Fabio Lalli oggi segnala di Viddy, una app al momento disponibile per iPhone e iPod (e presto anche per Android) che permette di pubblicare brevi clip (la durata massima è di 15 secondi), con un set di filtri per dare ai video un appeal particolare. “L’Instagram dei video o anche il Twitter dei microfilmati” in un anno ha già conquistato circa 40 milioni di utenti. La notizia vera e propria è che Viddy apre le API e invita gli sviluppatori alla creazione di nuove app, aprendo un contest che mette in palio 10mila dollari e un viaggio a Los Angeles con visita alla sede Viddy, durante la quale sarà possibile sostenere un colloquio di reclutamento.
L’iniziativa è ben congegnata e molto interessante. Non so se nel breve termine l’applicazione calamiterà su di se’ la stesa attenzione che ha attirato Instagram, ma è chiaro che le funzioni sono diverse, come diversi sono i target di fruizione: una foto è immediata, si presta bene alla condivisione di un attimo, può avere un approccio “caricaturale”, richiede un’occhiata o poco più. Se con Instagram tutti possono improvvisarsi fotografi, con Viddy tutti possono… fare un corto: un video si presta ad una condivisione più circoscritta, perché è più impegnativo – sia da realizzare che da vedere – e il limite di durata richiede un’attenzione tesa a non compromettere l’efficacia di ciò che si sta riprendendo. L’apertura delle API, però, potrebbe rappresentare la svolta per una diffusione più capillare.
Martedì 31 luglio 2012. Questo display, installato in una stazione ferroviaria per esporre orari e binari dei treni in arrivo, è basato su un computer bloccato in fase di boot. Da un mese.
E non si pensi che questo strumento sia sottovalutato! Dalla sezione L’informazione al pubblico del sito RFI.it emerge anzi un’attenzione particolare alla diffusione di messaggi visivi attraverso tecnologie avanzate (e questo risponde a chi, incredulo, si domandava “floppy disk?“):
Fonti bene informatedicono che la quinta generazione dell’iPhone (altrimenti detto iPhone 5), insieme al nuovo iPod nano e all’iPad mini, sarà presentata mercoledì 12 settembre, mentre il lancio sul mercato dovrebbe avere luogo venerdì 21 settembre.
L’infelice titolo di una notizia pubblicata sulle pagine di Prato dell’edizione cartacea odierna de La Nazione (foto tratta dalla pagina Facebook La Giornata Tipo):
Titolo della stessa notizia, rivisto e corretto sull’edizione web della medesima testata
Ergo: nell’era del Web, il detto verba volant, scripta manent sarebbe da aggiornare…
Londra 2012, gara di ciclismo su strada. Gli spettatori impegnati a scrivere messaggi su Twitter sono “accusati” di aver disturbato le comunicazioni
Pare che il CIO, agli appassionati presenti a Londra per seguire le Olimpiadi, abbia chiesto di non twittare messaggi superflui per evitare problemi nelle comunicazioni e nelle cronache: sabato scorso, durante la gara di ciclismo su strada, i commentatori hanno lamentato problemi nel dare informazioni sui ciclisti in fuga perché non erano in grado di ricevere i dati GPS sulla loro posizione. Le centinaia di migliaia di tweet inviati dagli spettatori presenti lungo il circuito avrebbero mandato in tilt le trasmissioni di quei dati:
An International Olympic Committee spokesman said the network problem had been caused by the messages sent by the hundreds of thousands of fans who lined the streets to cheer on the British team.
“Of course, if you want to send something, we are not going to say ‘Don’t, you can’t do it’, and we would certainly never prevent people,” he said. “It’s just – if it’s not an urgent, urgent one, please kind of take it easy.”
Other events due to take place on London’s roads include the men’s and women’s marathon and triathlon.
Delle due, l’una: o l’utenza di Twitter presente a Londra per le Olimpiadi è davvero spropositata, o il sistema di reti mobili predisposto da BT e O2 è scarso.
”Pur condividendo l’obiettivo della tracciabilità e della lotta alla criminalità, condividiamo l’opinione delle imprese per una maggiore semplicità, un minor costo e un migliore funzionamento”
Con queste parole, il ministro Corrado Passera non ha detto nulla di nuovo, nulla che gli utenti non sapessero. Sebbene si sia espresso a titolo personale, tuttavia, questa posizione dimostra come il governo abbia riconosciuto l’inefficacia del sistema.
Detto questo, apparirebbe congruo che le aziende si vedessero restituire i contributi di iscrizione pagati allo Stato per ogni anno in cui il SISTRI sarebbe dovuto entrare in funzione. Il presupposto del pagamento dovrebbe essere l’adesione ad un sistema operativo e fruibile. Altrimenti, per cosa hanno pagato le aziende finora? Un finanziamento a fondo perduto per i costi di realizzazione del progetto?
Google è convinto che la tastiera stia diventando sempre più superflua e si avvicina a chi detesta digitare sui tastini, offrendo la possibilità di scrivere sul display a mano libera. Ovviamente il sistema è ideale per dispositivi con display touchscreen, in particolare i tablet.
Se avete una calligrafia da dottore, dovrete allenarvi parecchio. Ma forse vi sarà utile per rendervi più leggibili.
Per Foursquare è giunta l’ora della revenue generation: arrivano i promoted updates, annunci aziendali con offerte e promozioni destinate agli utenti di Foursquare. Al momento saranno utilizzabili da una ventina di aziende che partecipano al programma pilota di questo nuovo servizio (fra cui grandi nomi come Gap, Best Buy, Hilton).
Il revenue di Foursquare sarà calcolato sul modello cost per action, quindi non sulla base dei click o degli accessi alla pagina degli inserzionisti, bensì per ogni azione posta in essere dagli utenti, dove per azione si intende una forma più concreta di adesione all’inserzione, come la compilazione di un form, l’iscrizione ad un’iniziativa o un acquisto.
Il primo satellite Landsat è stato lanciato in orbita dalla NASA il 23 luglio 1972. Google celebra questo anniversario a modo suo, pubblicando le immagini raccolte in questi anni dai satelliti del Programma Landsat in una galleria di video formato time-lapse che mostrano, in particolare dal 1999 al 2011, le evoluzioni di alcune aree della Terra. La realizzazione, visibile su Google Earth Engine, è stata possibile con la collaborazione dei tecnici USGS e della Carnegie Mellon University.
Fra gli obiettivi principali del Programma Landsat c’era la possibilità di avere un’ampia disponibilità di informazioni sulla Terra, per documentarne i mutamenti nel corso del tempo: l’evoluzione dello sfruttamento agricolo, dell’urbanizzazione, della deforestazione di alcune aree, i fenomeni naturali e dei cambiamenti climatici. In molti casi, si è rivelato utile perché ha offerto all’uomo molti esempi di come la Terra sia sempre in grado – con i suoi tempi e le sue risorse – di riprendersi dai propri traumi.
Un paradossale provvedimento del giudice inglese Colin Birss ha ordinato ad Apple di fare pubblicità a Samsung, per sanare la diffamazione che l’azienda di Cupertino avrebbe condotto sul produttore coreano sul design dei Galaxy Tab, che secondo il magistrato non sarebbe “as cool”, ossia non sarebbe figo quanto l’iPad: Apple, per sei mesi, attraverso il proprio sito web UK, dovrà dichiarare che Samsung non ha violato i suoi brevetti di design. Le stesse dichiarazioni dovranno essere pubblicate su spazi pubblicitari su Financial Times, Daily Mail, Guardian Mobile magazine e T3.
Bloombergaggiunge che il giudice avrebbe bloccato un’istanza con cui Samsung aveva chiesto di vietare ad Apple di dichiarare pubblicamente che i suoi brevetti di design erano stati violati, perché “They are entitled to their opinion” (“hanno diritto alla loro opinione”).
Si presenterà in settembre come operatore mobile low-cost: si chiama Bip Mobile, il suo fondatore è Fabrizio Bona (che nel suo curriculum vitae vanta ruoli dirigenziali in Telecom Italia, Vodafone-Omnitel e Wind) e l’azionista di maggioranza è One Italia. La rete mobile a cui Bip si appoggerà sarà quella di 3 Italia (di cui One Italia è già partner per alcune soluzioni di e-commerce, streaming e altri servizi). Siamo quindi in presenza di un operatore mobile alternativo (un MVNO, anzi un ESP).
L’obiettivo dichiarato è di raggiungere un milione di clienti entro l’estate 2013, ambiziosissimo e apparentemente poco verosimile, considerando la situazione del mercato italiano e i risultati finora conseguiti dagli altri operatori alternativi: consideriamo che, secondo quanto riporta l’Agcom nell’ultima pubblicazione dell’Osservatorio Trimestrale sulle Telecomunicazioni, gli operatori alternativi italiani hanno un mercato di 3,9 milioni di utenze. Il leader di questo settore è Poste Mobile (che ha uno share di mercato del 56,8%, corrispondente a 2,2 milioni di utenze), alle sue spalle c’è Fastweb Mobile (share del 14,4%, corrispondente a 560mila utenze).
Bip punta dunque a superare Fastweb e posizionarsi alle spalle di Poste Mobile entro meno di un anno dal lancio, che verosimilmente avrà luogo in autunno, operando in un mercato in partnership con un operatore reale a cui dovrà pagare l’utilizzo della rete e il traffico telefonico. Il trend rilevato entro fine anno, che registrerà i risultati delle iniziative commerciali del lancio e le immancabili promozioni natalizie, potrà essere significativo per capire l’andamento dell’azienda.
A me sembra durissima, ma spero sinceramente di sbagliarmi.
I’m Watch, presentato oggi a Milano in una conferenza stampa (al Ristorante Orti di Leonardo nel Palazzo delle Stelline), non mi entusiasma affatto, ma a mio avviso le icone che compaiono sul display sono davvero molto belle. Però queste finezze estetiche non mi sembra compensino alcuni aspetti non trascurabili, tra cui:
è un orologio che – nel suo modello base – costa 300 euro (no, ok, ne costa 299), che si propone come companion di uno smartphone che ne può costare almeno altrettanti;
con uno smartphone con il touchscreen, è possibile fare molte operazioni con una mano sola, tra l’altro utilizzando un semplice auricolare con microfono da pochi euro (Bluetooth e non) è possibile condurre una conversazione con le mani libere, mentre l’utilizzo di I’m Watch non è altrettanto pratico;
acquistarlo sul sito web comporta spese di spedizione aggiuntive di 10 euro, anche per il modello top che costa 15mila euro (no, ok, sono solo 14.999); tanto per fare un esempio di aziende che vendono online, Amazon non le fa nemmeno pagare per acquisti di valore superiore ai 19 euro;
non è una novità assoluta, aziende della Corea del Sud e Giappone hanno a catalogo prodotti analoghi già da tempo, forse il più famoso è lo smartwatch Sony (evoluzione di un modello di epoca pre-androidiana di cinque anni fa).
Concludo, per il momento, considerando che I’m Watch è – come qualunque oggetto di lusso – qualcosa di cui posso serenamente fare a meno.
Un esempio di come una notizia si meriti poi il marchio di bufala, ma soprattutto di come alcuni giornalisti stiano minando la fiducia che la gente ripone nel loro mestiere:
per dimostrare che l’erba del vicino è sempre più verde (o più verde di quanto sia realmente), un giornalista – il signor M – riporta nel proprio blog notizie su questioni relative al vicino, senza però citare la fonte da cui ha tratto tali informazioni
un giornalista di un quotidiano nazionale – il signor C – parla di queste informazioni nel proprio blog, confermandole
i social network amplificano queste informazioni, che arrivano alla stampa nazionale, che le riporta paro paro senza citare la fonte (ne’ il blog del signor M, ne’ tantomeno quella originale, giacché ignota)
alcuni giornalisti approfondiscono la questione, scoprono che la fonte primaria di queste informazioni sembra essere proprio il blog del signor M, e pubblicano vari articoli che le bollano come bufale
il signor C modifica il testo dell’articolo nel proprio blog (senza rettifiche palesi) e si accoda a chi si compiace di aver smascherato la bufala, dopo aver contribuito alla sua diffusione, ma tanto c’è sempre qualcuno che conserva la versione originale e gli fa fare una figura da cioccolato
E’ bionda, di bella presenza, è al sesto mese di gravidanza e oggi ha iniziato a lavorare nell’azienda che l’ha appena assunta. Fantascienza? In Italia probabilmente, ma non oltreoceano, non nella Silicon Valley, dove Marissa Mayer – classe 1975, laureata in Scienze a Stanford (con un master in Informatica) – lascia la poltrona di Vice President of Search Products and User Experience di Google per andare a circa 3 miglia di distanza e sedersi su quella di President and Chief Executive Officer di Yahoo!