Dicembre, tempo di bilanci e di classifiche. Questi sono i risultati – provvisori – dei termini più ricercati dagli utenti italiani nel 2014.
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Da marzo 2015 sarà possibile utilizzate il Bancomat per effettuare pagamenti online per operazioni di e-commerce. Appena letta la notizia ho immaginato che per la transazione fosse necessario inserire la tessera in un lettore di smart card e digitarne il PIN, ma proseguendo la lettura ho scoperto che andrà in un altro modo:
“Non ci sarà bisogno di inserire il numero identificativo della carta o dei codici di sicurezza on line. Una volta attivata in banca la funzione web sulla propria carta, non sarà necessario digitare il proprio pin ma al momento dell’acquisto si verrà reindirizzati al sito delle propria banca. Dopo le verifiche scatterà il via libera all’acquisto”
Quindi è una forma di Internet banking limitato ad operazioni di pagamento veicolate dalla piattaforma PagoBancomat.
Da alcuni giorni una catena sta veicolando una bufala da un utente all’altro di Facebook, che parte dal presupposto che il social network avrebbe scelto di includere un software che permette il furto di informazioni personali.
L’unica cosa che sta accadendo in questo periodo è che Facebook sta informando i propri utenti in merito alle nuove politiche sulla privacy che entreranno in vigore da gennaio 2015. Si tratta di nuove modalità che l’utente deve conoscere per gestire in modo consapevole i contenuti che condivide. In merito al trattamento dei dati personali, non è previsto nulla di nuovo.
Per cui niente di ciò che viene riportato nel testo di quella “catena si sant’Antonio” ha senso: non ha senso citare leggi non pertinenti, come il Codice Unico di Commercio che vale per gli USA o lo Statuto di Roma, e nemmeno parlare di un software che permette il furto di dati personali. E’ vero che Facebook ha carta bianca nel gestire dati, testi e foto, ma solo se questo materiale è stato condiviso dall’utente in modalità “pubblica”, altrimenti seguirà le medesime restrizioni impostate dall’utente stesso, al quale Facebook non toglie affatto la proprietà intellettuale di tutto ciò che pubblica. L’utente, di tale materiale, concede al social network “una licenza non esclusiva, trasferibile, subappaltabile, royalty-free e valida in tutto il mondo su qualsiasi proprietà intellettuale che venga postata su Facebook o in siti collegati a Facebook”.
E’ altrettanto vero che Facebook, all’atto dell’iscrizione, chiede l’adesione alle proprie condizioni di utilizzo, adesione che equivale alla sottoscrizione di un contratto. Quindi, anche qualora il social network apportasse una variazione unilaterale a tali condizioni, un utente che non accettasse le nuove regole potrebbe sempre rescindere il contratto a cui ha aderito. Esattamente come si fa con le compagnie telefoniche o altre società di servizi, che farebbero carta straccia di qualunque nostra comunicazione – successiva alla firma del contratto – con cui dovessimo manifestare disaccordo nei confronti delle nuove condizioni contrattuali, ma continuando ad utilizzare il servizio.
Di conseguenza, pubblicare una diffida come quella che circola in questi giorni non ha alcuna efficacia. Chi non desidera che testi, foto o video diventino di dominio pubblico deve solamente tenerli per se’, o pubblicarli con le opportune restrizioni previste e rispettate da Facebook.
Basta fare un po’ di attenzione alle informazioni che si diffondono…

In tarda mattinata il sito Repubblica.it ha subito un attacco hacker dal Syrian Electronic Army, un gruppo di hacker che sostiene il presidente siriano Bashar al-Assad.
Ve lo segnalo perché potreste non esservene accorti, visto quanto la pubblicità è diventata invadente…
Le ipotesi che ho maturato sulla continua contaminazione di notizie non pertinenti nelle categorie di Google News sono due:
In questo articolo di Repubblica ho letto una cosa che mi ha fatto alzare il sopracciglio:
Al contatto Xxxxxxx eravamo arrivati solo mandando a Londra il Blackberry della vittima, dove una ditta specializzata estrasse il microchip, sbloccò le password col laser ed estrasse i messaggi delle chat. Si aprì un mondo.
Manca un dettaglio: come fu estratto il microchip?
A parte le divagazioni, da come l’articolo è stato scritto sembra che la spiegazione sia stata testualmente riportata dalle parole dell’investigatore, che a sua volta potrebbe averla ricevuta in quei termini dalla società specializzata in queste operazioni con sede a Londra. Ma spero che si capisca che, indipendentemente dalla fonte, ritengo che la spiegazione del laser sia una tavanata galattica.
Un paio di settimane fa ho parlato di alcuni aspetti legati alla campagna Un libro è un libro mirata a chiedere l’equiparazione dell’IVA sugli e-book (oggi al 22%, mentre sui libri cartacei si applica l’aliquota del 4%). Il differente trattamento tributario è dato dal presupposto che l’e-book è formalmente considerato come un servizio digitale concesso con licenza d’uso, quindi l’acquirente non ne acquista la proprietà. In questi giorni il ministro dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini ha annunciato la presentazione di un emendamento all’articolo 17 della legge di stabilità 2015, con lo stesso obiettivo della campagna:
L’emendamento – che prevede “di considerare libri tutte le pubblicazioni identificate da codice ISBN e veicolate attraverso qualsiasi supporto fisico o tramite mezzi di comunicazione elettronica” – va nella direzione giusta e segue un analogo provvedimento adottato in Francia, ma è una posizione coraggiosa da sostenere.
Come spiegavo giorni fa, il concetto di e-book come servizio digitale (e non bene acquistabile come invece è la pubblicazione cartacea), con tutte le conseguenze tributarie che ne derivano, è una definizione dell’Unione Europea ed è dunque a quel livello che va aperta e condotta una trattativa.
Andare contro questa disposizione significa rischiare di subire una procedura di infrazione (che porterebbe ad invalidare il provvedimento), ma il governo ne è ben consapevole: la scorsa primavera, nel decreto legge per la promozione della Cultura e del Turismo, era stato già previsto un precedente tentativo di abbassamento dell’IVA sugli e-book, che non fu approvato proprio in quanto contrario alle norme dell’Unione Europea.
Da allora nulla è cambiato su questo fronte, nemmeno la conseguenza di un minor gettito di IVA, quindi non ho modo di capire quali siano le aspettative reali del ministro e del governo in merito a questa nuova iniziativa. Nella speranza non si tratti di un refresh di facciata, spero possa essere il primo passo verso un risultato concreto.
Ceduto a Microsoft il business degli smartphone, la cara vecchia Nokia torna a sfoggiare il suo marchio per farci sapere che rimane sul mercato per quanto riguarda i tablet e presenta il nuovo modello N1 dotato di sistema operativo Android (in versione 5.0 Lollipop con interfaccia Nokia Z Launcher).
Non strabilianti, ma interessanti, le caratteristiche principali: monoscocca in alluminio, display da 7.9 pollici, spessore di 6,9 mm, un processore quad-core Intel Atom 2.4 Ghz, due fotocamere (posteriore da 8 Megapixel, anteriore da 5 Megapixel), Ram da 2 GB, memoria interna da 32 GB, porta simmetrica USB 2.0 Type-C e altoparlanti stereo da 0,5 watt. Il debutto sul mercato è previsto in Cina per il primo trimestre 2015 e verrà realizzato – spiega l’azienda – da un partner che si occuperà di produzione, distribuzione e commercializzazione. Il partner è Foxconn, che produce componenti e dispositivi elettronici per la maggior parte delle grandi aziende che operano nel mondo dell’elettronica.
La roboante notizia che WhatsApp potrebbe rendere facoltativa la conferma di lettura introdotta solo pochi giorni fa (con buona pace degli pseudo-paladini della privacy) pare sia una notevole esclusiva del sito tedesco Softonic.de (sì, quello che distribuisce software con downloader che cercano di appiopparti anche una marea di toolbar e fuffe di varia natura insieme ad altri software non richiesti e opinabilmente proposti).
Il sospetto divenne certezza e venne il giorno in cui il marchio Nokia sparì dagli smartphone: due anni dopo l’acquisto della divisione mobile dell’azienda finlandese, Microsoft ha deciso di apporre solo il proprio brand sui nuovi apparecchi della gamma Lumia, a partire dal modello 535.
I Lumia sono qualcosa di diverso dai Nokia di un tempo, che venivano considerati i Cellulari per antomomasia. Quell’epoca è finita da anni e ora la sparizione del brand Nokia dal mercato è solo l’ultimo atto formale.
Una prece.
Fine dei dubbi e degli equivoci nelle chat di WhatsApp: ora è attiva la conferma di lettura, colorata di azzurro. Ecco come appaiono da oggi i check (i segni di spunta) all’interno delle conversazioni, con il loro significato:
La novità riguarda anche le conversazioni di gruppo, in cui fino a ieri compariva solamente il check singolo: da oggi, il doppio check compare quando un messaggio ha raggiunto tutti i partecipanti, e diventa azzurra solamente quando tutti i partecipanti lo hanno letto.
Tenendo premuto il dito su un messaggio inviato e selezionando l’icona (i) è possibile avere i dettagli su invio e consegna (con l’orario in cui il messaggio è comparso sul destinatario).
P.S.: No, per ora non si può disattivare.
P.P.S: Sì, certo, se si ha UNA conversazione in corso è possibile leggere il messaggio nell’anteprima senza dare conferma di lettura, che verrà data solo aprendo effettivamente l’app. Ma quando si ricevono più messaggi in conversazioni diverse, non c’è anteprima. Al messimo potete disattivare la connessione dati dello smartphone prima di leggere il messaggio, se proprio non volete comunicare al vostro interlocutore l’orario di lettura. Ma prima o poi vi dimenticherete di adottare questo accorgimento, e vi accorgerete che appena il dispositivo torna online, la conferma parte comunque.
P.P.P.S: Mi è stato segnalato che è bene ricordare come il competitor Telegram abbia già da tempo la conferma di lettura. In effetti i suoi check hanno una finalità diversa: il primo significa “inviato al cloud Telegram con notifica al destinatario” (se consente le notifiche), mentre il secondo è “messaggio letto” (ossia il destinatario ha aperto Telegram e ha aperto anche la conversazione che contiene il messaggio). Manca un “recapitato al dispositivo del destinatario” (che in WhatsApp è il doppio check grigio). Il perché è presto spiegato: contrariamente a WhatsApp, Telegram può essere utilizzato dallo stesso utente su vari dispositivi, quindi una notifica di recapito non darebbe al mittente un’informazione significativa.
![ebookBook[1]](https://blog.dariobonacina.net/wp-content/uploads/2014/11/ebookbook1.jpg?w=645&h=484)
Nei giorni scorsi ha preso il via sul web la campagna Un libro è un libro dell’AIE (Associazione Italiana Editori) con l’obiettivo di chiedere l’equiparazione dell’IVA sugli e-book che oggi è al 22%, mentre sui libri cartacei si applica l’aliquota del 4%.
La discriminazione dei libri digitali si riflette sullo sviluppo culturale del nostro Paese:
l’IVA di un libro di carta è il 4%, quella di un ebook è il 22%. Secondo i protagonisti della nostra Gallery l’ebook è un libro e merita lo stesso trattamento. Se anche tu la pensi così, unisciti a noi.
Al netto della preferenza che ognuno di noi può esprimere verso il fascino del libro da sfogliare con l’indice o verso l’e-book nella sua innovatività, nella percezione dell’utente l’unica differenza editoriale tra libro tradizionale ed e-book è il supporto, cartaceo (materiale) o elettronico (immateriale). Quindi, in base a questo presupposto, il principio di eliminare la discriminazione fiscale tra supporti – dal momento che la sostanza è la medesima – è legittimo che sia ampiamente condiviso, perché non avrebbe proprio senso di esistere. Esiste però un problema, per così dire, di forma: a livello formale l’e-book non è un articolo che si acquista.
Dicendo a livello formale parlo di un aspetto oggettivo e non di un concetto interpretabile. “Acquistare un e-book” significa in realtà ottenere una licenza per leggerlo. Non si acquista un libro, ma un diritto, tra l’altro anche piuttosto limitato: l’utente non ha infatti alcun diritto di proprietà sull’e-book, bensì il diritto ad utilizzarlo a vita, senza però poterlo cedere o prestare. E, a dire il vero, anche quel “a vita” è improprio, perché non corrisponde alla vita dell’utente, ma alla vita dell’account.
Un esempio molto chiaro è reperibile su Amazon, nelle Condizioni d’uso Amazon Kindle Store:
Con il download del Contenuto Kindle e con il pagamento dei relativi corrispettivi (comprese le tasse applicabili), il Fornitore di Contenuti ti concede il diritto non esclusivo di vedere, usare e visualizzare tale Contenuto Kindle per un illimitato numero di volte, esclusivamente sul dispositivo Kindle o sull’Applicazione di Lettura, oppure con le diverse modalità previste per il tipo di Servizio, unicamente sul numero di dispositivi Kindle o di Dispositivi Supportati specificati nel Kindle Store ed esclusivamente per tuo uso personale e non commerciale. Il Contenuto Kindle ti viene concesso in licenza d’uso e non è venduto dal Fornitore di Contenuti.
Le condizioni definite da altri rivenditori non sono diverse. I concetti chiave sono in questi termini: servizio e licenza d’uso. Quindi l’applicazione di un’aliquota IVA più alta per gli e-book è indubbiamente un elemento eclatante di differenza dai libri cartacei, ma è solo la punta dell’iceberg, poiché si tratta di una delle conseguenze di una discriminazione definita a livello formale che per l’utente comporta, oltre ad un esborso superiore, anche l’impossibilità di esercitare quei diritti che derivano dal possesso di un libro cartaceo (proprietà, possibilità di cessione, prestito, successione…).
Il sito web che promuove la campagna in realtà si focalizza solo sull’aspetto fiscale, ma la ratio dell’iniziativa si fonda sul presupposto che l’e-book viene considerato come un servizio digitale. Un altro aspetto, inoltre, merita una precisazione: la frase “La discriminazione dei libri digitali si riflette sullo sviluppo culturale del nostro Paese” potrebbe indurre a credere che la discriminazione (non solo) fiscale sugli e-book sia un’anomalia italiana, ma in realtà il problema si pone nei confronti dell’Unione Europea.
Perciò non è pensabile un intervento solamente fiscale e solamente italiano, ma sarebbe auspicabile una ridefinizione complessiva dell’e-book a livello europeo, con il passaggio di stato da servizio a bene e tutte le conseguenze che potrebbero derivarne. La più diretta: un’imposizione ridotta porterebbe ad un prezzo finale inferiore, che gli editori potrebbero (anzi dovrebbero, condividendo quanto ha osservato in proposito Luca Rota) rendere ancor più attraente per il pubblico, contribuendo a fare da volano per volumi di vendita superiori e alla crescita del mercato.
Molti più e-book venduti naturalmente potrebbero anche significare maggiori entrate per lo Stato a livello di IVA: meglio vendere moltissimi e-book con IVA al 4% o pochissimi con IVA al 22%? 😉
Non mi stupisco più dei messaggi mail truffaldini di phishing che arrivano, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di tentativi improbabili e affatto credibili, c’è sempre qualcuno che ci casca (probabilità data dall’alto numero di destinatari dei messaggi inviati).
Certo, quando il mittente coincide con il destinatario, qualche sospetto dovrebbe venire in ogni caso. Ma anche avendo fiuto per capire immediatamente che certi messaggi sono pura fuffa come quello riportato sopra, non è impensabile che qualcuno caschi comunque nel tranello, perché a ben vedere le trappole qui sono tre:
”Molti pensano che i nostri più grandi concorrenti siano Yahoo! o Bing. Ma il nostro più grande rivale nel settore dei motori di ricerca è effettivamente Amazon”
È quanto ha dichiarato Eric Schmidt – presidente di Googke – in occasione di un evento dedicato alle startup a Berlino.
Considerando che i due gruppi si sfidano anche nella logistica, la contrapposizione non potrà che ampliarsi…