente il peggiore degli ultimi dieci anni: secondo l’analisi condotta da ComputerBase o prezzi delle RAM hanno raggiunto quotazioni quattro volte superiori rispetto a settembre 2025, con un incremento medio del 344% in soli quattro mesi. DRAM e NAND – componenti fondamentali di smartphone, computer, tablet e console – stanno attraversando una fase di turbolenza che sta ridisegnando gli equilibri dell’intera industria tecnologica. I prezzi della RAM mobile LPDDR sono schizzati oltre il 70%, mentre lo storage NAND flash è letteralmente raddoppiato con un aumento superiore al 100%, come evidenziato dai dati della società di ricerca Omdia. Ma da dove nasce questa crisi?

Le radici del problema affondano nell’esplosione dell’intelligenza artificiale. I datacenter che sono alle spalle di servizi come ChatGPT, Gemini e altri sistemi basati sull’IA richiedono enormi quantità di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), drenando risorse preziose dal mercato consumer. I tre principali produttori mondiali di memorie – Samsung, SK hynix e Micron – hanno riconvertito circa il 20% della propria capacità produttiva dalle RAM tradizionali alle HBM, necessarie specificamente per le GPU utilizzate nell’intelligenza artificiale.

Questa scelta, seppur strategicamente comprensibile, ha avuto un impatto collaterale devastante sulla disponibilità di DRAM per dispositivi di uso quotidiano: fino a qualche anno fa, RAM e storage rappresentavano tra il 10% e il 15% del costo totale di uno smartphone. Oggi quella percentuale supera il 20% e questa variazione ha modificato considerevolmente la struttura dei costi di produzione nell’intera filiera: i costi di produzione dei dispositivi potrebbero crescere fino al 25% nel corso del 2026 e questo potrebbe spingere le aziende a scelte complesse.

Alcuni produttori stanno già valutando di tornare a configurazioni da 4 GB di RAM per i modelli entry-level, una mossa ritenuta anacronistica fino a poco tempo fa. In Cina le vendite di schede madri DDR3 sono quasi triplicate e ciò ha riportato in auge piattaforme considerate ormai superate, come quelle compatibili con processori Intel di sesta, settima, ottava e nona generazione.

Questa situazione ha generato tensioni perfino all’interno di aziende integrate verticalmente come Samsung: la divisione semiconduttori, che si occupa della produzione di DRAM e NAND, sta massimizzando i profitti sfruttando la domanda ai massimi storici, mentre la divisione mobile si è vista rifiutare la richiesta di bloccare i prezzi della DRAM per un anno intero in previsione del lancio del Galaxy S26, ottenendo solo contratti trimestrali.

L’impatto sui dispositivi consumer è già evidente ed è destinato ad accentuarsi nei prossimi mesi. Al CES 2026 Samsung ha pubblicamente ammesso di aver considerato aumenti di listino per smartphone e laptop, viste le attuali condizioni di mercato. Stesso discorso da parte di Carl Pei – amministratore delegato di Nothing – che ha preannunciato aumenti che potrebbero superare il 30%. Anche il mercato delle console e è in sofferenza: le azioni di Nintendo, ad esempio, hanno perso il 33% in cinque mesi, generando negli investitori qualche preoccupazione legata ai possibili aumenti di prezzo della Switch 2.

Le aziende che quest’anno lanceranno nuovi dispositivi sul mercato sono ad un bivio: limitare le feature per contenere i prezzi oppure aumentare i listini, rischiando di perdere quote di mercato? Uno smartphone o un laptop di fascia media, che oggi potrebbe costare tra i 900 e i 1.100 euro, nella seconda metà del 2026 potrebbe raggiungere un prezzo tra i 1.150 e i 1.300 euro, senza nemmeno il beneficio di un upgrade tecnologico.

Le previsioni per il futuro sono divergenti, ma concordano sulla previsione che la crisi non si risolverà nel breve termine. Secondo Sascha Krohn di ASUS, la carenza di memorie inizierà a normalizzarsi nel corso del 2027, posizionandosi nel mezzo tra previsioni più ottimistiche e quelle più pessimistiche di Micron, che guarda al 2028. Tuttavia, anche quando la disponibilità fisica delle RAM tornerà a livelli accettabili, c’è un secondo ostacolo legato alle dinamiche commerciali: alcuni produttori non vorranno abbassare i prezzi una volta e potrebbero passare molto tempo prima che i prezzi inizino a scendere.

La “normalizzazione” dipende dall’entrata in funzione di nuove fabbriche, ma costruire ex novo uno stabilimento di questo tipo può richiedere almeno tre anni. I principali produttori, memori del crollo della domanda durante e dopo la pandemia, stanno mostrando di preferire una strategia orientata alla redditività di lungo periodo anziché pensare ad un’espansione aggressiva. Stando alle stime di TrendForce, nel 2026 la domanda globale di memorie aumenterà del 35%, mentre l’offerta solo del 23% e questo comporterà un divario strutturale destinato a mantenere elevata la pressione sui prezzi.

Di fronte a questo scenario complesso e non roseo, analisti e addetti ai lavori suggeriscono di anticipare eventuali acquisti, se necessari. Chi pensa ad acquistare un nuovo smartphone, laptop, tablet o console farebbe bene a non aspettare troppo: acquistare tecnologia nei prossimi mesi significherà sempre più spesso rinunciare a qualcosa, accettare compromessi sulle specifiche, oppure spendere molto di più, anche a parità di caratteristiche.

Il caro-memorie non è un problema temporaneo, ma un cambiamento strutturale con cui il mercato dovrà convivere verosimilmente almeno per i prossimi due anni, ridefinendo il rapporto tra innovazione tecnologica, prezzi al consumo e accessibilità dei dispositivi elettronici.

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2026 in news

 

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Internet e minori: l’età minima aiuta, ma non basta

La notizia drammatica della morte di una bambina per una sfida su TikTok, una delle tante challenge diffuse tramite social network, riporta l’attenzione pubblica sull’utilizzo di smartphone e tablet connessi a Internet da parte di minori e si assiste a richieste di introdurre per legge un’età minima per poterne usufruire, ma è bene premettere un dato di fatto: esiste già. E già da questo capiamo che non è una soluzione sufficiente.

L’età minima è stata stabilita per i servizi della “società dell’informazione” (connessione Internet, social network, servizi di messaggistica, eccetera): il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali (GDPR) indica 16 anni, lasciando però facoltà agli Stati UE di abbassare il vincolo di età (comunque mai al di sotto dei 13 anni). Avvalendosi di questa facoltà, l’Italia ha fissato l’età minima a 14 anni. In ogni caso, dai 13 anni l’iscrizione non è vietata, ma deve essere subordinata al consenso di genitori o tutori, chiamati ad esercitare una necessaria supervisione, oltre che a rispondere di eventuali condotte non adeguate. C’è anche un età minima per avere un’utenza cellulare, che è 8 anni, ma anche per questo serve il consenso di genitori e tutori che se ne assumono la responsabilità, dal momento che l’art.97 del Codice Penale stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni”.

Quindi, ricapitolando: a 8 anni è possibile disporre di un telefono cellulare, utilizzabile per le telefonate. Dai 13 anni, con consenso dei genitori, è possibile accedere a servizi Internet, a cui è possibile iscriversi liberamente dal compimento dei 14 anni. Queste sono le regole che vengono evidentemente ignorate, come vengono aggirati i termini di utilizzo definiti dalle aziende che gestiscono i servizi, quando un bambino di 12 anni (o meno) è dotato di smartphone di ultima generazione con connessione Internet e iscrizione ai social network, effettuata dichiarando un’età non veritiera. E’ sicuramente possibile introdurre ulteriori “paletti” a livello tecnologico per rafforzare i meccanismi di controllo dell’età, onde evitare che un social network pensato per adolescenti o adulti sia accessibile ai bambini ed è auspicabile che le aziende del settore si muovano in questa direzione, ma anche questa non sarà mai una soluzione definitiva, perché la tecnologia non può risolvere tutto: applicazioni di controllo come Family Link possono essere di ulteriore aiuto, ma gli unici a fare davvero la differenza siamo noi.

Ciò che va considerato e messo in primissimo piano è la necessità di essere il più possibile a fianco dei minori per non far mai mancare quella vicinanza e quel supporto che permettono, con il tempo, di maturare la consapevolezza delle proprie azioni e dei rischi a cui possono andare incontro isolandosi in una sfera virtuale, in cui sono soli anche nell’illusione di mantenere un contatto (superficiale) con tantissime persone. Affidare uno smartphone o un tablet a un figlio deve essere una scelta consapevole di tutto ciò che questa responsabilità comporta e non può essere limitata alla spinta del confronto sociale trasmesso dal “ce l’hanno anche gli altri”, men che meno dalla presunta necessità di dargli uno strumento di intrattenimento per “tenerlo tranquillo”. Sicuramente è più semplice dirlo che concretizzarlo, ma non bisogna mai demordere.

 
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Pubblicato da su 22 gennaio 2021 in news

 

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Smartphone a scuola? No, “media education”

Quando Valeria Fedeli – due anni fa come Ministro dell’Istruzione – definì lo smartphone “uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata” per sdoganarne l’impiego a scuola da parte degli studenti “per migliorare l’apprendimento ed incrementare l’efficienza”, avevo manifestato un certo scetticismo:

Esistono criticità da risolvere prima: in buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

Per questo apprendo con piacere che l’attuale ministro Lucia Azzolina ha un approccio diverso:

“Nativi digitali non significa saper usare con consapevolezza i media e i social media, gli studenti hanno bisogno di una bussola, devono essere guidati. La scuola ha questo compito, insieme alle Istituzioni, come la Polizia postale, di orientare e formare gli studenti al mondo digitale”.

Si spera che questo compito possa essere supportato da adeguati investimenti. Altrimenti, saranno altre parole al vento.

 
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Pubblicato da su 3 febbraio 2020 in news

 

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Huawei Mate X e Nokia 210, gli antipodi della telefonia mobile

Huawei Mate X e Nokia 210 sono le due novità del MWC Barcelona che più mi hanno colpito finora, soprattutto perché sono due prodotti con funzionalità e target diametralmente opposti: il primo rappresenta la novità top del settore, il secondo è solo la novità degli entry-level.

Il Mate X è il primo smartphone con display pieghevole di Huawei, arriva dopo qualche giorno dalla presentazione del “collega” Samsung Galaxy Fold e ha una configurazione che lo rende simile al FlexPai presentato in anteprima lo scorso novembre, con quel suo display unico. Huawei però è riuscita contenere lo spessore del “dispositivo chiuso” in 11 millimetri con un display da 6,6 pollici. Aperto, lo spessore risulta dimezzato (5,4 millimetri) e il display diventa da 8,8 pollici. Prezzo di lancio da paura, 2.299 Euro. Dopo anni di display piatti o curvi, ma sempre rigidi, ecco una vera novità. Il trend dei foldable (pieghevoli) è ufficialmente inaugurato e potrebbe davvero rappresentare il futuro dei dispositivi mobili di cui sarà interessante verificare la robustezza e l’affidabilità nel tempo.

Il 210, è invece uno smartphone “semplice”. L’apparenza è quella di un telefonino old-style, con tastiera fisica e display di 2,4 pollici, provvisto di fotocamera. Perché chiamarlo smartphone? Perché oltre a permettere di telefonare, pur nella sua essenzialità, naviga in Internet, strizza l’occhio ai social con Facebook e permette di installare altre app dal Mobile store. Punti di forza: autonomia (fino a 20 giorni, stando a quanto dichiarato da Nokia) e prezzo, di circa 30 euro. Robustezza e affidabilità non dovrebbero essere in discussione per un apparecchio appetibile per chi vuole semplicemente un telefono.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2019 in news

 

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SAR degli smartphone, classifica aggiornata ;-)

Conoscete il SAR del vostro smartphone? Lo so, ho già posto la stessa domanda qualche mese fa, ma credo che l’argomento sia degno di attenzione e di essere riproposto di tanto in tanto, considerando che il SAR (Specific Absorption Rate) indica il livello di onde elettromagnetiche a cui l’utilizzatore di un dispositivo viene esposto.

Su statista.com c’è la nuova classifica di “buoni” e “cattivi”. Vediamo innanzitutto questi ultimi:

E, di seguito, la lista dei “buoni”

Se non trovate i valori relativi al vostro smartphone, potete cercarli qui indicando marca e modello: http://www.bfs.de/SiteGlobals/Forms/Suche/BfS/DE/SARsuche_Formular.html

Ad oggi, è bene ricordarlo, non esiste una ricerca che dimostri con basi scientifiche i livelli di sicurezza effettivi di assorbimento di emissioni da smartphone e telefoni cellulari. Il rapporto tra salute e utilizzo di questi dispositivi è comunque un argomento molto serio, che è stato ed è tuttora oggetto di studio per moltissimi aspetti. Il Bundesamt für Strahlenschutz (L’Ente federale tedesco per la protezione dalle radiazioni) stila queste classifiche in base ad un criterio che considera due soglie di assorbimento, inferiore o superiore a 0,6 watt per kilogrammo.

Non è un valore finalizzato alla criminalizzazione dei dispositivi esaminati, ma un’indicazione in più per la nostra consapevolezza su ciò che comporta l’uso di uno smartphone, sempre più quotidiano e frequente non solo per comunicare. Tenuto in borsa, in tasca o accostato all’orecchio durante una telefonata, uno smartphone ci accompagna sempre.

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2019 in news

 

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Smartphone pieghevoli, il primo presentato è FlexPai ed è di un “certo spessore”

Dal nome potrebbe sembrare una patatina fritta in sacchetto, invece FlexPai è uno smartphone pieghevole. Presentato dall’americana Royole (ma probabilmente prodotto dalla cinese Rouyu Technology) è forse l’unico dispositivo che potrebbe essere indicato davvero come phablet (un incrocio tra phone e tablet), perché piegato a metà è uno smartphone con display da 4 pollici, mentre visto per intero il display AMOLED arriva a 7,8 pollici. Il produttore assicura che resiste fino a 200mila piegamenti.

Le caratteristiche tecniche sono visibili sul sito di Royole http://www.royole.com/flexpai-specs e sono allineate a smartphone di un certo livello. Mi soffermo solo su un particolare: lo spessore è di 7,6 mm in versione piatta, ma “da smartphone” diventa praticamente più del triplo, visto come si piega nella zona della cerniera:

Non sembra praticissimo da portarsi addosso: mantenendolo piatto per sfruttare il ridotto spessore di 7,6 mm non è certo tascabile, piegato diventa più voluminoso del mio portafoglio quando è pieno di monete.

Il suo plus è tutto in quel display che permette una visione di immagini e video migliore di quella di uno smartphone. Uno sfizio da 1.388 euro.

 
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Pubblicato da su 1 novembre 2018 in cellulari & smartphone

 

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Occhio agli smartphone che “emettono” di più (e di meno)

Conoscete il SAR del vostro smartphone? SAR sta per Specific Absorption Rate, che in italiano potrebbe essere tradotto come TAS (Tasso di Assorbimento Specifico) ed indica il livello di onde elettromagnetiche a cui l’utilizzatore di un dispositivo viene esposto e si esprime in W/kg (Watt su chilogrammo). Nella Direttiva 2013/35/UE si legge:

Tasso di assorbimento specifico di energia (SAR). Si tratta del valore mediato, su tutto il corpo o su alcune parti di esso, del tasso di assorbimento di energia per unità di massa del tessuto corporeo ed è espresso in watt per kilogrammo (Wkg–1). Il SAR riferito a tutto il corpo è una misura ampiamente accettata per porre in rapporto gli effetti termici nocivi all’esposizione alle radiofrequenze (RF). Oltre al valore del SAR mediato su tutto il corpo, sono necessari anche valori locali del SAR per valutare e limitare la deposizione eccessiva di energia in parti piccole del corpo conseguenti a particolari condizioni di esposizione, quali ad esempio il caso di un individuo esposto a RF dell’ordine di pochi MHz (ad esempio provenienti da riscaldatori dielettrici), e di individui esposti nel campo vicino di un’antenna.

La Direttiva stabilisce un livello massimo di 2 W/kg, ma – come in tutti i casi in cui esistono limiti massimi imposti dalla legge – minore è il valore e meglio è.

La scorsa settimana il portale tedesco Statista ha pubblicato la classifica aggiornata dei 15 smartphone con il SAR più elevato (in termini di valori rilevati quando il dispositivo viene portato all’orecchio) in cui svettano Xiaomi, OnePlus, Huawei ed Apple:

  1. Xiaomi Mi A1: 1,75
  2. OnePlus ST: 1,68
  3. Huawei Mate 9: 1,64
  4. Huawei P9 Plus: 1,48
  5. Huawei GX8: 1,44
  6. Huawei P9: 1,43
  7. Huawei Nova Plus: 1,41
  8. OnePlus 5: 1,39
  9. Huawei P9 Lite: 1,38
  10. Apple iPhone 7: 1,38
  11. Sony Xperia XZ1 Compact: 1,36
  12. OnePlus 6: 1,33
  13. Apple iPhone 8: 1,32
  14. Xiaomi Redmi Note 5: 1,29
  15. ZTE Axon 7 Mini: 1,29

Dalla classifica emerge che tutti gli smartphone rimangono al di sotto della soglia di pericolo per la salute umana (indicata dalla legge e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità). Naturalmente, con qualunque telefonino o smartphone, è possibile limitare ulteriormente l’esposizione utilizzando auricolari tradizionali (non Bluetooth). In ogni caso, se volete sapere di più sul telefono che utilizzate, sul sito web del Bundesamt für Strahlenschutz (l’Ufficio Federale Tedesco per la protezione dalle radiazioni) è possibile consultare il database di apparecchi – attuali o fuori produzione – per conoscerne il relativo SAR (è sufficiente inserire marca e modello nella casella di ricerca).

Per equilibrio di informazione, segnalo anche la classifica dei 15 smartphone con il SAR più basso. Qui si nota la presenza di SamsungLG, HTC e Motorola, assenti nella classifica dei meno virtuosi.

Per Samsung, il valore evidenziato per il Galaxy Note 8 è un elemento a favore  che potrebbe contribuire a risollevare l’immagine di questa gamma. che aveva risentito pesantemente dei problemi (di batteria) emersi con il predecessore Note 7.

 
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Pubblicato da su 30 agosto 2018 in cellulari & smartphone, news

 

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WhatsApp “vietato ai minori di 16 anni”, l’ultimo dei vostri problemi

A chi avesse appena appreso con sconforto che WhatsApp nell’Unione Europea sarà “vietato” ai minori di 16 anni, ricordo quanto già indicato dal sottoscritto lo scorso gennaio: al netto della possibilità, da parte dei genitori, di autorizzare il proprio figlio ad utilizzarlo (purché abbia almeno 13 anni), il problema di fondo non è la possibilità di usare o non usare lecitamente l’applicazione (che comunque non chiede l’età a nessun utente all’atto dell’iscrizione), ma la consapevolezza – spesso non piena – di ciò che significa utilizzare questo tipo di servizi:

Quindi, laddove non arrivasse il buon senso – quel buon senso che dovrebbe spingere ogni genitore alla consapevolezza di ciò che fanno i figli di cui sono responsabili – arriva una legge per ricordare ai genitori di interessarsi e occuparsi responsabilmente anche dell’attività svolta online dai propri figli (dal momento che ciò che fanno offline, cioè nel cosiddetto “mondo reale”, è oggettivamente e indiscutibilmente di loro interesse e responsabilità).

A questo proposito può inoltre risultare interessante leggere il parere espresso in merito dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adoloscenza, relativo ad ogni tipo di servizio online, presentato con queste parole:

“Non è opportuno abbassare la soglia dei 16 anni prevista dal Regolamento” osserva la Garante Filomena Albano. “I diritti di ascolto, partecipazione, espressione e quello di essere parte della vita culturale e artistica del Paese previsti dalla Convenzione internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza devono dar vita a una ‘partecipazione leggera’ dei minorenni. In altre parole, non gravata da pesi e responsabilità che competono, da una parte, a chi esercita la responsabilità genitoriale e, dall’altra, ai contesti educativi e istituzionali nei quali sono inseriti i ragazzi”.

Naturalmente questo ragionevole principio va in contrasto con la possibilità – ipotizzata lo scorso settembre – di introdurre a scuola l’utilizzo dello smartphone da parte degli studenti, a mio avviso possibile solo dopo un percorso che passa dal conseguimento di altri obiettivi fondamentali. Riassumendo in breve quanto considerato a suo tempo parlavo di infrastrutture pronte, insegnanti preparati e un ambiente familiare consapevole.

Lo stesso Garante motiva la sua condivisibile cautela con la scarsa consapevolezza digitale:

 “Ad oggi, in Italia – osserva l’Autorità garante – non si registra una diffusione capillare di programmi educativi tarati specificatamente sulla ‘consapevolezza digitale’. Serve che le agenzie educative e le istituzioni predispongano e attuino un programma in tal senso, accompagnato da uno studio sulla necessaria consapevolezza digitale da parte delle persone di minore età. In assenza non è possibile immaginare una soglia per il consenso autonomo dei minorenni più bassa di quella stabilita a 16 anni a livello europeo”.  I 16 anni, d’altra parte, rappresentano già nell’ordinamento giuridico italiano un’età di passaggio verso la maturità per altre situazioni giuridicamente rilevanti.

E proprio nel contesto delle situazioni giuridicamente rilevanti andrebbe inquadrata una frase dei termini di utilizzo di WhatsApp, che nell’immagine qui riportata si trova all’ultimo paragrafo e che traduco:

Oltre ad avere l’età minima richiesta per utilizzare i nostri Servizi in conformità alla legge applicabile, se non hai un’età sufficiente da avere l’autorità per accettare i nostri Termini nel tuo Paese, il tuo genitore o tutore deve accettare i nostri Termini a tuo nome.

Un servizio che non richiede pagamento da parte dell’utente non perde le sue caratteristiche formali, quindi accettarne i termini di utilizzo significa accettare le condizioni di un contratto a titolo gratuito. Per un cittadino italiano, il contratto è definito dall’art.1321 del Codice Civile e la sua accettazione è, a tutti gli effetti, un’azione legata a quella capacità di compiere atti che – come dice l’art. 2 del Codice Civile – ha come presupposto la maggiore età.

Pensiamoci.

 
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Pubblicato da su 26 aprile 2018 in news

 

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Una rapida occhiata al mercato degli smartphone

Questa è la classifica mondiale – in migliaia di unità – delle vendite di smartphone suddivise per produttore nel 2017. La leadership di Samsung è evidente, seppur in flessione. Quella che segue – sempre espressa in migliaia di unità – è invece la stessa classifica suddivisa per sistema operativo. Qui spicca il primato di Android.

Poi non dite di non sapere quanta gente è nelle mani di Google (che di Android è il papà).

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2018 in telefonia

 

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Il necrologio di Windows Mobile scritto da Microsoft

Se siete utenti di smartphone con sistema Windows Mobile, cominciate seriamente a valutare alternative (se già non lo avete fatto prima): lo sviluppo relativo a questa piattaforma non è più una priorità, come suggerisce il tweet scritto ieri da Joe Belfiore, che per Microsoft è il vice-president responsabile di Windows 10:

Belfiore ha dichiarato che Microsoft continuerà a distribuire aggiornamenti di sistema e di sicurezza, ma niente di più, ufficializzando la fine del programma di sviluppo del sistema, di cui gli utenti di fatto si sono già resi conto da almeno un anno. Windows Mobile è stato sopraffatto da iOS e Android e negli USA è ormai precipitato ad una quota di mercato irrisoria, inferiore all1% (mentre in Italia si trova ancora attorno al 2%).

 
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Pubblicato da su 9 ottobre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Smartphone a scuola, problema o opportunità?

Dichiarandosi favorevole all’utilizzo degli smartphone in classe da parte degli studenti, Valeria Fedeli – responsabile del Ministero dell’Istruzione – ha avviato una discussione ovviamente divisiva:

“Lo smartphone è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa. Se guidato da un insegnante preparato e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico”

In merito a questo argomento io stesso sono stato interpellato dieci anni fa nell’ambito di un’inchiesta sul bullismo a scuola. I tempi sono cambiati e in questi dieci anni abbiamo assistito al passaggio epocale dal telefono cellulare allo smartphone, da uno strumento di comunicazione che poteva essere più che altro fonte di distrazione ad un dispositivo dotato di molteplici funzionalità.

Oggi come allora io non sono contrario alla presenza del telefonino in classe: le sue potenzialità non sono poi così lontane da quelle di un pc e, nell’ambito didattico, si potrebbe addirittura rivelare un utile sussidio. Per questo motivo ritengo che l’utilizzo virtuoso dello smartphone, attraverso un inserimento progressivo, possa essere insegnato nell’ambito scolastico, ovviamente – proprio come dice Valeria Fedeli – da insegnanti preparati in un contesto strutturato e agevolato da un ambiente familiare consapevole.

Ma ne sto parlando in prospettiva futura, perché in questo momento non ne vedo l’opportunità. A mio parere, anzi, favorire oggi l’uso dello smartphone a scuola è un po’ come tentare di costruire una casa partendo dal tetto: credo infatti sia indispensabile che la sua introduzione debba essere il risultato di un percorso basato su un progetto ben studiato, con premesse solide e mantenuto in costante aggiornamento. Esistono criticità da risolvere prima: in buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

E’ in questo tipo di percorso che deve essere inserito l’impiego dello smartphone a scuola, affinché la sua presenza non sia controproducente. Laddove viene lasciato al libero utilizzo da parte degli studenti diventa un freno: una ricerca pubblicata due anni fa dal «Centro per le performance economiche» della London School of Economics, in cui sono stati esaminati i risultati scolastici in 91 scuole superiori inglesi, ha confrontato i registri degli esami e le politiche sull’uso dei cellulari tra il 2001 e il 2013, rilevando che le classi in cui smartphone e gadget digitali erano banditi registravano voti migliori del 6,41% rispetto alle classi in cui non erano vietati, valore equivalente – secondo i ricercatori – a “un aumento della probabilità di passare gli esami finali del 2%”, lo stesso effetto “che si potrebbe ottenere con un’ora in più a settimana, o aggiungendo una settimana in più all’anno scolastico”.

Tornando, dunque, all’opportunità di avere infrastrutture pronte, insegnanti preparati e un ambiente familiare consapevole, credo che questo sia un obiettivo fondamentale da raggiungere, affinché le auspicate linee guida – di cui si occuperà la commissione ministeriale – possano essere seguite e applicate correttamente dai docenti e, di conseguenza, dagli studenti, con particolare attenzione (auguri!) a favorire un utilizzo intelligente e ad evitare che si verifichino fenomeni discriminatori o comunque sgradevoli.

Altrimenti meglio non parlarne neppure.

 
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Pubblicato da su 14 settembre 2017 in tecnologia

 

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In arrivo il telefono cellulare “respiriano”

Un gruppo di ricercatori della University of Washington ha sviluppato un prototipo di telefono cellulare che funziona senza batteria e si alimenta con energia ricavata da risorse disponibili nell’ambiente, come la luce solare e le onde radio, e dalle vibrazioni generate nell’altoparlante e nel microfono durante una conversazione:

University of Washington researchers have invented a cellphone that requires no batteries — a major leap forward in moving beyond chargers, cords and dying phones. Instead, the phone harvests the few microwatts of power it requires from either ambient radio signals or light.

The team also made Skype calls using its battery-free phone, demonstrating that the prototype made of commercial, off-the-shelf components can receive and transmit speech and communicate with a base station.

E’ ovviamente molto presto per pensare che una tecnologia battery-free possa essere adottata sui dispositivi di utilizzo quotidiano, ma è sicuramente l’inizio di una ricerca che va nella giusta direzione. L’obiettivo è renderla disponibile a livello commerciale entro tre anni.

 
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Pubblicato da su 10 luglio 2017 in cellulari & smartphone

 

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Italia sempre più connessa e sempre più mobile

rapportoagcom2016

Non è vero che le Authority non servono a niente: un esempio è il rapporto “Il consumo di servizi di comunicazione: esperienze e prospettive”,  pubblicato dall’Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) in seguito ad un’indagine sugli strumenti di comunicazione (telefonia, Internet, servizi postali) che ha coinvolto utenti tra i 14 e 74 anni (male, conosco utenti in età più avanzata). Il risultato più evidente? La gente è sempre più connessa e, mentre i giovani conoscono molto bene ogni opportunità del settore, con l’aumentare dell’età diminuisce la dimestichezza con gli strumenti disponibili: solo il 33% dei Matures, formato da persone con età dai 65 ai 74 anni, dispone di un accesso Internet.

Altri aspetti molto rappresentativi sono quelli legati al mercato , con particolare riguardo a quello degli strumenti hardware (ossia i dispositivi) di connessione a Internet, sempre più mobile e quindi sempre più wireless:

internetitaliamercato2016

Il grafico ci fa capire dove si orientano e si orienteranno gli investimenti dei maggiori operatori del settore, sia in termini di infrastruttura che di sviluppo hardware e software. Intuendo una sempre più rilevante importanza del mobile, c’è un altro dato significativo e importante da sottolineare:

cellulariitaliamercato2016

L’attuale distribuzione degli utenti per compagnia telefonica mostra una leadership di TIM evidente, ma con un margine alquanto sottile. Nella prospettiva – in avvicinamento – della fusione tra Wind e H3G, appare chiaro come il nuovo operatore che ne nascerà conquisterà fin da subito una quota di mercato pari almeno al 35% (la somma dei clienti oggi vantati rispettivamente dalle due compagnie), superando Tim e Vodafone.

Operatori del settore e addetti ai lavori ringraziano l’Agcom per l’accurata indagine di mercato.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2016 in news

 

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7 che vanno, 7 che vengono

samsunggalaxynote7

Il Samsung Galaxy Note 7 sta regalando molte soddisfazioni. Alla concorrenza, però: le notizie di batterie che prendono fuoco ed esplodono si propagano nel mondo hanno costretto a provvedimenti drastici, come il bando da parte della Federal Aviation Administration (il dipartimento dei trasporti aerei USA) e il ritiro dal mercato deciso dal produttore.

samsunggalaxynote7news

Prospettiva poco favorevole per la reputazione di Samsung sul mercato, che emerge proprio mentre Apple calamita su di se’ molta attenzione per la presentazione dell’iPhone 7.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2016 in news

 

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