
In questi ultimi tempi, nel settore della tecnologia, spiccano i business orientati alla wearable technology, la tecnologia indossabile che oggi è già realtà di serie per quanto riguarda gli smartwatch e altri accessori in uso da tempo, e che ora sta puntando dritta agli occhi degli utenti. In particolare si parla molto di due operazioni:
- l’accordo siglato tra Luxottica e Google per il design dei Google Glass;
- l’acquisto di Oculus da parte di Facebook.
I primi, per chi non ne avesse ancora sentito parlare sono occhiali per la realtà aumentata, con un piccolo display HD posto in prossimità dell’occhio (che equivale ad uno schermo da 25 pollici visto a due metri di distanza), audio a conduzione ossea, una fotocamera da 5 Megapixel (che può scattare foto e registrare video a 720p), connettività WiFi e Bluetooth e una memoria da 12 GB. Permettono di utilizzare funzionalità simili a quelle degli smartphone (chi li indossa può fare compiere le azioni più svariate). L’accordo con Luxottica rappresenta un matrimonio tra la loro tecnologia e il design, quindi presto potremmo vedere questa tecnologia su occhiali Ray-Ban o Oakley (marchi di proprietà di Luxottica), solo per citare i più sportivi.
Oculus ha progettato un visore per la realtà virtuale, apparentemente ideale per i videogame: indossato, il visore mostra due diverse immagini agli occhi dell’utilizzatore, offrendogli una visione 3D. Il dispositivo è dotato di sensori per rilevare e riprodurre gli eventuali movimenti della testa, e far reagire il “mondo virtuale” di conseguenza. Zuckerberg in questo visore ha visto altro, ossia la possibilità di immergere l’utente nel suo social network per trasformarne l’esperienza per quanto riguarda ogni forma di intrattenimento (per dare all’utente la sensazione di trovarsi dentro un film, nel mezzo di un evento sportivo, o di fronte al docente in un’aula universitaria).
Mirabolanti possibilità per gli utenti, ma soprattutto per le due aziende in campo, che negli ultimi tempi hanno fatto scuola in materia di invasione nella privacy degli iscritti ai loro servizi: questi attraenti dispositivi ampliano a dismisura le loro possibilità di business (e quelle dei loro inserzionisti). Se oggi ci profilano – mediante smartphone o computer – memorizzando i dati delle nostre ricerche, della navigazione e della nostra localizzazione per incrociarli al meglio con le offerte dei loro inserzionisti, domani – mediante un wearable device, dispositivo indossabile – potranno essere ancora più mirati, puntuali e precisi, perché godranno della massima attenzione dell’utente, ancor meno distratto da fattori esterni e quindi più concentrato su quanto percepisce. Il business non è (solo) nella vendita del dispositivo, ma si alimenta con l’indotto dei servizi accessori che gravitano attorno al dispositivo; il legame tra le due entità può non essere immediatamente visibile, ma in realtà è saldo e iindispensabile al buon andamento del mercato in cui si muovono queste grandi aziende.
Come ho avuto modo di dire in passato, la tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno possa sfruttarla per perseguire i propri interessi e appia piena consapevolezza tanto dei rischi quanto delle opportunità derivanti dalle innovazioni.
Tag: advertising, aumentata, business, facebook, glass, google, luxottica, oculus, privacy, pubblicità, realtà, virtuale

Come si lancia una campagna pubblicitaria efficace in modo da farla diventare virale? Ad esempio si crea un sito web ad hoc che pubblicizza un nuovo soft drink, con una bacheca in cui tutti possono scrivere ciò che vogliono, senza moderazione e quindi senza alcun tipo di filtro (unici paletti: un messaggio non più lungo di 80 caratteri, ossia mezzo SMS, ed essere utenti di Facebook , affinché si possa essere tracciati attraverso il profilo mantenuto sul social network). Da notare che nella homepage campeggia un conto alla rovescia che scade esattamente il primo aprile…
Il rischio che i contenuti prendano una deriva becera è certo. Ma mentre molti si chiedono se il committente ci è o ci fa (la campagna è sfuggita di mano, o è stata appositamente concepita per renderla roboante e farne parlare il più possibile?) e altri si chiedono se sia tutto un pesce d’aprile (sì, non può che esserlo), la piattaforma continua imperterrita a raccogliere informazioni sugli utenti che ci cascano sentendosi liberi di scrivere ciò che più piace loro…

Tag: advertising, campagna, ceres, facebook, marketing, pesce d'aprile, primo aprile, privacy, profilazione, pubblicità, social network, soft ale, tracciamento, tracking, utenti

Facebook ha avviato in questi giorni la pubblicazione dei premium video ads, brevi spot pubblicitari che, almeno per il momento, vengono trasmessi senza audio e fino ad un massimo giornaliero di tre video per ogni utente. L’approccio di questo servizio è decisamente televisivo , ma soprattutto mirato: forte delle proprie potenzialità di profilazione degli utenti, il social network è in grado di proporre agli utenti questi spot con la stessa precisione dei box o banner pubblicitari.
Dal punto di vista pubblicitario, quindi, il valore aggiunto di queste inserzioni è molto elevato. Non a caso – spiega Bloomberg – il servizio viene offerto agli inserzionisti ad una tariffa giornaliera che può andare dal milione ai 2,5 milioni di dollari.
Per me è NO.
Tag: advertising, consapevolezza, facebook, marketing, profilazione, pubblicità, social network
L’olandese Bas Bosschert dice che basta un piccolo script e i dati delle chat di WhatsApp si decriptano con la stessa facilità con cui si apre un lucchetto aperto. Considerando che:
- le chat sono memorizzate su alcuni file (msgstore.db, wa.db e msgstore.db.crypt) nella schedina microSD interna
- per molte app è richiesto l’accesso ai dati sulla microSD
… a buon intenditor, poche parole 😉
Tag: bas bosschert, privacy, whatsapp

Oggi il Corriere scrive:
Compie 25 anni il World Wide Web, il primo browser per la rete mai realizzato, che fu inventato nel 1989 da Tim Berners-Lee mentre lavorava al Cern di Ginevra. Un’invenzione rivoluzionaria che rese possibile la navigazione in rete. (RCD – Corriere Tv)
World Wide Web effettivamente è il nome del primo browser, che non è mai stato diffuso per uso pubblico.
Ma il World Wide Web è quella parte di Internet destinata alla pubblicazione di contenuti multimediali che ha consentito la realizzazione della Internet come la conosciamo oggi. E’ di questa che si celebra il “compleanno”, non certo di un browser.
E comunque Internet è nata prima.
Tag: Internet, tim berners-lee, world wide web, www
![privacy_whatsapp[1]](https://blog.dariobonacina.net/wp-content/uploads/2014/03/privacy_whatsapp1.png?w=645)
Il Washington Post riferisce che l’EPIC (Electronic Privacy Information Center) ha formulato una denuncia alla FTC (Federal Trade Commission) chiedendo l’apertura un’indagine federale sull’operazione di acquisto di WhatsApp da parte di Facebook, con questa motivazione:
“Gli utenti di WhatsApp non erano in condizioni di sapere in anticipo che, scegliendo un servizio a favore della privacy avrebbero consegnato i propri dati a Facebook per le sue pratiche di raccolta dati”.
Sull’orientamento privacy oriented di WhatsApp io non spenderei certezze, ma un’indagine in questo senso è quantomeno doverosa. L’accoglimento, l’iter e i risultati dell’indagine saranno comunque tutti da vedere.
Tag: epic, facebook, ftc, privacy, whatsapp
![hp-a-internet-taxes[1]](https://blog.dariobonacina.net/wp-content/uploads/2014/03/hp-a-internet-taxes1.jpg?w=645)
Al termine di un iter alquanto tortuoso, la cosiddetta webtax è stata accantonata, ma solo per quanto riguarda l’obbligo, per le aziende che fanno business via Internet, di avere una partita IVA italiana: resta in vigore, per le imprese, la regolamentazione dei pagamenti – che potranno essere effettuati solo con bonifico bancario o postale, o con altri strumenti da cui si possa identificare la corrispondente partita IVA del beneficiario – così come rimangono in piedi anche il requisito della stabile organizzazione e la tracciabilità dei profitti.
Per quanto possa sembrare – ed essere – una soluzione impercorribile così com’è stata concepita, la proposta della webtax testimonia un problema molto serio legato alle opportunità di elusione fiscale da parte di molte grandi aziende. E’ un problema di dimensioni rilevanti e, dato che riguarda realtà che operano su mercati di livello internazionale grazie al regime di libera concorrenza, non può essere affrontato solamente a livello locale e non va pensato unicamente con orientamento ai business legati ad Internet (l’elusione fiscale, i paradisi fiscali esistono da quando esiste il fisco, non da quando esiste la rete), anche se sono quelli che generano i numeri meno visibili: tanto per rendere l’idea del fatto che la questione è più ampia del Vecchio Continente, è sufficiente notare che Google ha la sua base negli USA, ma ha sedi anche in Irlanda, Olanda e Bermuda, e si stima che – in virtù dei differenti regimi fiscali in vigore in questi stati – nel 2012 il risparmio fiscale negli Stati Uniti sia stato pari a 2 miliardi di dollari.
A soluzioni mirate ad evitare il profit shifting (l’opportunità di veicolare profitti nei paradisi fiscali e non avere utili imponibili negli stati in cui si opera) stanno lavorando, in ottica internazionale, la Commissione Europea e l’OCSE, lavorando su due fronti: uno è ovviamente quello fiscale, perché la disinvoltura delle multinazionali che operano su Internet è foriera di danni dal punto di vista delle entrate pubbliche, ma c’è anche da osservare la concorrenzialità dell’ampio mercato in cui queste aziende si muovono, dal momento che sfruttano agevolazioni che danno loro un enorme vantaggio nei confronti di altre aziende, incluse quelle della GDO (Grande Distribuzione Organizzata).
Esiste già una direttiva europea – la n.112 del 2006 – in cui, anche in seguito a modifiche successive, è stato previsto che gli Stati UE possano pretendere il pagamento delle tasse dove vengono erogati i servizi. L’entrata in vigore di questa norma è fissata per il gennaio 2015, ma non si escludono slittamenti. Sarebbe opportuno che non si verificassero: le distorsioni fiscali e di mercato sono già andate oltre ogni limite tollerabile e la proposta della webtax, seppur con le sue criticità, ha avuto un effetto positivo nell’evidenziare la questione e portarla ad alti livelli di discussione, che dovranno tradursi in fatti.
Tag: commercio, elettronico, elusione fiscale, europa, fisco, Internet, multinazionali, ocse, online, tasse, UE, webtax

Singolare – ma interessante – questo episodio spiegato su Reddit dall’utente Glarznak: in vacanza, ha lasciato il proprio iPhone 5S scarico per quattro giorni (non potendolo ricaricare perché aveva rotto il cavetto). Una volta tornato a casa, ha ricaricato lo smartphone, scoprendo che l’app Argus (permette di monitorare nutrizione, attività sportive e ha funzionalità di pedometro) era riuscita a registrare dati anche nei giorni in cui la batteria dell’iPhone era talmente a terra da non consentire nemmeno l’accensione.
A terra, ma non assolutamente scarica: aveva infatti mantenuto una minima energia residua che, benché non adeguata a sopportare lo stress dell’accensione, era comunque sufficiente all’irrisoria attività di monitoraggio effettuata con il supporto del chip M7 integrato nell’iPhone (evidentemente molto parco nei consumi). D’altro canto, non è un segreto che il processore consenta – ad esempio – la misurazione continua delle informazioni di movimento dell’utente e quindi il controllo costante di accelerometro, giroscopio e bussola…
![article-2573761-1C0E29CA00000578-892_634x286[1]](https://blog.dariobonacina.net/wp-content/uploads/2014/03/article-2573761-1c0e29ca00000578-892_634x2861.jpg?w=300&h=135)
Si tratta di un dettaglio che comunque può sfuggire, in questo caso specifico si tratta di una funzionalità non allarmante perché non tiene traccia della posizione dell’utente, non essendo legata a modulo GPS o Cell-ID (che identifica la cella in cui si trova un utente di rete mobile). Ma rimane sempre valido il discorso che è bene conoscerne l’esistenza: dobbiamo sempre essere consapevoli delle potenzialità di uno strumento che utilizziamo, a maggior ragione in materia di informazioni personali (dovremmo sempre essere in condizioni di sapere che fine fanno, visto che sono nostre).
Le possibilità offerte dalla tecnologia sono molte e di esempi di monitoraggi inconsapevoli ne abbiamo già troppi (tra cui quello attuato da Google attraverso gli smartphone, abbastanza eclatante).
Tag: argus, autonomia, batteria, consapevolezza, iphone, monitoraggio, privacy, sicurezza, tracciamento
![itscomplicated[1]](https://blog.dariobonacina.net/wp-content/uploads/2014/02/itscomplicated1.png?w=200&h=300)
Quando qualcuno indica in Internet e nei social network la causa principale di tematiche serie che riguardano i ragazzi, come bullismo e cyberbullismo, hate speech (i cosiddetti discorsi d’odio con cui si manifesta intolleranza e odio verso una persona o un gruppo sociale in base a razza, etnia, religione, l’orientamento sessuale o quello politico, identità di genere o altre particolari condizioni fisiche o sociali) e altre problematiche, suggeritegli la lettura del libro It’s complicated di Danah Boyd (potete acquistarlo, o scaricarlo dal sito danah.org), che documenta una ricerca lunghissima (iniziata nel 2005 e conclusa nel 2012) sulle vite connesse di molti ragazzi e le spiega agli adulti.
Il titolo è perfetto: It’ complicated, è complicato, perché affrontare queste problematiche non è affatto semplice e individuare il colpevole in uno strumento tecnologico è facile. Ed è sbagliato. Perché una tecnologia non intacca problematiche sociali e culturali.
Tag: adulti, bullismo, cultura, cyberbullismo, danah boyd, genitori, giovani, insegnanti, Internet, minori, rapporto, sicurezza, società, tecnologia, teen

Altre novità in tema di Datagate: il Guardian riporta nuove rivelazioni di Edward Snowden e racconta l’operazione Optic Nerve avviata dal 2008 al 2012 dal GCHQ (l’intelligence inglese) per la registrazione delle riprese delle webcam di milioni di utenti di Yahoo! Utenti normalissimi, cioè non indagati ne’ sotto osservazione da parte delle autorità di polizia. L’obiettivo dichiarato dell’operazione era la raccolta di immagini che ritraessero il viso di persone che potessero essere di potenziale interesse.
La raccolta veniva effettuata intercettando le videochat degli utenti, catturando un fotogramma ogni cinque minuti e trasmettendo il materiale raccolto alla NSA. Una volta immagazzinate, le immagini venivano poi esaminate per identificare potenziali obiettivi.
L’agenzia dichiara di aver agito nel rispetto della legge e di essere stata autorizzata alla raccolta di queste informazioni visive, anche se l’articolo del Guardian evidenzia la mancanza della prevista autorizzazione da parte del ministero competente. Yahoo si è dichiarata ignara dell’operazione (possibile?). Operazione che – a conti fatti – ha ottenuto il risultato di un database abbastanza inutile, pieno di immagini di contenuto pornografico, pubblicitario e famigliare. Tra l’altro, anche il sistema di analisi delle immagini si è dimostrato inaffidabile: il sistema è tarato per misurare la quantità di pelle visibile in una foto e, superato un certo limite, la classifica come pornografica. Tuttavia, tale classificazione sembra aver riguardato molti ritratti di volti di persone.
Solo ritratti? Messaggi niente?
Cui prodest?
Ne sentiremo ancora?
Tag: datagate, edward snowden, gchq, guardian, intelligence, nsa, privacy, sicurezza, yahoo

Nei vari annunci, proclami, comunicati stampa e articoli giornalistici (che ne replicano i contenuti) relativi all’avvento della “rete 4G” (tecnologia di rete mobile di quarta generazione), rilevo sempre più un’involontaria e indiretta ingannevolezza su possibilità e prestazioni consentite dall’utilizzo della banda ultra-larga tramite smartphone e chiavette.
Ieri un operatore di telefonia mobile ha reso noto di aver effettuato un test di velocità della propria tecnologia LTE Advanced, la cui disponibilità è prevista per il 2015, che ha fatto registrare una velocità di connessione di 250 mbps in download, “ovvero più del doppio rispetto alla velocità massima attualmente disponibile sulle reti mobili italiane”, che significa – ad esempio – poter scaricare in 30 secondi un film delle dimensioni di un gigabyte.
Ovviamente si parla di velocità teorica, raggiungibile in condizioni ottimali, che per un utente con smartphone o chiavetta è fattibile quando si trova outdoor e in prossimità dell’antenna dell’operatore mobile, con campo pieno, e con un numero limitato di utenti collegati alla stessa antenna. Ma anche dando per scontato l’irrazionale presupposto che si tratti di possibilità reali, pensiamo al fatto che l’utente medio oggi ha un piano tariffario che include 2 GB mensili. Significa sicuramente che uno può scaricarsi 2 GB di film (o altro) in un minuto, ma che altrettanto sicuramente così esaurisce immediatamente il proprio plafond mensile. Quindi, con le attuali configurazioni tariffarie, non ci sarebbe altra soluzione che fare un upgrade, un aggiornamento tariffario, che implicherebbe una spesa mensile superiore!
Intendiamoci: trovo giustissimo e condivisibile l’entusiasmo per le possibilità offerte dalla tecnologia, sono il primo a rimanerne affascinato e a fantasticare sui suoi possibili impieghi, che nella mia visione non si traducono nel download di un film in un minuto, ma ad esempio nella possibilità di avere un segnale di rete più affidabile e capillare in caso di necessità ed emergenza, nell’offrire connettività veloce a chi non può averla via cavo e altre utili applicazioni. Al netto di ogni illusione, quindi, aspettiamo di capire come verrà strutturata anche l’offerta. Non prima del 2015.

Sabato sera WhatsApp è rimasto al buio per oltre tre ore, un black-out che ha fatto meditare un po’ tutti gli utenti (oltre 450 milioni) che, due giorni prima, avevano appreso che il servizio era diventato proprietà di Facebook. Qualcuno potrebbe anche aver pensato a problemi tecnici legati all’introduzione dei messaggi a pagamento, come spiega un appello diffuso con varie catene di sant’Antonio da tali “Andy e John” proprio in questo periodo (in cui si spiega che ogni messaggio costerà un centesimo e che il servizio richiederà un canone mensile di 12 euro). Che però è una bufala, e non serve che ve lo provi: la notizia non è presente in alcuna fonte ufficiale (il sito di WhatsApp e le condizioni di servizio non ne parlano assolutamente) e finché rimane confinata ad un passaparola tra utenti resta una bufala, quindi passiamo oltre.
WhatsApp potrebbe ora risultarvi indigesto, anche per il recente suo ingresso nella famiglia Facebook che potrebbe sfruttarlo a scopo di marketing. Considerando infatti che ogni utente in pratica consegna il proprio elenco di contatti telefonici a WhatsApp, Facebook lo ha già acquisito, ampliando così la propria gigantesca rubrica telefonica con i nominativi di nuove persone da raggiungere con i propri servizi pubblicitari, che costituiscono il suo business vitale.
Naturalmente esistono servizi alternativi, ne cito due fra i tanti perché a mio avviso presentano qualche caratteristica interessante da conoscere: il primo è Telegram, che è gratuito e a livello di funzionalità e interfaccia utente è davvero molto simile a WhatsApp. Fra le opzioni interessati troviamo il cloud storage (che consente di salvare i messaggi), la secret chat (consversazioni che i server di Telegram non conservano e vengono cancellate a tempo). Il suo difetto principale – che non me lo fa amare – consiste proprio nella somiglianza con WhatsApp e nel fatto che, come l’app più diffusa, richiede che l’account sia indissolubilmente legato al numero telefonico dell’apparecchio utilizzato, caratteristica che agevola l’abbinamento numero-utente. Se infastidisce il fatto che WhatsApp lo dia in pasto al social network americano Facebook, è bene sapere che Telegram ha identico legame con il social network russo VK (Vkontakte).
Il secondo – che attualmente è il mio preferito – è BBM, il Messenger di BlackBerry disponibile anche per smartphone con iOS (iPhone) e Android. Chi conosce le condizioni in cui si trova oggi l’azienda canadese potrebbe anche rimanere perplesso di fronte a questo servizio, tuttavia è una piacevole sorpresa. Io lo utilizzo da ottobre, appena è stato reso disponibile per queste piattaforme, imparando ad apprezzarne la stabilità e l’affidabilità. E’ anch’esso un messenger gratuito assolutamente comparabile con WhatsApp, con alcuni plus importanti, come quello di essere basato sul sistema cifrato di messaggistica BlackBerry e di essere completamente svincolato dall’elenco telefonico dell’apparecchio: ogni utente è infatti titolare di un PIN ed è sufficiente conoscere quello di un interlocutore per aggiungerlo ai propri contatti BBM. Last but not least, con la versione 2.0 rilasciata da pochi giorni è arrivata anche la chat vocale: tra utenti del servizio BBM è quindi ora possibile effettuare conversazioni telefoniche gratuite. BBM quindi integra servizi simili a quelli offerti da WhatsApp e da Skype.
Come dite? Avete un apparecchio con Windows Phone? Nessun problema: BBM è in arrivo anche per il vostro smartphone, anche se si tratta di un Nokia X.
Tag: bbm, blackberry messenger, chat, durov, messaggi, mobile, nokia x, privacy, sicurezza, telefonia, telegram, vkontakte, vocale, whatsapp, windows phone

Trovo molto interessante la nuova gamma di smartphone dual sim denominata Nokia X: si tratta di una famiglia che, per caratteristiche e prezzo, si pone sul mercato su un gradino inferiore ai Lumia ed è composta dai primi apparecchi Android della casa finlandese ormai vicina alla definitiva acquisizione da parte di Microsoft.
Il sistema operativo a bordo di questi dispositivi, però, non sarà identico a quello che siamo abituati a vedere su altri smartphone: è una versione di Android con interfaccia grafica personalizzata (con molti punti in comune con quella chiamata Metro di Windows Phone) e da cui Nokia ha scorporato alcune feature di Google, per favorire l’utilizzo delle proprie e di quelle targate Microsoft.
Niente Play Store (c’è già il Nokia Store) o Google Maps (c’è Here), per capirci, ma rimarrà la possibilità di utilizzare applicazioni di sviluppatori indipendenti installate da file APK (ma sempre al netto di servizi made by Google). E sarà possibile pagare utilizzando il credito telefonico della SIM. Vedremo come sarà accolto dal mercato…
Tag: android, nokia, nokia x, smartphone, x

Facebook si fa un bel regalo, per il suo decimo compleanno, comprandosi WhatsApp, come si può leggere nel report pubblicato dal sito web del social network, sezione Investor relations. Il valore dell’operazione pare si aggiri attorno ad una cifra complessiva di 19 miliardi di dollari. Una bella soddisfazione per chi ha fondato WhatsApp dopo aver ricevuto – nel 2009 – un due di picche da Zuckerberg…

Con WhatsApp entra nella famiglia Facebook, oltre a chi è già iscritto ad entrambi i servizi, anche quella fascia di utenti che, invece di condividere informazioni personali sul social network più popoloso del mondo, preferisce scrivere messaggi e condividere informazioni a livello più ristretto. Conferendo anche il proprio numero di telefono (che è legato all’account WhatsApp), informazione che Facebook chiede spesso ai propri utenti, mai obbligati a darlo (ma sottolineo: se siete utenti di entrambi, ora gliel’avete consegnato, vostro malgrado).
Ora gli ipotetici scenari che si possono aprire sono molti: dai “mi piace” sui messaggini di WhatsApp, ad una messaggistica direttamente integrata in Facebook, alle dinamiche pubblicitarie (magari geo-localizzate) che potrebbero diventare un fattore comune… possono accadere queste e moltre e altre cose. Ma un fatto è certo: Internet viene sempre più utilizzato dagli smartphone e in mobilità. E Facebook si è assicurata il controllo dei due servizi più utilizzati su questi dispositivi. E dei loro utenti.
Poi ogni utente è libero di scegliere l’app che preferisce, per proprie convinzioni in tema di privacy o per migliore user experience personale (io preferisco BBM). L’importante è avere la consapevolezza della portata di queste operazioni, e delle possibili evoluzioni che possono avere…
Tag: business, consapevolezza, facebook, Internet, smartphone, whatsapp