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Nokia riparte dal tablet

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Ceduto a Microsoft il business degli smartphone, la cara vecchia Nokia torna a sfoggiare il suo marchio per farci sapere che rimane sul mercato per quanto riguarda i tablet e presenta il nuovo modello N1 dotato di sistema operativo Android (in versione 5.0 Lollipop con interfaccia Nokia Z Launcher).

Non strabilianti, ma interessanti, le caratteristiche principali: monoscocca in alluminio, display da 7.9 pollici, spessore di 6,9 mm, un processore quad-core Intel Atom 2.4 Ghz, due fotocamere (posteriore da 8 Megapixel, anteriore da 5 Megapixel), Ram da 2 GB, memoria interna da 32 GB, porta simmetrica USB 2.0 Type-C e altoparlanti stereo da 0,5 watt. Il debutto sul mercato è previsto in Cina per il primo trimestre 2015 e verrà realizzato – spiega l’azienda – da un partner che si occuperà di produzione, distribuzione e commercializzazione. Il partner è Foxconn, che produce componenti e dispositivi elettronici per la maggior parte delle grandi aziende che operano nel mondo dell’elettronica.

 
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Pubblicato da su 18 novembre 2014 in tablet, tecnologia

 

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WhatsApp, conferma di lettura facoltativa? Lo dice Softonic

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La roboante notizia che WhatsApp potrebbe rendere facoltativa la conferma di lettura introdotta solo pochi giorni fa (con buona pace degli pseudo-paladini della privacy) pare sia una notevole esclusiva del sito tedesco Softonic.de (sì, quello che distribuisce software con downloader che cercano di appiopparti anche una marea di toolbar e fuffe di varia natura insieme ad altri software non richiesti e opinabilmente proposti).

 
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Pubblicato da su 12 novembre 2014 in curiosità

 

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Non ci sono più i Nokia (di una volta)

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Il sospetto divenne certezza e venne il giorno in cui il marchio Nokia sparì dagli smartphone: due anni dopo l’acquisto della divisione mobile dell’azienda finlandese, Microsoft ha deciso di apporre solo il proprio brand sui nuovi apparecchi della gamma Lumia, a partire dal modello 535.

I Lumia sono qualcosa di diverso dai Nokia di un tempo, che venivano considerati i Cellulari per antomomasia. Quell’epoca è finita da anni e ora la sparizione del brand Nokia dal mercato è solo l’ultimo atto formale.

Una prece.

 
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Pubblicato da su 12 novembre 2014 in cellulari & smartphone, telefonia

 

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WhatsApp, da oggi è attiva la conferma di lettura

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Fine dei dubbi e degli equivoci nelle chat di WhatsApp: ora è attiva la conferma di lettura, colorata di azzurro. Ecco come appaiono da oggi i check (i segni di spunta) all’interno delle conversazioni, con il loro significato:

  • messaggio inviato con successo;
  • messaggio recapitato allo smartphone del destinatario;
  •  messaggio letto dal destinatario.

La novità riguarda anche le conversazioni di gruppo, in cui fino a ieri compariva solamente il check singolo: da oggi, il doppio check compare quando un messaggio ha raggiunto tutti i partecipanti, e diventa azzurra solamente quando tutti i partecipanti lo hanno letto.

Tenendo premuto il dito su un messaggio inviato e selezionando l’icona (i) è possibile avere i dettagli su invio e consegna (con l’orario in cui il messaggio è comparso sul destinatario).

P.S.: No, per ora non si può disattivare.

P.P.S: Sì, certo, se si ha UNA conversazione in corso è possibile leggere il messaggio nell’anteprima senza dare conferma di lettura, che verrà data solo aprendo effettivamente l’app. Ma quando si ricevono più messaggi in conversazioni diverse, non c’è anteprima. Al messimo potete disattivare la connessione dati dello smartphone prima di leggere il messaggio, se proprio non volete comunicare al vostro interlocutore l’orario di lettura. Ma prima o poi vi dimenticherete di adottare questo accorgimento, e vi accorgerete che appena il dispositivo torna online, la conferma parte comunque.

P.P.P.S: Mi è stato segnalato che è bene ricordare come il competitor Telegram abbia già da tempo la conferma di lettura. In effetti i suoi check hanno una finalità diversa: il primo significa “inviato al cloud Telegram con notifica al destinatario” (se consente le notifiche), mentre il secondo è “messaggio letto” (ossia il destinatario ha aperto Telegram e ha aperto anche la conversazione che contiene il messaggio). Manca un “recapitato al dispositivo del destinatario” (che in WhatsApp è il doppio check grigio). Il perché è presto spiegato: contrariamente a WhatsApp, Telegram può essere utilizzato dallo stesso utente su vari dispositivi, quindi una notifica di recapito non darebbe al mittente un’informazione significativa.

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2014 in Buono a sapersi, cellulari & smartphone

 

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Un e-book non è un libro (in Europa)

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Nei giorni scorsi ha preso il via sul web la campagna Un libro è un libro dell’AIE (Associazione Italiana Editori) con l’obiettivo di chiedere l’equiparazione dell’IVA sugli e-book che oggi è al 22%, mentre sui libri cartacei si applica l’aliquota del 4%.

La discriminazione dei libri digitali si riflette sullo sviluppo culturale del nostro Paese:
l’IVA di un libro di carta è il 4%, quella di un ebook è il 22%. Secondo i protagonisti della nostra Gallery l’ebook è un libro e merita lo stesso trattamento. Se anche tu la pensi così, unisciti a noi.

Al netto della preferenza che ognuno di noi può esprimere verso il fascino del libro da sfogliare con l’indice o verso l’e-book nella sua innovatività, nella percezione dell’utente l’unica differenza editoriale tra libro tradizionale ed e-book è il supporto, cartaceo (materiale) o elettronico (immateriale). Quindi, in base a questo presupposto, il principio di eliminare la discriminazione fiscale tra supporti – dal momento che la sostanza è la medesima – è legittimo che sia ampiamente condiviso, perché non avrebbe proprio senso di esistere. Esiste però un problema, per così dire, di forma: a livello formale l’e-book non è un articolo che si acquista.

Dicendo a livello formale parlo di un aspetto oggettivo e non di un concetto interpretabile. “Acquistare un e-book” significa in realtà ottenere una licenza per leggerlo. Non si acquista un libro, ma un diritto, tra l’altro anche piuttosto limitato: l’utente non ha infatti alcun diritto di proprietà sull’e-book, bensì il diritto ad utilizzarlo a vita, senza però poterlo cedere o prestare. E, a dire il vero, anche quel “a vita” è improprio, perché non corrisponde alla vita dell’utente, ma alla vita dell’account.

Un esempio molto chiaro è reperibile su Amazon, nelle Condizioni d’uso Amazon Kindle Store:

Con il download del Contenuto Kindle e con il pagamento dei relativi corrispettivi (comprese le tasse applicabili), il Fornitore di Contenuti ti concede il diritto non esclusivo di vedere, usare e visualizzare tale Contenuto Kindle per un illimitato numero di volte, esclusivamente sul dispositivo Kindle o sull’Applicazione di Lettura, oppure con le diverse modalità previste per il tipo di Servizio, unicamente sul numero di dispositivi Kindle o di Dispositivi Supportati specificati nel Kindle Store ed esclusivamente per tuo uso personale e non commerciale. Il Contenuto Kindle ti viene concesso in licenza d’uso e non è venduto dal Fornitore di Contenuti.

Le condizioni definite da altri rivenditori non sono diverse. I concetti chiave sono in questi termini: servizio e licenza d’uso. Quindi l’applicazione di un’aliquota IVA più alta per gli e-book è indubbiamente un elemento eclatante di differenza dai libri cartacei, ma è solo la punta dell’iceberg, poiché si tratta di una delle conseguenze di una discriminazione definita a livello formale che per l’utente comporta, oltre ad un esborso superiore, anche l’impossibilità di esercitare quei diritti che derivano dal possesso di un libro cartaceo (proprietà, possibilità di cessione, prestito, successione…).

Il sito web che promuove la campagna in realtà si focalizza solo sull’aspetto fiscale, ma la ratio dell’iniziativa si fonda sul presupposto che l’e-book viene considerato come un servizio digitale. Un altro aspetto, inoltre, merita una precisazione: la frase “La discriminazione dei libri digitali si riflette sullo sviluppo culturale del nostro Paese” potrebbe indurre a credere che la discriminazione (non solo) fiscale sugli e-book sia un’anomalia italiana, ma in realtà il problema si pone nei confronti dell’Unione Europea.

Perciò non è pensabile un intervento solamente fiscale e solamente italiano, ma sarebbe auspicabile una ridefinizione complessiva dell’e-book a livello europeo, con il passaggio di stato da servizio a bene e tutte le conseguenze che potrebbero derivarne. La più diretta: un’imposizione ridotta porterebbe ad un prezzo finale inferiore, che gli editori potrebbero (anzi dovrebbero, condividendo quanto ha osservato in proposito Luca Rota) rendere ancor più attraente per il pubblico, contribuendo a fare da volano per volumi di vendita superiori e alla crescita del mercato.

Molti più e-book venduti naturalmente potrebbero anche significare maggiori entrate per lo Stato a livello di IVA: meglio vendere moltissimi e-book con IVA al 4% o pochissimi con IVA al 22%? 😉

 

 
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Pubblicato da su 4 novembre 2014 in Buono a sapersi, e-book & e-reader

 

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Phishing maldestro: evitate… l’autotruffa

PhishingIntimao

Non mi stupisco più dei messaggi mail truffaldini di phishing che arrivano, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di tentativi improbabili e affatto credibili, c’è sempre qualcuno che ci casca (probabilità data dall’alto numero di destinatari dei messaggi inviati).

Certo, quando il mittente coincide con il destinatario, qualche sospetto dovrebbe venire in ogni caso. Ma anche avendo fiuto per capire immediatamente che certi messaggi sono pura fuffa come quello riportato sopra, non è impensabile che qualcuno caschi comunque nel tranello, perché a ben vedere le trappole qui sono tre:

  1. la prima è nei contenuti leggibili nel messaggio, che riporta nell’intestazione “Ministério Pùblico Federal”, nell’oggetto ha un “procedimento investigatorio” e in calce ha i riferimenti del coordinamento IT della “Policia Federal” di Brasilia; credibilità limitata all’eventualità che il destinatario del messaggio abbia un collegamento con quella città o almeno in Brasile;
  2. la struttura del messaggio: apparentemente si tratta di un messaggio tradizionale, costituito da un corpo testuale, un’immagine inserita (peraltro praticamente illeggibile) e un allegato. In realtà si tratta di un’unica immagine che riproduce testo, immagine e link all’allegato (un mandato di comparizione) e il tutto è ben camuffato;
  3. cliccando sull’immagine (l’unica azione a cui mira il messaggio) si segue un link che implica un download diretto senza richiesta di conferma, chi è curioso e vuole aprire il file zip che è appena approdato sul computer cade nel tranello e rischia di compromettere la sicurezza dei propri dati personali, che potrebbero essere trasmessi a terzi
 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2014 in Buono a sapersi, security

 

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Ora solare in arrivo…

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Ricordate di sistemare gli orologi…
Sì, “un’ora indietro”.
Sì, “si dorme un’ora in più”.
Sì, si torna all’ora solare. Quella “estiva” (da fine marzo a fine ottobre) è l’ora legale.
Sì, la sera farà buio prima.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2014 in Buono a sapersi

 

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Microsoft chi?

”Molti pensano che i nostri più grandi concorrenti siano Yahoo! o Bing. Ma il nostro più grande rivale nel settore dei motori di ricerca è effettivamente Amazon”

È quanto ha dichiarato Eric Schmidt – presidente di Googke – in occasione di un evento dedicato alle startup a Berlino.

Considerando che i due gruppi si sfidano anche nella logistica, la contrapposizione non potrà che ampliarsi…

 
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Pubblicato da su 14 ottobre 2014 in business, news

 

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Collegarsi a Internet a volte implica un sacrificio. Inconsapevole

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La password WiFi sarà fornita solamente se il destinatario acconsentirà a cedere il proprio primogenito all’azienda, per la durata dell’eternità. 

Il testo che avete appena letto è la Clausola Erode inserita nelle condizioni di servizio da accettare per essere abilitati ad utilizzare un hotspot WiFi pubblico a Londra, nell’ambito di un’indagine investigativa basata su un esperimento organizzato da F-Secure ed Europol e realizzata dal Cyber Security Research Institute con gli specialisti di sicurezza di SySS. La singolare clausola, che naturalmente non è mai stata applicata, è solo l’elemento più eclatante della disattenzione e della mancanza di consapevolezza degli utenti  nell’utilizzo di servizi di connettività, concetti che l’esperimento aveva l’obiettivo di evidenziare.

Oltre al rischio di accettare e sottoscrivere clausole tutt’altro che chiare annegate nelle condizioni contrattuali, che troppo spesso vengono completamente ignorate per utilizzare un servizio, l’indagine ha fatto emergere che è sufficiente una spesa minima per mettere in funzione un accesso WiFi che, nel consentire l’accesso a Internet, possa spiare tutta l’attività dell’utente connesso.

F-Secure ha chiesto a Finn Steglich della SySS di realizzare un kit WiFi portatile, affinché potesse essere attivato agevolmente in un punto qualunque della città. Con una spesa di circa 200 euro è stato realizzato un piccolo sistema perfettamente funzionante e presentato in rete con un nome “credibile”.

Il primo obiettivo era rilevare quanti utenti avrebbe agganciato uno hotspot sconosciuto una volta posizionato e reso disponibile.

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In mezz’ora sono stati rilevati 250 dispositivi, 33 dei quali si sono connessi, 21 sono stati identificati. Sono stati captati 32 MB e sei utenti hanno accettato la clausola erode prima che venisse disattivata la pagina in cui erano riportare le condizioni di servizio.

In ogni caso, chi ha utilizzato il servizio per navigare in Internet si è sottoposto ad una rilevazione costante di tutta l’attività svolta online durante tutto il collegamento. Il rischio esiste, anche in considerazione del fatto che su molti smartphone è attiva per default la ricerca e l’aggancio del miglior accesso WiFi disponibile in zona. Se l’access point è aperto e non protetto, il collegamento può avvenire senza che l’utente se ne accorga e nel frattempo – se esiste un’attività di cattura dei dati in transito sul dispositivo – questi dati possono essere rilevati e memorizzati (smartphone o tablet lavorano anche quando rimangono in una borsa, quando ad esempio sono attive la ricezione di mail e altre app che ricevono o trasmettono informazioni).

La conclusione: il WiFi è molto utilizzato (laddove disponibile), ma gli utenti non sono a conoscenza delle possibilità e dei rischi derivanti da un uso incauto di queste tecnologie. L’avvertimento di F-Secure è chiaro: nessuno deve dare per scontata la sicurezza di un WiFi pubblico, che è un servizio da utilizzare con consapevolezza e, qualora la sicurezza dei dati sia critica, è opportuno adottare soluzioni di sicurezza, dalla VPN ad altre soluzioni ad hoc in grado di proteggere i dati.

E come conclude oggi Federico Guerrini nel suo articolo, per quanto riguarda coloro che hanno accettato la clausola Erode, “F-Secure, bontà sua, non ha intenzione di far valere i propri diritti (che comunque sarebbero difficili da sostenere in tribunale). È probabile, però, che d’ora in poi i genitori facciano un po’ più di attenzione”.

Nel video (con audio in inglese), il racconto dell’esperimento.

 
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Pubblicato da su 10 ottobre 2014 in cellulari & smartphone, Internet, security, WiFi

 

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Ello che?

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Oltre ad indicare un comune in provincia di Lecco e un gioco Mattel per bambine (di scarso successo), Ello è il nome di un nuovo social network, molto richiamato dalla cronaca negli ultimi giorni per il suo crescente consenso. Sul suo conto si leggono molte cose, ma le definizioni più ricorrenti sono anti-Facebook, amico della privacy, gay-friendly e social network senza pubblicità.

Il Manifesto del social network effettivamente non nasconde che l’intento è rappresentare l’alternativa a Facebook, differenziandosi con l’assenza di pubblicità e la tutela della privacy degli utenti, a cui si assicura che i dati personali non saranno trasmessi ad altre aziende (anche perché non esistono inserzionisti pubblicitari sulla piattaforma), ma solo agli altri iscritti. Altra caratteristica ostentata da Ello è l’assenza di pratiche discriminatorie nell’iscrizione, che può avvenire anche con un nome diverso da quello registrato all’anagrafe (anche qui in contrapposizione alle prassi di Facebook, che ha sospeso alcuni account di drag queen che nell’iscrizione avevano utilizzato il loro nome d’arte). You are not a product (trad. “Tu non sei un prodotto”) recita lo slogan.

I presupposti di rispetto degli iscritti sulla carta sono ottimi, ma saranno sufficienti a far crescere il bacino di utenza di Ello? Sicuramente la curiosità stimolerà molte persone a sondare il terreno, ma l’impresa di far schiodare da Facebook un buon numero di persone resta ardua.

Non sarà la tutela della privacy a motivarli, ne’ la grafica minimalista e spartana della nuova piattaforma. Per essere spinti in massa verso Ello dovranno trovare qualcosa di veramente nuovo, ma finora nessun competitor di Facebook è riuscito a scalfirne la leadership nel panorama dei social network: l’obiettivo è rimasto un miraggio per Diaspora, come per tutti gli altri. E non si venga tratti in inganno dal cospicuo numero di utenti vantato da Google Plus, che corrisponde realmente ad un numero di iscritti, ma solo perché chi si registra per un qualunque servizio di casa Google è già virtualmente utente di tutte le altre soluzioni del gruppo (giacché basta “un unico account Google per tutto il mondo Google”), tant’è che i numerosi possessori di smartphone Android – registrando il proprio account sull’apparecchio – spesso nemmeno si accorgono di aver accettato anche l’iscrizione al social network.

Ello – non è male saperlo – si regge oggi sul sostegno finanziario di FreshTracks Capital, che ha investito 435mila dollari nell’idea di social network concepita da Paul Budnitz (un designer che ha messo la sua firma biciclette molto belle), dopo uno sviluppo basato anche sulla consulenza pro bono (cioè a titolo gratuito) di Aral Balkan (anch’egli designer, fondatore di ind.ie e promotore di tecnologie che consentano agli utenti di mantenere il controllo degli strumenti digitali che utilizzano, come quelle che saranno utilizzate nell’ind.ie phone), che ha abbandonato il progetto per questioni ideologiche, appena appreso dell’ingresso di una società di venture capital, che a suo dire non può che snaturare il progetto iniziale (in quanto trasforma il sogno nella ricerca di un profitto che porti un ritorno sull’investimento), limitarne le ambizioni e appiattirlo al livello di altri prodotti assoggettato alle leggi del mercato.

Sicuramente è ancora presto per dargli ragione. Ma anche per dargli torto…

 
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Pubblicato da su 1 ottobre 2014 in news

 

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Windows, si salta alla 10

Windows 10

 

Avete ancora Windows XP? Non vi siete accorti che nel frattempo è uscito Windows Vista, Windows 7 e Windows 8, con l’update 8.1? O aspettavate la prossima versione ancora? Be’, scordatevi di Windows 9, perché Windows 10 sarà davvero rivoluzionario. Parola di Microsoft.

Però… un momento. Ma Windows 9 non è ancora uscito.

Perché presentano già Windows 10?

Si sono forse dimenticati di non aver ancora rilasciato la versione 9?

Assolutamente no, a Redmond sono molto più avanti di noi in tutti i sensi e – con sapiente strategia di marketing – hanno deciso che dopo Windows 8 si passerà direttamente a Windows 10, saltando un numero per evidenziare il notevole salto in avanti compiuto dal nuovo sistema innovativo. Che ripresenterà il menu Start – che era rimasto fino a Windows 7 – con programmi e applicazioni. Però sarà tutto nuovo!

Forse 😉

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2014 in news

 

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Windows ritornerà al Menu Start

Pare che Microsoft abbia deciso di cedere alle lagnanze degli utenti di Windows che rimpiangono il Menu Start . Dopo averlo reintrodotto in sordina su Windows 8.1, l’azienda avrebbe deciso di consolidarlo in Windows 9 (o come si chiamerà), con un pannello che mostra programmi e applicazioni a cui possono essere aggiungere altri pannelli con i box dell’interfaccia attuale (più adatta ai touchscreen). L’utente sarà messo in condizioni di scegliere quale interfaccia utilizzare. Almeno quella.

 
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Pubblicato da su 12 settembre 2014 in News da Internet

 

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Password Gmail trafugate, un altro caso per riflettere

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Da ieri circola la notizia di un clamoroso furto di password ai danni degli utenti di Gmail: si parla di circa 5 milioni di utenze, i cui dati di accesso sarebbero stati pubblicati da un utente del forum russo Bitcoin Security.

Nel comunicare la notizia, molte fonti indicano di rivolgersi al sito isleaked.com, per le opportune verifiche. Il sito è stato messo online a nome di Egor Buslanov, con un dominio registrato in data 8 settembre 2014, proprio due giorni prima della pubblicazione su Bitcoin Security (dati verificabili attraverso qualunque servizio whois disponibile in rete). Non fornisce alcun elenco, ma chiede all’utente di inserire il proprio indirizzo e-mail promettendo un celere responso. La homepage di default è scritta in russo, con versioni in inglese e spagnolo.

Questi presupposti – insieme a quanto sto per aggiungere – mi sembrano sufficienti ad essere guardingo e a non affrettarmi a sfruttare questo servizio. Per consapevole autolesionismo tecnologico ho inserito personalmente i dati di un account Gmail. Il responso è stato positivo, tanto che isleaked.com – per dimostrarsi attendibile – mi ha anche indicato i primi due caratteri della password che gli risulta trafugata. Peccato che non fossero affatto corrispondenti a quelli della password reale (ne’ attuale, ne’ precedente).

Questo risultato inattendibile, insieme al fatto che la verifica si basa sul fatto che un utente debba comunicare il proprio indirizzo e-mail ad uno sconosciuto, suggerisce di utilizzare la dovuta cautela e di rivolgere attenzione altrove. Certo, il rischio più immediato potrebbe essere limitato a ricevere un po’ di spam aggiuntivo, ma personalmente penso di poterne comunque fare a meno.

L’Online Security Blog di Google ieri ha pubblicato un articolo in cui si spiega che, fra tutti i dump pubblicati in rete (ottenuti dalla combinazione di dati provenienti da fonti esterne a Google), le combinazioni username+password che possono realmente consentire l’accesso ad un account altrui sono meno del 2% e, in ogni caso, i sistemi anti-hijacking di Google sono in grado di bloccare buona parte dei tentativi di accesso fraudolento. Considerando che l’ecosistema Google in fatto di privacy è imbattibile (nel senso che loro sono maestri assoluti nel raccogliere ed elaborare informazioni personali altrui), penso che l’affidabilità di questi sistemi sia quantomeno verosimile.

Avete il dubbio che il vostro account possa essere stato compromesso? Non pensateci due volte: cambiate password, scegliendone una forte e sicura (come ricordavo qualche giorno fa), perché…

Il rischio aumenta quando la password è semplice e non è stata generata con gli opportuni criteri di complessità (ad esempio quelli illustrati nell’articolo Scegliere password più sicure su Mozilla Support, oppure in Creazione di una password forte a cura di Google Support). Oppure se il servizio di password reset è impostato con risposte prevedibili o facilmente reperibili.

 
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Pubblicato da su 11 settembre 2014 in security

 

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Apple Show 2014

Apple Watch Presentation

In ordine di rilevanza – per il sottoscritto – e non di apparizione, ecco le novità presentate oggi da Apple.

  1. Songs of Innocence: l’ultimo album degli U2 viene rilasciato a costo zero a tutti gli utenti di iTunes fino al 13 ottobre. Tim Cook & U2Poi si paga, ovviamente, ma nel giro di un mese l’ultima fatica della band irlandese potrà raggiungere 500 milioni di utenti della piattaforma Apple. Certamente tutto avverrà in un arco di tempo più ristretto. Forse sarà necessario rivedere il concetto di riconoscimento sulle vendite espresso con i vari dischi (di diamante, di platino, d’oro e d’argento). Comunque si vocifera che ad Apple il giochino sia costato 100 milioni di dollari (al netto di altri eventuali compensi direttamente elargiti agli U2).
  2. Watch: lo smartwatch secondo Apple non si chiama iWatch, ma solo Watch. Accidenti. Design accattivante, materiali ricercati, tecnologia al top, una cospicua dote di funzioni, sistema operativo Watch OS. Il difetto più evidente, che relega anche questo smartwatch a ruolo di companion è la necessità di restare sincronizzato (e quindi vincolato) all’iPhone, a cui deve rimanere sempre appiccicato. La vera novità di questo settore – se e quando verrà presentata – sarà lo smartwatch indipendente da qualunque altro device, con nano-Sim integrata (tecnicamente già fattibile). Questo, intanto, arriverà sul mercato nel 2015. Dopo Natale. Che delusione.
  3. Pay: è la nuova piattaforma di pagamento basata su tecnologia NFC, a cui Apple – fino a due anni fa – non intendeva ricorrere, ma che la concorrenza ha già introdotto da tempo nei propri smartphone; qui c’è la differenza di poter pagare con un dito.
  4. iPhone 6 / Iphone 6 Plus: la nuova generazione dello smartphone più desiderato al mondo. Due modelli, con display di maggiori dimensioni rispetto alle generazioni precedenti (4,7 e 5,5 pollici), contraddistinti da un design sottile (quasi da iPhone Air), più potenti, iOS 8… Sicuramente il top della gamma, ma per le esigenze (reali o indotte) dell’utente, la concorrenza è a livelli comparabili. Non siamo più nel 2007, quando l’iPhone era… qualcosa di completamente diverso.

 

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2014 in cellulari & smartphone, news, tecnologia

 

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Facebook, meglio controllare l’avvio automatico dei video

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Su Facebook vengono visualizzati un miliardo di video ogni giorno, in buona parte (ben oltre la metà) da dispositivi mobili, soprattutto smartphone e tablet. E forse – come sottolineato sul New Blog Times – è il caso di tenere presente alcuni aspetti:

  1. sul social network è attiva per default la riproduzione automatica dei video;
  2. visualizzare un video comporta il download di una determinata quantità di dati;
  3. i dispositivi mobili, al di fuori della copertura di una rete wireless, si connettono a Internet utilizzando un piano tariffario che prevede un monte in gigabyte.

Quando su Facebook si scorre la propria home, oppure una qualunque altra pagina (anche quella di un amico, di un gruppo, eccetera) è molto facile imbattersi in un filmato. Quando questo compare per intero sul display la riproduzione viene avviata a volume azzerato. Con una connessione che prevede dati illimitati (ad esempio WiFi/ADSL) questo non comporta problemi, ma da rete mobile la riproduzione automatica del video si traduce nell’istantaneo consumo di dati, addebitato in funzione del piano tariffario utilizzato.

Se negli ultimi tempi avete riscontrato l’esaurimento prematuro del vostro plafond di dati, il consumo inconsapevole di dati dovuto alla riproduzione automatica di video potrebbe essere una delle motivazioni plausibili (non l’unica rilevabile, ma una delle possibilità verosimili). Naturalmente – se il motivo è l’avvio automatico dei filmati – l’emorragia di byte si può tamponare e prevenire (con benefici anche sull’autonomia della batteria). Facebook indica come fare:

Puoi modificare le impostazioni di riproduzione automatica dell’applicazione Facebook scegliendo , Solo Wi-Fi o No.

Android

Per regolare questa impostazione:

  1. Apri l’applicazione Facebook.
  2. Tocca il pulsante menu del telefono.
  3. Tocca Impostazioni.
  4. Scorri verso il basso e tocca Riproduzione automatica dei video.
  5. Scegli un’opzione.

iPhone e iPad

Per regolare questa impostazione:

  1. Accedi alle impostazioni del tuo telefono o tablet.
  2. Scorri verso il basso e tocca Facebook.
  3. Tocca Impostazioni.
  4. Sotto Video tocca Riproduzione automatica.
  5. Scegli un’opzione.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2014 in Buono a sapersi, cellulari & smartphone, Internet, news, tablet

 

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