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Ministero della Giustizia e Microsoft ECM sotto la lente di Report

Il servizio anticipato da Report nei giorni scorsi sul software di controllo installato nei computer del Ministero della Giustizia ha suscitato perplessità e preoccupazioni nei magistrati, sul fronte politico e nell’opinione pubblica. Prima di esprimermi ho atteso la messa in onda del servizio, per vederne il contenuto e formarmi un’opinione basata su informazioni più complete. Risultato: il vero problema non è tanto il software, quanto la mancanza di informazioni – o di chiarezza – sulla sua governance.

Le premesse, agli occhi e alle orecchie di un tecnico informato estraneo alla vicenda, indicavano essenzialmente che, per la gestione centralizzata di tutti i computer del Ministero, viene utilizzato Microsoft ECM, un software che per sua natura è utile, legittimo e regolarmente utilizzato in molte organizzazioni sia pubbliche che private, descrizione che i giornalisti di Report hanno dato correttamente, specificando che non si tratta di un software-spia, anche se alcune testimonianze nel servizio lo hanno etichettato in modo errato e fuorviante con termini come “cimice” e “trojan di Stato”.

Per inciso: quando dico “tutti i computer del Ministero” parlo di circa 40mila computer utilizzati da tutti coloro che lavorano alle dipendenze del Ministero. Un contesto in cui è necessario gestire l’inventario di hardware e software, avere il controllo delle licenze, programmare ed eseguire tutti i dovuti aggiornamenti per la sicurezza ed effettuare operazioni di helpdesk. Un’infrastruttura di grandi dimensioni richiede una gestione centralizzata di queste esigenze: per comprensibili difficoltà logistiche, non è pensabile che questa gestione sia affidata a un tecnico, ma sarebbe complesso anche per un team di tecnici pronti a intervenire fisicamente su ogni singolo pc.

Microsoft ECM consente di superare questi limiti e, tra le varie funzionalità, prevede quella di Remote Control, ad esempio, progettata ovviamente per effettuare assistenza tecnica da un altro dispositivo. Generalmente, prima di un intervento effettuato da remoto, è previsto che l’utente dia il consenso all’attività e accetti il collegamento. Tuttavia, è effettivamente possibile impostare un’opzione che permette di avviare quel collegamento anche senza consenso e questo è chiarito dalla stessa Microsoft che, nella documentazione tecnica, spiega esplicitamente che lo strumento “può anche monitorare gli utenti senza il loro permesso o consapevolezza” a seconda di come viene configurato.

Il software include anche strumenti di Software Metering per raccogliere dati sull’uso del computer (è possibile rilevare quali applicazioni vengono aperte, per quanto tempo e da quale utente, in background e senza notifiche all’utente) e permette di effettuare, sempre senza interazioni con l’utente, attività approfondite di ispezione su configurazione di sistema, utenti, file a scopo di inventario di hardware e software, così come l’esecuzione di script e comandi da remoto per estrarre informazioni o file senza che appaia nulla sullo schermo dell’utente.

I vertici del Ministero dichiarano che Microsoft ECM non può essere utilizzato per attività di controllo remoto senza il consenso degli utenti, ma questo è un impedimento procedurale e non tecnico, poiché è stato riscontrato che le notifiche e le richieste di consenso agli utenti possono effettivamente essere disattivate. Le possibilità di accesso “stealth” ad un pc dipendono dalla disattivazione intenzionale di questi controlli e di tutte queste operazioni, ovviamente, resta traccia. A quanto pare, tuttavia, nessuno rileva queste tracce, ne’ chiede conto di queste operazioni, come è stato dimostrato dai test effettuati da un giudice – il gip di Alessandria Aldo Tirone – con la collaborazione di un tecnico informatico interno, che per mesi e in più occasioni ha effettuato varie prove di collegamento remoto senza riscontrare alcun tipo di alert e, in seguito, senza ricevere alcuna segnalazione da chi dovrebbe avere la governance del sistema.

Occorre dunque considerare un aspetto importante: queste caratteristiche di Microsoft ECM, se non vincolate, lo rendono più adatto alla gestione dei dispositivi di organizzazioni che, per loro natura, trattano dati meno riservati e sensibili. Pensiamo ad esempio ai computer collegati ai display che mostrano i dati di arrivi e partenze presenti in aeroporti e stazioni ferroviarie, oppure a totem informativi o pubblicitari: in sintesi, è lo strumento ideale per la gestione di postazioni non presidiate (e che quindi non hanno un utilizzatore che deve dare un consenso alle attività di aggiornamento o manutenzione).

Sorgono quindi di conseguenza almeno due domande. La prima: per quale motivo, nel 2019, per la gestione e la manutenzione software dei computer del Ministero della Giustizia a tutti i livelli – da quelli amministrativi fino a quelli in uso ai magistrati – la scelta è caduta su Microsoft ECM? La seconda: come vengono gestite le informazioni relative alle operazioni effettuate senza trasmettere segnalazioni agli utenti?

Ricevere risposta a tali quesiti potrebbe, forse, contribuire a rendere meno fondate le perplessità sorte su questo software e a trasmettere la percezione di un Ministero che ha il controllo della situazione. Sicuramente una soluzione che consenta una gestione ottimale delle attività di supporto, manutenzione e aggiornamento è necessaria ad una realtà come quella del Ministero della Giustizia, soprattutto pensando alla sicurezza dei dati e ricordando che in un recente passato ci sono stati episodi allarmanti come l’attacco messo in atto nel 2024 dall’hacker Carmelo Miano, che riuscì a violare i server del Ministero della Giustizia, della Guardia di Finanza e di Telespazio, non con software di controllo remoto, ma utilizzando credenziali reali di magistrati e personale amministrativo carpite grazie a un malware trasmesso ai pc di due dipendenti del Ministero. Probabilmente privi di aggiornamenti o adeguate protezioni.

 
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Pubblicato da su 26 Gennaio 2026 in news

 

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MIA, l’intelligenza artificiale che aiuta i medici

Immaginate di farvi visitare dal vostro medico di famiglia e di scoprire che può contare su un assistente digitale sempre aggiornato. Non si tratta di ChatGPT, Gemini o Perplexity, ma di MIAMedicina e Intelligenza Artificiale – cioè la nuova piattaforma sviluppata dall’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) che sta per entrare negli studi di 1500 medici di base italiani, e che in pratica è uno strumento digitale che affianca (non sostituisce) il medico di famiglia durante il suo lavoro quotidiano.

Pensate a MIA come a un collega esperto sempre disponibile: il medico può porle domande e ricevere suggerimenti basati su evidenze scientifiche verificate. La piattaforma utilizza solo dati certificati e fonti attendibili, per garantire che le informazioni siano sempre corrette e aggiornate. Il medico può consultare MIA attraverso un’interfaccia semplice e intuitiva, più o meno come quando fa una ricerca su internet. I risultati però sono molto più affidabili e specifici.

La piattaforma può dare supporto in tre aree principali:

  • Diagnosi e terapia: quando il medico si trova di fronte a sintomi poco chiari o sospetta una malattia rara, MIA può suggerire possibili diagnosi, indicare quali esami fare e proporre percorsi terapeutici iniziali. Questo è particolarmente utile per quelle patologie che un medico potrebbe incontrare raramente nella sua pratica.
  • Gestione delle malattie croniche: per i pazienti con diabete, ipertensione o altre patologie che richiedono un monitoraggio costante, MIA offre strumenti per una gestione personalizzata, suggerendo quando intervenire e come ottimizzare le cure.
  • Prevenzione: la piattaforma può identificare quali pazienti potrebbero beneficiare di programmi di screening o vaccinazioni, visualizzando le campagne attive e fornendo suggerimenti personalizzati in base ai fattori di rischio individuali.

L’Agenas prevede che l’uso di MIA possa dare una serie di vantaggi in termini concreti:

  • ridurre il tempo necessario per le attività diagnostiche di routine
  • aiutare a prescrivere i farmaci giusti al momento giusto
  • migliorare l’adesione dei pazienti alle terapie
  • ridurre i ricoveri ospedalieri che potrebbero essere evitati
  • aumentare la partecipazione ai programmi di screening e vaccinazione.

Non mancano comunque alcune questioni pratiche da risolvere: la piattaforma deve integrarsi bene con gli strumenti informatici già presenti negli studi come le cartelle cliniche digitali e il fascicolo sanitario elettronico. Inoltre dovrebbe anche aiutare a ridurre i carichi burocratici, non ad aumentarli. Ma soprattutto: fino a che punto possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale in campo medico?

Come sempre, è necessario essere consapevoli della sua natura di supporto: non è un sostituto, è uno strumento di cui si deve approfittare perché completa le competenze del professionista e semplifica i processi decisionali. Altra consapevolezza che si deve sempre avere: non esiste intelligenza artificiale che possa sostituire l’esperienza clinica, l’intuizione, l’empatia e la capacità di valutare il paziente nella sua globalità. Il medico conosce la vostra storia, sa interpretare i sintomi nel contesto della vostra vita, può cogliere segnali che vanno oltre i dati oggettivi. MIA si limita a fornire dati, informazioni e suggerimenti, ma è il medico che li valuta, li contestualizza e prende la decisione terapeutica. Ogni paziente è unico: ciò che statisticamente può funzionare nella maggior parte dei casi, potrebbe non essere la scelta migliore per voi. Ecco perché il giudizio del medico, che vi conosce e può personalizzare le cure, rimane fondamentale.

Un aspetto interessante di MIA è che potrebbe contribuire a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure: non tutti i medici di base hanno la stessa esperienza in tutte le patologie, e non tutti lavorano vicino a grandi centri specialistici. Con MIA, anche un medico in un’area remota può avere accesso allo stesso livello di informazioni aggiornate di un collega in una grande città, offrendo ai propri pazienti un livello di cura più uniforme.

Questa piattaforma rappresenta un esempio di come l’intelligenza artificiale, se integrata con visione e responsabilità, possa migliorare concretamente la sanità. Non si tratta di scegliere tra il medico e la macchina, ma di dare al medico uno strumento di conoscenza: mentre la macchina può elaborare enormi quantità di dati e fornire suggerimenti basati sull’evidenza, il medico mette la sua esperienza, la sua umanità e la sua capacità di giudizio al servizio del paziente.

 
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Pubblicato da su 24 Gennaio 2026 in news

 

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Il phishing scorre su LinkedIn

Anche LinkedIn, con la sua messaggistica interna, può essere usato come canale di distribuzione di malware. Lo ha reso noto Reliaquest spiegando la dinamica dell’attacco: gli utenti del social network vengono contattati da falsi recruiter o colleghi, con l’obiettivo di ottenere fiducia e convincere la vittima a scaricare un file, apparentemente innocuo che si presenta come un archivio compresso WinRAR che contiene un lettore PDF open source, una libreria DLL dannosa, un interprete Python e un file RAR di copertura.

La questione richiede particolare attenzione per un motivo molto semplice: generalmente la messaggistica privata di un social network non è sotto il controllo dei sistemi di sicurezza aziendali e questo la rende un canale ideale per i criminali informatici.

Per agire in modo nascosto gli attaccanti utilizzano una tecnica chiamata DLL side-loading: quando la vittima apre il lettore PDF legittimo, viene caricata automaticamente anche la libreria dannosa, camuffata da file legittimo e innocuo. Con questo malware i malintenzionati ottengono accesso remoto al computer colpito e da questo possono ricavare i dati personali e sensibili memorizzati, oltre ad avere la possibilità di mantenere il controllo del sistema.

Raccomandazioni d’obbligo: diffidate dei messaggi inattesi che chiedono di scaricare un file, anche se sembrano provenienti da persone conosciute e verificate l’identità del mittente (sfruttando altri canali, ad esempio via mail, WhatsApp o qualunque altra forma di comunicazione con cui potete mettervi in contatto), perché per un’opportunità professionale seria e legittima nessuno chiederà mai di scaricare file sospetti o di bypassare le procedure di sicurezza. Last but not least: mantenete aggiornati antivirus e sistema operativo e attivate l’autenticazione a due fattori.

È necessario tenere presente che il phishing non è più confinato solo alla posta elettronica e i social media sono terreno di caccia per i cybercriminali, anche quelli professionali come LinkedIn. La prima ldifesa, anche questo va ricordato, è la consapevolezza: se qualcosa sembra troppo bello per essere vero o mette fretta, probabilmente è un tentativo di truffa.

 
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Pubblicato da su 21 Gennaio 2026 in news

 

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Chi l’ha scritto? Tu o l’intelligenza artificiale?

La scorsa settimana alcuni osservatori hanno commentato il post pubblicato da Chiara Ferragni in seguito al suo proscioglimento dall’accusa di truffa aggravata legata ai casi del pandoro e delle uova, evidenziando quanto – ai loro occhi – quel testo fosse stato scritto con l’ausilio di ChatGPT o un altro assistente artificialmente intelligente. Alcune frasi hanno attirato l’attenzione per come apparivano costruite, ad esempio:

È una frase semplice, tecnica, definitiva sul piano penale. Ed è giusto partire da qui

Non lo dico con rabbia. Lo dico con consapevolezza

Non è: “Non sappiamo com’è andata”. È: “Non c’erano le basi per portare avanti un procedimento penale”

Queste frasi hanno uno stile formale, strutturato e metodico, che a molti ha ricordato in modo inequivocabile quello dei testi generati dall’intelligenza artificiale. Che quel post sia stato effettivamente scritto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale o meno, il caso ha acceso i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso: in una realtà caratterizzata da una presenza sempre più invasiva della tecnologia, l’intelligenza artificiale si sta affermando non solo come strumento di lavoro, ma come vera e propria guida espressiva. Giorno dopo giorno sta progressivamente modificando il modo in cui parliamo e scriviamo, con conseguenze che vanno ben oltre la semplice adozione di nuovi termini tecnici.

Chi è attento a questi temi potrebbe aver già sentito parlare di uno studio condotto dal Max Planck Institute for Human Development di Berlino, che ha portato alla luce un fenomeno tanto affascinante quanto inquietante: analizzando circa 280mila trascrizioni di video provenienti da oltre 20.000 canali accademici su YouTube, i ricercatori hanno scoperto che l’uso di ChatGPT sta lasciando un’impronta indelebile sul nostro vocabolario quotidiano.

I dati della ricerca: termini come “meticoloso”, “approfondire”, “regno” ed “esperto” sono apparsi con una frequenza superiore fino al 51% rispetto ai tre anni precedenti all’introduzione del chatbot di OpenAI. Non si tratta di una coincidenza: queste – secondo gli autori dello studio – sono esattamente le parole che ChatGPT utilizza con maggiore frequenza nelle sue risposte, come confermato da precedenti ricerche della Stanford University. Il fenomeno è presto spiegato: stiamo interiorizzando il vocabolario dell’intelligenza artificiale nella comunicazione di tutti i giorni. Se fino a oggi ci siamo interrogati su come rendere l’AI più simile agli esseri umani, ora i dati indicano che sta accadendo esattamente l’opposto: siamo noi ad adattarci al linguaggio delle macchine.

Alcune parole – evidenzia lo studio – funzionano come vere e proprie “firme invisibili” del linguaggio plasmato dall’AI. La standardizzazione del linguaggio sta coinvolgendo anche termini inglesi precedentemente poco utilizzati in forma discorsiva, come “underscore” (sottolineatura), “showcasing” (in mostra), “intricate” (intricato) o “tapestry” (arazzo), che ora compaiono con frequenza crescente non solo negli articoli scientifici e nelle conferenze tecniche, ma anche nei libri scolastici e nelle conversazioni spontanee.

Questa uniformità linguistica ha dato vita a un nuovo campo di ricerca e sviluppo: quello dei software di rilevamento dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale come Isgen, ZeroGPT, Grammarly AI detector, Textguard (ma ne esistono molti altri). Sono strumenti – disponibili anche online – che analizzano i testi alla ricerca di pattern caratteristici, proprio come un esperto grafologo riconosce una calligrafia, basandosi sulla frequenza di determinate parole chiave, oppure sull’uso di una struttura sintattica eccessivamente regolare, con frasi costruite secondo schemi ripetitivi e una punteggiatura metodica che raramente si discosta dalle convenzioni standard.

Un altro elemento rivelatore è la mancanza di variabilità stilistica: mentre un autore umano alterna naturalmente periodi lunghi e brevi, oppure espressioni formali e colloquiali, i testi generati dall’intelligenza artificiale tendono a mantenere un registro costante e prevedibile. Anche la profondità concettuale può essere un indizio: l’intelligenza artificiale eccelle nell’organizzare informazioni conosciute, ma è meno pronta a produrre intuizioni veramente originali o collegamenti tra concetti apparentemente lontani.

Questi strumenti possono comunque dare dei “falsi positivi”, non solo perché la loro accuratezza non è assoluta, ma perché il crescente uso dell’AI nella scrittura rende sempre più sottile il confine tra un contenuto “umano” e un testo assistito dall’intelligenza artificiale. Questo aspetto fa nascere preoccupazioni di natura sia sociale che politica: c’è un rischio concreto che l’AI possa ridurre la diversità linguistica o essere deliberatamente utilizzata in modo improprio per la manipolazione di massa. La progressiva standardizzazione del linguaggio potrebbe portare a una perdita di autenticità e spontaneità nelle relazioni umane, impoverendo il patrimonio culturale rappresentato dalle espressioni regionali, dai modi di dire e dalle sfumature tipiche di ogni comunità linguistica.

Un esperimento condotto dal MIT Media Lab ha inoltre rivelato che l’uso intensivo dei chatbot per scrivere testi accademici può avere un effetto negativo sul cervello umano, riducendo l’attività cognitiva e limitando la capacità di apprendimento. Il rischio, confrontandoci con macchine che assemblano parole, è di diventare noi stessi un po’ meno umani. Se continuiamo ad adattarci al linguaggio dell’intelligenza artificiale, potremmo trovarci di fronte a un futuro in cui le macchine assumono il ruolo di modelli culturali.

Anche la lingua italiana non è immune da questa trasformazione. Tra le parole dell’anno messe in evidenza dalla Treccani troviamo alcuni possibili neologismi coniati nel 2025, molti dei quali legati all’influenza dell’intelligenza artificiale. Tra questi figurano “allucinazione della intelligenza artificiale”, che indica l’informazione errata prodotta da un sistema AI, e “nudificazione”, la creazione abusiva e illegale di nudi falsi. C’è poi “Broligarchia”, che descrive la ristretta cerchia di uomini ricchi e potenti del settore tecnologico che condizionano orientamenti politici e scelte governative, mentre “metatelefono” indica un rettangolo di plastica trasparente simile a un cellulare, ma finto. Questi termini rappresentano una fotografia fedele dei tempi correnti, dove tecnologia, cronaca, politica ed economia si intrecciano nel tessuto linguistico quotidiano.

Non mancano tuttavia gli aspetti positivi di questa trasformazione. In un’epoca caratterizzata da una comunicazione sempre più globale e digitale, la chiarezza e la coerenza offerte da un linguaggio standardizzato possono rappresentare un vantaggio concreto. Nei contesti professionali e istituzionali la capacità di esprimersi in modo chiaro, ordinato e privo di ambiguità viene percepita come competenza. Questo spiega perché molte persone scelgano consapevolmente di adottare lo stile comunicativo delle intelligenze artificiali, nella convinzione che ciò possa rafforzare la propria credibilità.

In definitiva, l’influenza dell’intelligenza artificiale sul nostro modo di esprimerci rappresenta un fenomeno complesso e dalle molteplici sfaccettature: da un lato assistiamo a una maggiore chiarezza e standardizzazione della comunicazione, dall’altro rischiamo di perdere l’uso del cervello, insieme alla ricchezza e la diversità che caratterizzano il linguaggio umano nelle sue infinite variazioni culturali e individuali.

La sfida per il futuro sarà trovare un equilibrio: sfruttare i vantaggi della tecnologia senza perdere l’autenticità, la creatività e la spontaneità che rendono unica la comunicazione umana. Sarà necessario mantenere il controllo sulle macchine, affinché rimangano strumenti al nostro servizio, senza diventare i modelli a cui conformare pensiero e linguaggio. Solo così potremo preservare quella diversità linguistica e culturale che costituisce una delle ricchezze più preziose dell’umanità, mantenendo al contempo la capacità di riconoscere e valorizzare il contributo umano alla produzione di conoscenza e cultura.

 
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Pubblicato da su 20 Gennaio 2026 in news

 

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Apocalypse RAM (ma cos’è questa crisi?)

A conferma di quanto emerso nel mercato alla fine dello scorso anno, il 2026 si sta rivelando un annus horribilis per il settore delle memorie elettroniche, probabilmente il peggiore degli ultimi dieci anni: secondo l’analisi condotta da ComputerBase o prezzi delle RAM hanno raggiunto quotazioni quattro volte superiori rispetto a settembre 2025, con un incremento medio del 344% in soli quattro mesi. DRAM e NAND – componenti fondamentali di smartphone, computer, tablet e console – stanno attraversando una fase di turbolenza che sta ridisegnando gli equilibri dell’intera industria tecnologica. I prezzi della RAM mobile LPDDR sono schizzati oltre il 70%, mentre lo storage NAND flash è letteralmente raddoppiato con un aumento superiore al 100%, come evidenziato dai dati della società di ricerca Omdia. Ma da dove nasce questa crisi?

Le radici del problema affondano nell’esplosione dell’intelligenza artificiale. I datacenter che sono alle spalle di servizi come ChatGPT, Gemini e altri sistemi basati sull’IA richiedono enormi quantità di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), drenando risorse preziose dal mercato consumer. I tre principali produttori mondiali di memorie – Samsung, SK hynix e Micron – hanno riconvertito circa il 20% della propria capacità produttiva dalle RAM tradizionali alle HBM, necessarie specificamente per le GPU utilizzate nell’intelligenza artificiale.

Questa scelta, seppur strategicamente comprensibile, ha avuto un impatto collaterale devastante sulla disponibilità di DRAM per dispositivi di uso quotidiano: fino a qualche anno fa, RAM e storage rappresentavano tra il 10% e il 15% del costo totale di uno smartphone. Oggi quella percentuale supera il 20% e questa variazione ha modificato considerevolmente la struttura dei costi di produzione nell’intera filiera: i costi di produzione dei dispositivi potrebbero crescere fino al 25% nel corso del 2026 e questo potrebbe spingere le aziende a scelte complesse.

Alcuni produttori stanno già valutando di tornare a configurazioni da 4 GB di RAM per i modelli entry-level, una mossa ritenuta anacronistica fino a poco tempo fa. In Cina le vendite di schede madri DDR3 sono quasi triplicate e ciò ha riportato in auge piattaforme considerate ormai superate, come quelle compatibili con processori Intel di sesta, settima, ottava e nona generazione.

Questa situazione ha generato tensioni perfino all’interno di aziende integrate verticalmente come Samsung: la divisione semiconduttori, che si occupa della produzione di DRAM e NAND, sta massimizzando i profitti sfruttando la domanda ai massimi storici, mentre la divisione mobile si è vista rifiutare la richiesta di bloccare i prezzi della DRAM per un anno intero in previsione del lancio del Galaxy S26, ottenendo solo contratti trimestrali.

L’impatto sui dispositivi consumer è già evidente ed è destinato ad accentuarsi nei prossimi mesi. Al CES 2026 Samsung ha pubblicamente ammesso di aver considerato aumenti di listino per smartphone e laptop, viste le attuali condizioni di mercato. Stesso discorso da parte di Carl Pei – amministratore delegato di Nothing – che ha preannunciato aumenti che potrebbero superare il 30%. Anche il mercato delle console e è in sofferenza: le azioni di Nintendo, ad esempio, hanno perso il 33% in cinque mesi, generando negli investitori qualche preoccupazione legata ai possibili aumenti di prezzo della Switch 2.

Le aziende che quest’anno lanceranno nuovi dispositivi sul mercato sono ad un bivio: limitare le feature per contenere i prezzi oppure aumentare i listini, rischiando di perdere quote di mercato? Uno smartphone o un laptop di fascia media, che oggi potrebbe costare tra i 900 e i 1.100 euro, nella seconda metà del 2026 potrebbe raggiungere un prezzo tra i 1.150 e i 1.300 euro, senza nemmeno il beneficio di un upgrade tecnologico.

Le previsioni per il futuro sono divergenti, ma concordano sulla previsione che la crisi non si risolverà nel breve termine. Secondo Sascha Krohn di ASUS, la carenza di memorie inizierà a normalizzarsi nel corso del 2027, posizionandosi nel mezzo tra previsioni più ottimistiche e quelle più pessimistiche di Micron, che guarda al 2028. Tuttavia, anche quando la disponibilità fisica delle RAM tornerà a livelli accettabili, c’è un secondo ostacolo legato alle dinamiche commerciali: alcuni produttori non vorranno abbassare i prezzi una volta e potrebbero passare molto tempo prima che i prezzi inizino a scendere.

La “normalizzazione” dipende dall’entrata in funzione di nuove fabbriche, ma costruire ex novo uno stabilimento di questo tipo può richiedere almeno tre anni. I principali produttori, memori del crollo della domanda durante e dopo la pandemia, stanno mostrando di preferire una strategia orientata alla redditività di lungo periodo anziché pensare ad un’espansione aggressiva. Stando alle stime di TrendForce, nel 2026 la domanda globale di memorie aumenterà del 35%, mentre l’offerta solo del 23% e questo comporterà un divario strutturale destinato a mantenere elevata la pressione sui prezzi.

Di fronte a questo scenario complesso e non roseo, analisti e addetti ai lavori suggeriscono di anticipare eventuali acquisti, se necessari. Chi pensa ad acquistare un nuovo smartphone, laptop, tablet o console farebbe bene a non aspettare troppo: acquistare tecnologia nei prossimi mesi significherà sempre più spesso rinunciare a qualcosa, accettare compromessi sulle specifiche, oppure spendere molto di più, anche a parità di caratteristiche.

Il caro-memorie non è un problema temporaneo, ma un cambiamento strutturale con cui il mercato dovrà convivere verosimilmente almeno per i prossimi due anni, ridefinendo il rapporto tra innovazione tecnologica, prezzi al consumo e accessibilità dei dispositivi elettronici.

 
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Pubblicato da su 16 Gennaio 2026 in news

 

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Groenlandia, una partita complessa

“Ne abbiamo bisogno per motivi di sicurezza nazionale”: così Donald Trump giustifica il suo dichiarato interesse verso la Groenlandia e l’obiettivo di annetterla “in un modo o nell’altro” agli USA. Come si è capito, tuttavia, la retorica della difesa nasconde una partita geopolitica ed economica ben più complessa, basata su interessi che vanno dalle terre rare alla tecnologia, con il futuro della supremazia globale all’orizzonte.

La sicurezza nazionale rappresenta solamente una parte della verità. La Groenlandia custodisce infatti qualcosa di molto più prezioso delle sue posizioni strategiche: metalli rari essenziali per la tecnologia del futuro. L’isola possiede riserve note di circa 43 dei 50 materiali che gli Stati Uniti considerano cruciali, e 25 dei 34 indicati dall’Unione Europea come critici.

Si tratta di giacimenti prevalentemente ancora da sfruttare che rappresentano un’alternativa strategica al dominio cinese sulle terre rare. Come sottolineato da EconomyUp, le risorse groenlandesi sono fondamentali per batterie, elettrificazione e l’intera industria dei microchip. Un tesoro nascosto sotto i ghiacci che potrebbe ridisegnare gli equilibri globali della tecnologia. C’è però un aspetto fondamentale da considerare: l’estrazione di questi materiali è un’attività estremamente complessa, perché i giacimenti si trovano sotto strati di ghiaccio perenne, in un clima ostile, in un’isola attualmente priva delle infrastrutture necessarie. A inizio 2025 risultavano attive solo due miniere in tutta la Groenlandia.

Trump ha dichiarato che la Groenlandia è “circondata dalle navi russe e cinesi” e che solo gli Stati Uniti possono proteggerla adeguatamente. L’isola è infatti centrale per il progetto del sistema di difesa americano “Golden Dome” e rappresenterebbe una piattaforma strategica per il controllo delle rotte artiche. Non va dimenticato che gli Stati Uniti hanno già una base aerea importante in Groenlandia, quella di Pituffik, e che dal 1951 possono costruire basi e muovere soldati sull’isola previo consulto con i governi locale e danese. La NATO stessa sta lavorando per rafforzare la presenza nell’Artico, cercando di trovare una soluzione che non preveda l’annessione.

La Danimarca non è rimasta a guardare e ha varato un programma di investimenti da 8 miliardi di euro nella difesa aerea, l’acquisto di due nuove navi pattugliatrici per l’Artico e di sedici caccia F-35. Investimenti decisamente importanti da parte del governo di un Paese che conta sei milioni di abitanti, a dimostrazione di quanto Copenaghen intenda essere parte attiva e non spettatore in questa “partita”.

Con soli 57mila abitanti – concentrati principalmente nella capitale Nuuk – l’isola potrebbe trasformarsi da remoto avamposto a hub dell’innovazione tecnologica, attirando investimenti da innovatori e imprese tech globali. Oltre a Trump, infatti, anche la Silicon Valley coltiva un certo interesse verso la Groenlandia e non solo per le terre rare: il clima artico offre condizioni ideali per l’installazione di data center, per i quali sarebbe possibile ridurre in modo considerevole i costi energetici di infrastrutture che richiedono sistemi di raffreddamento massicci.

La reazione della popolazione a tutta questa attenzione non è esattamente favorevole: i sondaggi mostrano anzi che la stragrande maggioranza dei groenlandesi è contraria all’annessione agli Stati Uniti. La dichiarazione congiunta dei leader dei cinque partiti rappresentati nel parlamento locale è abbastanza chiara: “Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi“. In Europa – oltre alla Danimarca – sei Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito) hanno sottoscritto in modo congiunto una dichiarazione in cui affermano che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e la Francia ha preannunciato che il 6 febbraio aprirà un consolato a Nuuk, per trasmettere un segnale politico di presenza rafforzata nell’isola.

In risposta a questa situazione globale – che sta comunque mettendo alla prova anche la coesione della NATO – Trump dichiara di considerare la possibilità di dover scegliere tra Groenlandia e Alleanza atlantica, lasciando intendere che il nuovo obiettivo ha una priorità geopolitica superiore persino ai tradizionali legami con gli alleati europei.

 
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Pubblicato da su 14 Gennaio 2026 in news

 

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Spionaggio: governo italiano cliente di Paragon?

L’Italia è stata cliente di Paragon fino a ieri? Il governo nega, alcune notizie svelerebbero il contrario. Ma andiamo con ordine.

Notizia della scorsa settimana: gli smartphone di circa novanta utenti di WhatsApp, in prevalenza giornalisti e attivisti, sono stati spiati attraverso il software Graphite sviluppato dalla società israeliana di spyware Paragon Solutions. Questo software permette ad un altro soggetto il controllo di un dispositivo, consente quindi di leggere i contenuti anche di app dichiaratamente crittografate. Non è stato pubblicato un elenco delle vittime di questa attività, ma Francesco Cancellato (direttore di Fanpage.it) e Luca Casarini (capomissione della ong Mediterranea Saving Humans) hanno dichiarato di aver ricevuto da Meta questo messaggio:

A dicembre WhatsApp ha interrotto le attività di una società di spyware che riteniamo abbia attaccato il tuo dispositivo. Le nostre indagini indicano che potresti aver ricevuto un file dannoso tramite WhatsApp e che lo spyware potrebbe aver comportato l’accesso ai tuoi dati, inclusi i messaggi salvati nel dispositivo

Notizia delle ultime ore: la Presidenza del Consiglio, nell’escludere il coinvolgimento dei servizi di intelligence italiani – e quindi del Governo – ha reso noto di aver appreso dai rappresentanti legali di Meta che le vittime italiane di questa attività di spionaggio sarebbero sette. Ma c’è un colpo di scena offerto dal Guardian: fonti della testata hanno dichiarato che Paragon ha rescisso il contratto con il Governo Italiano, svelando quindi l’esistenza del rapporto con la società israeliana. La decisione sarebbe stata presa dall’azienda ieri, dopo aver valutato che l’Italia ha “violato i termini di servizio e il quadro etico concordato nell’ambito del contratto”.

La questione è decisamente controversa e richiede approfondimenti ad altri (e più alti) livelli. Intanto portatevi a casa un dato di fatto: le intercettazioni delle chat di WhatsApp e altre app non sono impossibili.

 
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Pubblicato da su 6 Febbraio 2025 in news

 

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Perché sfruttare i social per boicottare chi lavora?

Chi esorta a boicottare un’azienda perché è stata visitata da un politico (indipendentemente dal suo “colore”) non solo non sa davvero come gira il mondo, ma ne ignora proprio le basi.

Se siete contro un personaggio politico, organizzate una protesta contro di lui. Dal vivo, di persona, presentatevi di persona e non nascondetevi dietro uno smartphone: è fuori da ogni realtà chi esorta gli italiani a boicottare la Rummo S.p.A. solo perché Matteo Salvini le ha fatto visita nel suo ruolo istituzionale di vicepresidente del consiglio e ministro delle infrastrutture e dei trasporti.

Non sottovalutate mai la potenza e le possibili conseguenze di un’iniziativa social che punta al boicottaggio di un’azienda. In questo caso si tratta di un pastificio che dà lavoro a circa 170 dipendenti e una cinquantina di collaboratori. Come ho scritto in un post precedente, (in occasione del Pandoro-gate in cui il bersaglio erano Chiara Ferragni la Balocco) è da irresponsabile esortare le persone a non acquistare Pasta Rummo: dietro ogni lavoratore c’è una famiglia, perché danneggiarla se alla base c’è un lavoro onesto? Dietro ogni azienda c’è un prodotto, e se è di qualità ed è realizzato onestamente, perché boicottarlo?

Se dal palco dei social network invitate gli italiani a non acquistare i prodotti di questa azienda (per motivi stupidi, soprattutto perché inesistenti) contribuite a creare un danno concreto a molte persone, solamente perché quell’azienda ha aperto le sue porte ad una carica dello Stato. Che, lo ribadisco, non importa quale “colore politico” rappresenti: in quel momento rappresenta un’Istituzione ed è lì per esaltare il frutto del lavoro dell’azienda.

Fate attenzione a non “polarizzare” questioni di interesse collettivo. Ragionate, ci vuole davvero poco a capirlo!

 
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Pubblicato da su 23 Gennaio 2024 in news

 

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La carica degli influencer virtuali

Vi dicono niente Francesca Giubelli, Nefele, Aitana Lopez, Imma, Noonoouri, Leya Love, Liam Nikuro, Lil Miquela, Miquela Sousa, Kyoko Date? Sono i nomi di alcuni influencer virtuali, ovvero personaggi di fantasia che esistono solo nel mondo digitale. Chi crede che si tratti di una novità recente dimentica o ignora che già negli anni ’90 esistevano progetti di questo tipo: Kyoko Date ad esempio ha esordito nel 1996.

Dietro ognuno di loro c’è un progetto che ha l’obiettivo di creare un “personaggio”, nato dalla mente di una o più persone. Non raramente si tratta di aziende: poco tempo fa H&M ha realizzato una campagna di marketing avvalendosi anche di un’influencer virtuale. Una ricerca di Meta ha evidenziato il successo di quella campagna e il dato oggettivo di una drastica riduzione dei costi del personale, decisamente più convenienti (91%) rispetto a quelli sostenuti in campagne precedenti. E considerando che alcune modelle virtuali riescono già a guadagnare migliaia di euro al mese, possiamo pensare per queste risorse un ottimo rapporto benefici/costi.

La rapida evoluzione delle tecnologie – l’intelligenza artificiale in questi casi viene applicata in abbinamento a computer grafica, motion capture, machine learning e realtà aumentata – fa sì che presto sarà possibile creare personaggi che, a livello di immagine, saranno sempre più credibili e indistinguibili da un essere umano in carne ed ossa, rivoluzionando quei settori in cui è sufficiente mostrare la rappresentazione di una persona, e non l’espressione di una professionalità in carne ed ossa. Già da ora troviamo esempi di realizzazioni virtuali impressionanti che vanno dal presentatore televisivo al giornalista, dall’insegnante al reclutatore di un’agenzia di ricerca del personale. Per non parlare di tutti gli assistenti virtuali – decisamente poco sofisticati – che già popolano l’assistenza clienti dei siti web di molte aziende.

Dal mio post sui Frankestein virtuali (del 2019) i progressi sono evidenti: se volete “giocare” con qualcosa di molto soft, il sito che citavo allora – thispersondoesnotexist.com – c’è ancora e vi permette, con maggior realismo, di visualizzare un volto nuovo (e inesistente nella realtà) ad ogni caricamento della pagina.

 
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Pubblicato da su 19 Gennaio 2024 in news

 

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Pandoro-gate, chi boicotta non fa giustizia

Sono da sempre contrario alle reazioni eccessive che sono conseguenza di vicende sgradevoli come quella del Pandoro-gate, per cui quando sento parlare – come in questi giorni – di boicottaggi organizzati contro aziende senza colpe, che danno lavoro a tante persone, credo che il discorso prenda pieghe decisamente sbagliate.

Il Pandoro-gate nasce dagli effetti di una campagna commerciale organizzata dall’industria dolciaria Balocco con le società Fenice e TBS Crew, che gestiscono attività, marchi e diritti relativi a Chiara Ferragni. Sono queste le aziende colpite dalle sanzioni dell’Antitrust per pratica commerciale scorretta, per motivazioni abbondantemente spiegate nel testo del provvedimento. Mi spiace sinceramente dirlo, ma se avete tempo e pazienza di leggerlo credo converrete con me che lasci davvero poco margine all’interpretazione o alla fantasia. Soprattutto nelle trascrizioni dei vari messaggi e-mail intercorsi tra le aziende interessate, emerge in modo abbastanza netto l’intento esplicito di far passare il messaggio che le vendite del pandoro avrebbero sostenuto l’iniziativa benefica per l’Ospedale Regina Margherita di Torino. Sono inoltre la stessa Chiara Ferragni e Alessandra Balocco ad essere iscritte dalla Procura di Milano nel registro degli indagati con l’ipotesi di truffa aggravata, ipotesi che personalmente credo ponga un carico davvero eccessivo sopra tutta la vicenda.

Sono molte le aziende che hanno rapporti commerciali con le società del gruppo che fa capo a Chiara Ferragni e alcune di queste (Coca-Cola, Safilo, Monnalisa) hanno deciso o stanno valutando di interrompere i progetti in corso. C’è la possibilità che nuove aziende si aggreghino e seguano questa strada, così come non è da escludere che altre preferiscano invece mantenere i rapporti, forse in attesa di conoscere i risultati di ulteriori accertamenti da parte delle autorità competenti, che potrebbero anche stabilire l’innocenza delle persone indagate.

Per questo motivo trovo fuori luogo ed eccessivo che – come emerge da una ricerca realizzata da SocialData – molte persone, per esprimere il proprio dissenso, invitino via social a boicottare i brand delle aziende che hanno scelto di collaborare con Chiara Ferragni, anche in rapporti di collaborazione che hanno avuto luogo in passato: se è legittimo esprimere la propria opinione e mettere in discussione le decisioni prese in questo senso da un’azienda, non è altrettanto legittimo sfruttare la propria visibilità online per invitare i consumatori al boicottaggio ai danni di aziende che lavorano correttamente, si fanno pubblicità in modo lecito e danno lavoro a tante persone. In questa’ottica non è corretto prendere di mira nessuno e quindi ovviamente neppure Balocco, che nel provvedimento dell’Antitrust risulta anzi aver subìto le decisioni dei suoi partner commerciali, nel rispetto delle condizioni contrattuali che prevedevano che l’ultima parola, sul piano della comunicazione, spettasse a Fenice e TBS Crew.

Certo, è molto facile cedere alla tentazione di “fare giustizia”, soprattutto per certi leoni da tastiera che si fermano ai titoli e non approfondiscono, e che in questo caso puntano a colpire l’attività di aziende che potrebbero subire seri danni senza un reale motivo. Ma poi… giustizia per cosa?

 
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Pubblicato da su 11 Gennaio 2024 in news

 

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Threads è “sbarcato” in Europa

A mezzogiorno di oggi, 14 dicembre 2023, Threads ha aperto le porte agli utenti europei. Si era intuito dal countdown pubblicato nei giorni scorsi da Meta (l’azienda che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e molto altro) dopo il debutto dello scorso luglio.

Ma quindi cos’è Threads? Attenzione: contrariamente a quanto appariva inizialmente, non si tratta semplicemente della versione Meta di Twitter, anche se si presenta come una piattaforma di microblogging alternativa a X (cioè la ElonMusk-version di Twitter). Threads è una costola di Instagram che permette di pubblicare post fino a un massimo di 500 caratteri e video di lunghezza fino a cinque minuti, e l’integrazione con Instagram (scusate la ripetizione) è molto spinta.

L’iscrizione a questa nuova piattaforma prevede una procedura decisamente semplice, ma la premessa rimane essere utenti di Instagram. Pertanto, se scaricate l’app Threads per iPhone o Android è sufficiente inserire le credenziali Instagram per accedere. Da lì in poi, sarà possibile postare, seguire gli account di amici o altri utenti e, per ogni post, mettere un like, commentare, condividere, ripubblicare… come per altre piattaforme social.

Threads seppellirà X, cioè l’ex-Twitter? È ancora presto per dirlo. Per capirlo analizzeremo i risultati che raggiungerà a breve, nella consapevolezza del vantaggio dato dal nutrito bacino di utenza a cui può attingere, cioè gli utenti di Instagram.

 
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Pubblicato da su 14 Dicembre 2023 in news

 

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Richieste insolite in Direct Message? Attenzione

Le trappole per “rubare” gli account nei social network sono tante. Qui spiego un espediente piuttosto ricorrente nei social network, basato semplicemente sulla modifica delle informazioni di contatto, che un utente può essere indotto ad aggiornare in modo ingannevole. Non chiamiamolo hackeraggio, non lo è: si tratta di un imbroglio. E in questo caso un utente incauto, senza accorgersene, serve il proprio account su un piatto d’argento direttamente ad un truffatore.

Una possibilità è questa: voi commentate il post Instagram (o Facebook) di un personaggio famoso o di un’azienda, il vostro commento viene notato da qualcuno che, tramite DM (Direct Message), vi contatta spacciandosi per un collaboratore, dice che il commento è interessante e vi promette di aprirvi un canale di comunicazione privilegiato ed esclusivo con il personaggio o l’azienda, inviandovi un link. L’opportunità attira la vostra attenzione: il commento che avevate scritto potrebbe essere ignorato, annegare in mezzo a migliaia di altri, qui invece vi propongono di aprire un contatto diretto e poter comunicare direttamente con la sicurezza di essere considerati, tutto ciò che dovete fare è seguire un link. Questo link vi porta alla gestione dei contatti del vostro account, in cui il truffatore vi indica di aggiungere un indirizzo mail (non il vostro, ma un indirizzo che vi dirà lui) “per permettere l’invio di messaggi diretti”. Il gioco è fatto: da quel momento, pensando di aver creato un collegamento con il personaggio o l’azienda in questione, in realtà avete dato ad un truffatore la delega a gestire il vostro account. Da lì a pochi minuti, ogni utente caduto nel tranello si trova ben presto a non poter più utilizzare il proprio account, perché il truffatore ha cambiato la password d’accesso e i contatti di riferimento. Pertanto è fondamentale fare sempre molta attenzione agli inviti ricevuti da persone sconosciute.

Aggiungo un elemento di complicazione: potreste ricevere questo stesso tipo di invito da una persona che conoscete, o almeno così credete. La persona che vi contatta potrebbe essersi impossessata dell’account del vostro conoscente, oppure potrebbe avere un account fasullo con lo stesso nome, per indurvi a fidarsi di lui. Anche qui, attenzione: il link che vi indica porta alla pagina che gestisce gli account del vostro profilo. Se ricevete quindi una richiesta simile, verificate sempre: prima di inserire o trasmettere qualsiasi informazione personale, contattate quella persona in un altro modo (telefonicamente oppure via mail, WhatsApp, Telegram, fax, piccione viaggiatore, citofonate a casa sua… quello che vi pare) e chiedetele se è stata lei a mandarvi quel link, che non serve a stabilire alcun canale di comunicazione privilegiato, ma a definire chi ha la possibilità gestire il vostro account.

Ultimamente ho ricevuto svariate segnalazioni di account rubati con espedienti simili e sabato scorso io stesso ho ricevuto questo tipo di esca, in cui mi è stato offerto di avere un contatto esclusivo con un’azienda che però conosco bene e con cui ho già un rapporto diretto. Il sospetto della truffa quindi era dietro l’angolo, ma in molti casi scoprirla non è semplice. Per cui ripeto, attenzione: si tratta a tutti gli effetti di un tentativo di furto di identità ed esserne vittime, oltre a creare problemi personali legati all’indisponibilità dell’account, può avere effetti collaterali anche molto sgradevoli. Se pensate a tutto ciò che può fare una persona che può agire sotto mentite spoglie, capite che si tratta di un argomento da prendere in seria considerazione. E se vi accade una cosa simile, oltre a non abboccare, segnalate l’account all’assistenza del social network

 
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Pubblicato da su 20 Novembre 2023 in news

 

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Password: scocciatura o serratura?

Nella classifica delle password più utilizzate, l’Italia si distingue (poco): mentre a livello mondiale resta saldamente in testa l’inossidabile “123456“, noi ci differenziamo con “admin” (dimostrando anche un discreto complesso di superiorità: l’admin è l’administrator, l’utente principale, il profilo con permessi di accesso “onnipotenti”). Ma in realtà la fantasia è poca, come si vede dal parallelo tra le top ten “Tutti i Paesi” e “Italia”. Perché nonostante siamo nel 2023, non tutti hanno maturato la consapevolezza che oggi, nell’era in cui tutto viene digitalizzato (dai documenti al conto corrente bancario), la password è la versione digitale della chiave – o della combinazione – che apre la cassaforte in cui conserviamo i nostri dati personali.

Si noti inoltre – sempre dalle classifiche qui riportate – quanto tempo serve per decifrare le password di uso comune: nel 70% dei casi basta meno di un secondo per aggirare l’ostacolo. Una menzione d’onore meritano però gli utenti che hanno scelto UNKNOWN, che danno più filo da torcere ai malintenzionati. Ovviamente uno dei criteri più diffusi resta sempre quello di utilizzare il proprio nome, ma nessun nome ricorrente potrà mai vantare presenze pari alle password più standard del mondo.

La debolezza della password è un problema? Sì perché, come detto sopra, le password sono le chiavi. Chiavi di casa digitali, del conto in banca, del computer. Se le perdiamo – o se ne perdiamo il controllo al punto da permettere a un’altra persona di impossessarsene e farne un utilizzo illecito – sapete meglio di me cosa può accadere: dal furto di informazioni a quello di identità, passando per i reati contro il patrimonio, le probabilità di subire un danno concreto sono direttamente proporzionali alla facilità di individuazione della parola chiave.

Le password devono essere complesse, e il più possibile slegate e indipendenti da qualunque informazione che ci riguarda: meglio pensare a qualcosa di differente dal nome (nostro o di qualcuno di famiglia, animali domestici inclusi), dalla data di nascita e da qualsiasi informazione che possa essere facilmente individuata, per conoscenza diretta o indiretta.

I criteri di composizione delle password devono andare in altre direzioni. Ad esempio si può pensare ad una frase, considerando le lettere iniziali di ogni parola che la compone e giocando con maiuscole e minuscole, usando anche lettere alternate a numeri e aggiungendo caratteri speciali. Oppure è possibile ricorrere a un generatore di password (come Roboform) e affidarsi alla sua scelta, senza utilizzare informazioni riconducibili a informazioni personali. Quando le password diventano tante e diventa difficile gestirle, anziché scriverle su un post it o in un foglio Excel, è il momento di affidarsi ad una soluzione di password management, cioè di qualcosa che possa aiutare a gestirne l’inventario e a recuperarle all’occorrenza. Una soluzione efficace e gratuita ad esempio è Devolutions Hub Personal.

Mai sottovalutare l’importanza delle password. Se pensate alle informazioni personali gestite dalle applicazioni installate su uno smartphone, ad esempio, capite bene quanta parte della vostra vita ha bisogno di password sicure: account social media, posta elettronica, conto corrente bancario, fascicolo sanitario elettronico, identità digitale. La possibilità che le nostre informazioni personali finiscano nelle mani sbagliate ci deve far riflettere: meglio una sola password, facile, da utilizzare per tutti gli account (che una volta rubata apre ai malintenzionati tutte le porte), oppure tante password complesse, diverse per ogni account?

 
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Pubblicato da su 18 Novembre 2023 in news, privacy, security

 

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Cos’è che state disattivando, scusate?

Da alcuni giorni numerosi utenti contribuiscono ancora a diffondere su Facebook, a distanza di anni, una vecchia bufala ingannevole che, con un semplice post con una dichiarazione, permetterebbe agli utenti di mantenere la titolarità di ciò che pubblicano e/o non sottoscrivere il pagamento del canone di 4,99 euro al mese e di mantenere i diritti di utilizzo di immagini e testi pubblicati. Ancora una volta è necessario ribadirlo: sono tutte palle! Ma questa volta la bufala è tornata d’attualità perché Meta sta varando un altro servizio: la versione senza pubblicità di Facebook e Instagram. Che affiancherà la versione “gratuita”, ma con costi ben più alti. E, soprattutto, senza alcun cambiamento sui diritti di utilizzo delle immagini.

I fatti: dal mese di novembre 2023, Meta (la società che controlla piattaforme come Facebook, Instagram e WhatsApp) ha lanciato in Europa la versione “pay” dei suoi social network, fruibile senza inserzioni pubblicitarie. Questo significa che la versione “gratuita” di Facebook e Instagram continuerà a esistere e, se un utente non sottoscriverà alcun tipo di abbonamento, potrà proseguire a utilizzare questi servizi “gratuitamente” e a visualizzare inserzioni pubblicitarie mirate, derivanti dalla sua navigazione e dalle sue preferenze espresse nell’utilizzo dei social network. Come adesso, dunque, anche se non è da escludere nel prossimo futuro un bombardamento pubblicitario maggiore.

Quanto costerà la libertà dalla pubblicità? 9,99 euro al mese per chi utilizza Facebook o Instagram dal browser, 12,99 euro al mese per gli utenti che utilizzano i social network da app su dispositivi iOS (iPhone, iPad) o Android. Attenzione però: fino al 29 febbraio 2024, la sottoscrizione sarà valida per tutti gli account collegati al Centro gestione account dell’utente. Dal 1 marzo, ogni account aggiunto al Centro gestione account dell’utente comporterà un costo aggiuntivo, ossia un canone di 6 euro al mese da browser e di 8 euro al mese se da iOS o Android.

Queste sono le condizioni che saranno applicate a chi sottoscriverà un abbonamento, differenziando la propria esperienza social dagli utenti che rimarranno sulla piattaforma “gratuita”, pagando quindi non con un canone in denaro, ma acconsentendo ad essere profilati dalle piattaforme di advertising. Perché – è bene ricordarlo – la presunta gratuità ha comunque un prezzo, che dal punto di vista monetario viene pagato dagli inserzionisti pubblicitari, mentre dal punto di vista del patrimonio di informazioni viene pagato dagli utenti che acconsentono di essere tracciati e controllati.

Il controllo che riguarda tutti, utenti “pay” e “free”, riguarda i contenuti pubblicati. Ma a questo proposito non c’è “non autorizzo” o “sto disattivando” che tenga: all’atto dell’iscrizione a Facebook, per dirla in termini semplici, ogni utente ha sottoscritto le condizioni indicate nel regolamento, che prevedono la concessione di una licenza non esclusiva, trasferibile, sub-licenziabile, esente da royalty e mondiale per ospitare, utilizzare, distribuire, modificare, eseguire, copiare o visualizzare pubblicamente, tradurre e creare opere derivate dai tuoi contenuti”. Cosa significa? Che “se condividi una foto su Facebook, ci dai il permesso di archiviarla, copiarla e condividerla con altri”.

Quindi, nei vostri post, potete scrivere ciò che volete. Ma Facebook, come da accordi sottoscritti all’atto dell’iscrizione, potrà ancora utilizzare ciò che pubblicate nel modo che ritiene più opportuno. In barba a tutti i “non autorizzo” e “anch’io sto disattivando!”, ma c’è anche la variante “Il mio è davvero diventato blu”. Ma a proposito: cosa state disattivando, esattamente? E dove vedete Channel 4 News? E se state pubblicando la variante, cos’è che vi è davvero diventato blu?

 
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Pubblicato da su 12 Novembre 2023 in news

 

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E-commerce, attenti alle trappole

In rete esistono ancora molti e-commerce ingannevoli che si pubblicizzano tramite i social media attirando nella loro rete molti utenti, attratti da prodotti interessanti presentati a prezzi favorevoli. Fate molta attenzione prima di procedere con gli acquisti su siti di e-commerce sconosciuti, perché è davvero semplice diventare vittime di truffe o pratiche commerciali ingannevoli, e con l’approssimarsi di offerte promozionali da “black friday” il rischio di cadere in trappola è davvero dietro l’angolo. Un esempio recente è dato dalla “attività” in cui mi sono imbattuto di recente, che si presenta con il nome Domenica Milano.

L’approccio parte da un annuncio ingannevole pubblicato sui social network, che inizia con la frase “Purtroppo annuncio con tristezza la chiusura della nostra amata azienda di famiglia”, prosegue descrivendo quanto una piccola attività commerciale non possa più competere con i “giganti online” e conclude indicando lo sconto che sarà applicato sulle collezioni poste in saldo per cessata attività. Tutto verosimile, ma da approfondire. E identico all’annuncio pubblicato da un’altra attività simile, Zorrato negozio.

E approfondendo si nota innanzitutto che l’annuncio di questo e-commerce italiano ha uno strano problema di lingua:

“Hasta el 75% de descuento”, “Existencias limitatadas – Envio Gratuito”. Un problema tecnico? Mah, se fosse un peccato di gioventù sarebbe un po’ anomalo per un’attività di famiglia che dichiara di essere sul mercato da tempo. Intanto prendiamo nota e proseguiamo, cliccando sul link che porta a domenicamilano.com. Il sito web ha caratteristiche standard, d’altronde utilizzando una piattaforma come Shopify è abbastanza semplice realizzare in poco tempo e con poche risorse un negozio online. I capi in vendita sono gli stessi che si possono trovare – a prezzi anche migliori – su un numero imprecisato di siti di e-commerce. Provate a vedere questa giacca venduta ad Eur 79,99:

I contatti offerti sono un indirizzo e-mail e un numero telefonico “poco milanese”, visto il prefisso internazionale francese +33. L’iscrizione alla newsletter (con promessa di uno sconto del 10%) viene confermata da un messaggio e-mail che riporta il codice sconto da utilizzare per il primo acquisto. Però, come già osservato in altri casi, sul sito web manca l’indicazione di informazioni obbligatorie per una attività commerciale che opera sul mercato italiano, i termini di utilizzo sono molto generici e approssimativi, così come è abbastanza vaga (e priva di riferimenti di legge) l’informativa sulla riservatezza. La cosiddetta azienda di famiglia fa parte di un gruppo con sede a Hong Kong, indicato nella pagina relativa ai termini di utilizzo:

Gli stessi di altri negozi online (molto simili a domenicamilano.com) come madiolisboa.com, annabcnboutique.com, nicoleberlin.de, angelikabutik.com e molti altri, tutti molto simili tra loro, che troverete con una semplice ricerca. Indubbiamente una grande famiglia!

Dulcis in fundo: un post sponsorizzato pubblicato su Facebook è stato commentato da alcuni utenti che hanno dato feedback negativi sugli acquisti effettuati (e non ricevuti), molto simili alle testimonianze scritte a commento di altri post della pagina Domenica Milano.

 
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Pubblicato da su 3 Novembre 2023 in news

 

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