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Privacy, il Garante entra a gamba tesa sulla fatturazione elettronica

Colpo di scena sul fronte della fatturazione elettronica: a un mese e mezzo dalla piena entrata in vigore per il mondo business tuo business il Garante Privacy entra in scena da deus ex machina per dire che il sistema che sta per essere introdotto deve essere rivisto perché non rispetta il principio della privacy by design. E tra gli addetti ai lavori già circolano rumors che vanno in ogni direzione, senza escludere la possibilità di un rinvio.

L’Authority italiana si è espressa argomentando le proprie motivazioni con il provvedimento n. 481 del 15 novembre 2018, pubblicato sul sito web del Garante, che si focalizza sulle possibili violazioni delle regole dettate dal GDPR su protezione e riservatezza dei dati trattati nell’ambito della fatturazione elettronica.

Per questo motivo sollecita l’Agenzia delle Entrate a comunicare i provvedimenti intrapresi per rendere conformi al Regolamento Europeo i trattamenti di dati personali su larga scala che è chiamata a gestire. Il sistema prevede che l’Agenzia, oltre a recapitare le fatture mediante il sistema di interscambio (SDI), si occupi anche di conservare tutti i dati – non solo di rilevanza fiscale, ma anche i dettagli contenuti nelle fatture – e del loro utilizzo nell’ambito delle verifiche. Ma fra quelle informazioni (non solo fiscali) si troveranno anche il tipo di beni e servizi oggetto della fatturazione, dati sui pagamenti, nonché altri dati utilizzabili per poter fare altre elaborazioni (ad esempio una profilazione sulle preferenze di acquisto, o sull’affidabilità finanziaria).

Un patrimonio di informazioni che è anche nelle mani numerosi intermediari incaricati alle aziende (si pensi ad esempio a chi offre un servizio di conservazione dei documenti elettronici in cloud), e che il Garante esige venga corazzato affinché non possa finire in mani diverse da quelle per cui è stato pensato.

L’Agenzia dovrà ora procedere con sollecitudine a rendere conforme il sistema, ma le tempistiche di queste attività sono ancora da pianificare e verificare, ed è per questo motivo che non si esclude un differimento dell’entrata in vigore dell’utilizzo della piattaforma.

Una beffa quasi last minute, su una perseguita innovazione, che fin dall’inizio ha incassato numerose critiche e che ora potrebbe essere sospesa, con buona pace di chi sta correndo per essere in ordine in vista dei termini già fissati.

 
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Pubblicato da su 17 novembre 2018 in news

 

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Cosa significa la multa dell’Antitrust ad Apple e Samsung

Se la memoria non mi inganna è la prima volta che un’authority “certifica” l’obsolescenza programmata di una serie di dispositivi tecnologici sanzionandone i produttori, in questo caso Apple (multata per 10 milioni di euro) e Samsung (per 5 milioni). Notizia nella notizia: questa sanzione viene dalla nostra Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, altrimenti conosciuta come Antitrust. Notizia implicita: si tratta di due aziende leader mondiali nel settore e la diffusione dei loro prodotti sul mercato è tale da rendere più roboanti le contestazioni mosse dall’Authority, che potrebbero aprire la strada a provvedimenti analoghi, da parte di altri organismi di vigilanza e nei confronti di altri produttori che seguono le stesse prassi.

Le motivazioni di questo provvedimento si leggono nel comunicato pubblicato dalla stessa authority:

Ad esito di due complesse istruttorie, l’AGCM ha accertato che le società del gruppo Apple e del gruppo Samsung hanno realizzato pratiche commerciali scorrette in violazione degli artt. 20, 21, 22 e 24 del Codice del Consumo in relazione al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari che hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni, in tal modo accelerando il processo di sostituzione degli stessi.

Entrambi i produttori sono stati colpiti dal provvedimento perché, secondo l’AGCM, avrebbero tempestato gli utenti con caldi suggerimenti di effettuare il download e l’installazione degli aggiornamenti anche su smartphone che non sarebbero stati capaci di supportarli (e sopportarli), senza offrire reali possibilità di uscita attraverso un rollback (cioè il ripristino ad una condizione precedente) e inducendoli ad acquistare un nuovo smartphone per l’appesantimento funzionale conseguente all’aggiornamento installato.

E’ proprio con la frase “accelerando il processo di sostituzione degli stessi” che l’Antitrust contesta a Apple e Samsung la pratica dell’obsolescenza programmata, che si verifica quando i produttori pianificano una scadenza alla vita utile di ciò che producono e vendono, inducendo gli acquirenti a liberarsene per acquistarne di nuovi, andando a generare – come conseguenza diretta – un aumento del volume d’affari dei produttori, ma anche del volume dei RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), destinato ad una crescita progressiva a motivo dell’evoluzione tecnologica che naturalmente riguarda anche gli smartphone, soprattutto da quando non sono più semplici telefonini. E questo aspetto implica che l’invecchiamento – o obsolescenza – di un dispositivo digitale non possa che essere rapido. In base a questo presupposto, il concetto di obsolescenza programmata potrebbe addirittura essere destituito di fondamento.

L’Antitrust però non ne sembra convinta e ha condotto l’indagine con la collaborazione del Nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza, identificando alcune pratiche ben precise:

In particolare, Samsung ha insistentemente proposto, dal maggio 2016, ai consumatori che avevano acquistato un Note 4 (immesso sul mercato nel settembre 2014) di procedere ad installare il nuovo firmware di Android denominato Marshmallow predisposto per il nuovo modello di telefono Note 7, senza informare dei gravi malfunzionamenti dovuti alle maggiori sollecitazioni dell’hardware e richiedendo, per le riparazioni fuori garanzia connesse a tali malfunzionamenti, un elevato costo di riparazione.

Quanto a Apple, essa ha insistentemente proposto, dal settembre 2016, ai possessori di vari modelli di iPhone 6 (6/6Plus e 6s/6sPlus rispettivamente immessi sul mercato nell’autunno del 2014 e 2015), di installare il nuovo sistema operativo iOS 10 sviluppato per il nuovo iPhone7, senza informare delle maggiori richieste di energia del nuovo sistema operativo e dei possibili inconvenienti – quali spegnimenti improvvisi – che tale installazione avrebbe potuto comportare. Per limitare tali problematiche, Apple ha rilasciato, nel febbraio 2017, un nuovo aggiornamento (iOS 10.2.1), senza tuttavia avvertire che la sua installazione avrebbe potuto ridurre la velocità di risposta e la funzionalità dei dispositivi. Inoltre, Apple non ha predisposto alcuna misura di assistenza per gli iPhone che avevano sperimentato problemi di funzionamento non coperti da garanzia legale, e solo nel dicembre 2017 ha previsto la possibilità di sostituire le batterie ad un prezzo scontato. Nei confronti di Apple è stata altresì accertata una seconda condotta in violazione dell’art. 20 del Codice del Consumo in quanto la stessa, fino a dicembre 2017, non ha fornito ai consumatori adeguate informazioni circa alcune caratteristiche essenziali delle batterie al lito, quali la loro vita media e deteriorabilità, nonché circa le corrette procedure per mantenere, verificare e sostituire le batterie al fine di conservare la piena funzionalità dei dispositivi.

Ad Apple sono state contestate due pratiche scorrette (relative, tra l’altro, al funzionamento delle batterie al litio dell’iPhone) ed è per questo motivo che si è vista comminare una sanzione doppia rispetto a quella di Samsung, che però finora è stata l’unica a dare una propria risposta in merito alla vicenda, comunicando il proprio dissenso e la risoluta intenzione di ricorrere in appello.

Non ho ancora letto commenti di Apple, che mantiene evidentemente una posizione coerente con quanto ha sempre sostenuto e cioè di essere estranea all’obsolescenza programmata. Sicuramente è necessario considerare anche che si tratta di un produttore di dispositivi e di software, che in più gestisce i servizi legati ai propri prodotti, nonché un marketplace esclusivo. Tutte fonti di profitto che si aggiungono a quelle derivanti dalla vendita del dispositivo, e che motiverebbero Apple a fidelizzare i propri clienti, anziché a spingerli a sostituzioni frequenti.

Personalmente non mi interessa contestare la decisione dell’Antitrust, ma nel leggere i rilievi mossi alle due aziende, più che ad una consapevole obsolescenza programmata penso che il loro comportamento sia conseguenza di una pesante difficoltà di gestione della complessità di progettazione dei dispositivi. Sollecitare l’aggiornamento di uno smartphone che non può “reggerlo” è un errore. D’altro canto, inseguire prestazioni superiori comporta sempre un’accelerazione di passo: la prima causa di invecchiamento e obsolescenza di un dispositivo è l’uscita di una nuova versione con migliorie e nuove funzioni.

 
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Pubblicato da su 26 ottobre 2018 in cellulari & smartphone, news

 

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30 secondi per ricaricare la batteria, dal 2016

Con tutti i limiti che può avere un prototipo, tra cui dimensioni non proprio tascabili e il funzionamento solo con alcuni dispositivi Samsung, questo caricabatteria fa sognare: impiega meno di un minuto per ricaricare uno smartphone. Prefigura un must-have che dovrebbe comparire sul mercato dal 2016. Lo ha realizzato l’azienda israeliana StoreDot. Prendiamo nota.

 
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Pubblicato da su 8 aprile 2014 in news

 

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Rifiuti elettronici, due novità per smaltirli senza fatica

raee-nel-bosco

Nove anni fa ho scritto il mio primo articolo sui RAEE (“Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche”, altrimenti definiti WEEE, “Waste from Electrical and Electronic Equipment”, oppure E-waste) in cui parlavo delle direttive europee del 2002 sulla raccolta differenziata di apparecchiature ed elettrodomestici, le prime ad affidare a produttori, importatori e rivenditori il compito di organizzare i servizi di “raccolta, trattamento, recupero, reimpiego, riciclaggio e smaltimento” dei RAEE.

In Italia il percorso di recepimento di questi provvedimenti – e quelli successivi – è stato lungo e non privo di intoppi e rallentamenti. L’ultima tappa è stata raggiunta con il decreto legislativo 49/2014 che sarà in vigore dal prossimo 12 aprile, particolarmente interessante (anche) perché introduce due novità importanti per la collettività:

  • i punti vendita con superficie totale di almeno 400 metri quadrati saranno obbligati a ritirare gratuitamente i RAEE di piccole dimensioni senza che l’utente sia tenuto all’acquisto di un nuovo prodotto; il limite di 25 cm di grandezza permette di includere in questa regola alcuni dispositivi molto diffusi come smartphone e tablet;
  • anche chi vende prodotti tecnologici ed elettronici on line dovrà garantire il ritiro dei RAEE ai propri clienti che acquistano un nuovo prodotto, offrendo loro la possibilità di consegnare l’apparecchiatura a fine vita in punti di raccolta messi a disposizione gratuitamente.

Novità non meno importanti riguardano l’inclusione immediata dei pannelli fotovoltaici nell’elenco dei RAEE, nuove regole per i controlli sulle gestioni illegali di rifiuti, nuovi incentivi al riutilizzo dei prodotti e altri provvedimenti in tema. Ma non tutti sanno o ricordano la possibilità di consegnarli ai punti vendita (già tenuti a farlo in caso di acquisto di un nuovo prodotto) e spesso, nei boschi o in altri luoghi imboscati, si trovano elettrodomestici o apparecchi elettronici.

Perché sforzarsi a depositarli abusivamente in quei posti? Perché non compiere uno sforzo identico (o inferiore) portandoli in un  centro di raccolta rifiuti, o sforzarsi ancora meno e portarli in un punto vendita quando si acquista un apparecchio nuovo, viaggio che verosimilmente viene fatto comunque?

 
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Pubblicato da su 2 aprile 2014 in news

 

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