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Bufalari che soffrono di satiriasi

La “satira” deve pungere e far riflettere sull’argomento che colpisce (Lercio e Spinoza sono due ottimi esempi). Quando qualcuno, però, definisce “satira” una presunta notizia che si rivela poi falsa, diffamatoria o denigratoria, vi sta mentendo spudoratamente perché in realtà utilizza uno strumento ingannevole (la “bufala”) a proprio esclusivo vantaggio, ossia per guadagnare visibilità oppure denaro, grazie alle inserzionisti delle pubblicità online che pagano per ogni click ottenuto. Obiettivo facilmente raggiungibile quando la “notizia” cavalca argomenti come il gossip, la cronaca giudiziaria, la politica, l’odio razziale.

Quelli che vedete sopra sono quattro disclaimer che potete trovare in calce ad altrettanti siti web che pubblicano notizie fasulle e che nascondono la propria inattendibilità con uno scopo presuntamente satirico. Potreste trovarli quando vi imbattete in “notizie” dal contenuto di dubbia fondatezza. L’unico reale obiettivo del loro autore è quello di ottenere il maggior numero di click, e poco importa se una parte (cospicua) del pubblico condivide dopo aver letto solamente il titolo o osservato un’immagine, anzi: ogni approfondimento in merito potrebbe portare ad essere smascherati come spacciatori di bufale e diffamatori, quindi l’obiettivo ideale è intercettare i lettori superficiali, perché più sono superficiali e ignoranti e meglio è.

Questi siti di satirico non hanno nulla, ma non si può escludere che gli autori soffrano di una forma particolarmente acuta (e insoddisfatta) di satiriasi, termine di cui vi invito – se non lo conoscete – a cercare il significato, dal momento che il mio intento è intercettare lettori non superficiali 😉

Ecco qualche esempio fresco-fresco di bufale agevolate da siti-civetta e propaganda social:

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Pubblicato da su 13 settembre 2017 in news

 

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Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Dopo aver sfruttato per anni la viralità dei contenuti condivisi dagli utenti, indipendentemente dalla loro attendibilità o ingannevolezza, Facebook ha varato una campagna contro la diffusione delle notizie false – o fake news – e a favore della loro individuazione. Ieri sera ho ricevuto la notifica di questo decalogo diffuso dal social network, che snocciola i suggerimenti da seguire per riconoscere una notizia falsa.

Niente che da queste parti non sia già stato detto, ma soprattutto niente che non riguardi il mondo dell’informazione nel suo complesso, e non semplicemente Facebook, che a queste conclusioni pare sia arrivata solo grazie alla collaborazione con MondoDigitale.org.

Meglio tardi che mai, ma l’operazione non annulla l’opportunismo di Facebook, che per anni ha fatto leva sulle dinamiche sociali che favoriscono la condivisione acritica di informazioni incontrollate, con l’obiettivo primario di accrescere il bacino di utenza funzionale al business legato alla raccolta pubblicitaria. Questa iniziativa lavacoscienza è un’apparente rinuncia, da parte di Facebook, ad una parte (cospicua) di quelle risorse che hanno reso grande il suo social network.

Evidentemente ora la necessità di mostrare un approccio etico alle problematiche dei social è molto più forte che in passato. Sarebbe il caso di applicarlo davvero anche – anzi, soprattutto – ai famosi standard della comunità, ossia quell’insieme di criteri che Facebook dichiara di applicare nel valutare ciò che viene pubblicato, spesso in modo opinabile.

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2017 in news

 

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Fake news, anziché fare progressi si fanno passi da Gambaro

ddlgambaro

Per contrastare il fenomeno delle fake news, in Senato oggi è stato presentato un Disegno di Legge nato dall’iniziativa dei senatori Gambaro, Mazzoni, Divina e Giro e già noto come DDL Gambaro. Il testo di questa bozza è talmente improponibile da sembrare un riassunto di tutti i tentativi censori di regolamentazione visti in passato in materia di informazione diffusa attraverso il web, che l’aspirante legislatore vede probabilmente come contesto esclusivo di divulgazione delle notizie false, che invece si propagano efficacemente – ad esempio – anche a mezzo stampa cartacea, radiofonica e televisiva.

Il DDL, nel proporre modifiche al Codice Penale (!) e alla Legge 103/75 (sì, quella sulla riforma della Rai), si focalizza su “piattaforme informatiche destinate alla pubblicazione di diffusione di informazione”, categoria in cui rientrano a pieno titolo blog e forum che, seppur non soggetti alle normative sulla stampa, prima dell’apertura – secondo questo testo – dovrebbero essere notificati alla Sezione per la Stampa del Tribunale ed essere conseguentemente assoggettabili all’obbligo di rettifica, da ottemperare “non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta”, pena una sanzione amministrativa da 500 a 2mila euro.

Ma tranquilli, si prevede anche la reclusione di almeno due anni e l’ammenda fino a 10mila euro per chiunque si renda responsabile “di campagne d’odio contro individui o di campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici” (e chi stabilirebbe che una campagna di informazione è volta a minare il processo democratico? E con quali criteri?). Un provvedimento unicamente repressivo che, se preso in considerazione, troncherebbe sul nascere la libertà di espressione e confronto di chiunque – attendibile o meno – avesse intenzione di scrivere o commentare un fatto e una notizia. Un bavaglio collettivo, insomma, benché la senatrice Gambaro affermi il contrario.

Nella relazione si legge, tra l’altro:

(…) La Commissione Europea ha recentemente proposto regole più stringenti per quanto riguarda i livelli di privacy sulla comunicazione online.

Bisogna avviare un percorso simile anche in Italia attingendo agli strumenti che già ci sono: le leggi contro le informazioni false, illegali e lesive della dignità personale e ripensarle per il web (…)

Per bilanciare la situazione che si verrebbe a creare, se davvero fosse utile una legge che prevede una punizione per chi trasmette notizie false, sarebbe altrettanto utile una legge per punire l’ignoranza e la superficialità di chi si beve ogni cosa che legge, condividendola a sua volta.

Dai, diteci che avete scherzato.

 

 

 

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2017 in news

 

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