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WhatSim, la SIM dedicata a WhatsApp (e nient’altro). Per me è BOH!

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La notizia del lancio di WhatSim, SIM espressamente dedicata ai servizi WhatsApp, stuzzica sicuramente la curiosità di molti utenti più della recente apparizione della versione web di WhatsApp, che funziona solo con il browser Chrome.

In breve, e al netto di ogni altra opportuna considerazione già espressa in merito alla piattaforma WhatsApp: si tratta di una vera e propria utenza di telefonia mobile senza vincoli di utilizzo per quanto riguarda le reti delle compagnie telefoniche, ne’ in Italia, ne’ all’estero. Introducendo questa SIM in uno smartphone o tablet, l’utente potrà sfruttare WhatsApp senza essere vincolato alla copertura offerta dalla rete del proprio gestore o da una rete WiFi. Ovunque si trovi, l’apparecchio aggancerà in roaming la propria connessione dati alla rete mobile che troverà disponibile. Esattamente come avviene con le SIM del gestore Zeromobile, di cui WhatSim è figlio, dato che il servizio viene erogato sempre dalla Zeromobile srl. La SIM avrà un proprio numero telefonico europeo, non utilizzabile per altri servizi telefonici.

Questo plus, che potrebbe essere molto gradito a chi utilizza WhatsApp, a mio parere non compensa comunque i limiti di questo servizio, pur presentato come un abbattimento di vincoli. Alcuni sono evidenti, altri un po’ meno, altri ancora potrebbero essere probabilmente indicati come caratteristiche peculiari. Ma si tratta comunque di aspetti importanti, che un utente deve (ri)conoscere per capire se il servizio risponde davvero alle sue esigenze.

Partirò dalla presentazione web del servizio, da una frase che dice tutto e niente, ma che soprattutto è ingannevole:

È la prima Sim al mondo che ti fa chattare gratis e senza limiti con WhatsApp. In ogni angolo del pianeta.

Gratis significa senza sostenere costi di alcun tipo. Senza limiti significa tante cose, ma in questo caso un utente potrebbe pensare di poter sfruttare WhatsApp quanto e come vuole.

WhatSimNemmeno WhatsApp può essere definito un servizio gratuito, nonostante sia irrisorio un canone annuo di 0,89 euro. Naturalmente non lo è nemmeno WhatSim, dal momento che richiede la ricarica di un canone annuo di 10 euro, corrispondente a 2mila crediti. E non include il canone annuo di 0,89 euro, da pagare a WhatsApp (chiarimento datomi dallo staff WhatSim, riscontrabile nella chat riprodotta qui a destra).

Ma non è tutto: esiste un tariffario, suddiviso in zone di roaming (l’Italia è nel novero dei Paesi compresi nella “zona 1”), che evidenzia come ogni tipologia di messaggio multimediale inviato (foto, video, messaggi vocali) vada ad erodere il monte crediti disponibile, in misura diversa in funzione della zona in cui si trova l’utente di WhatSim.

Nel sito del servizio si legge un esempio:

Puoi ricaricare nella sezione Ricarica un importo minimo di 5 € (1000 Crediti) e un importo massimo di 50 € (10.000 Crediti).
I Video ed i Messaggi Vocali sono tariffati per una lunghezza standard di 10 secondi. Se hanno una lunghezza superiore sono tariffati a multipli di 10 secondi.
Esempio: con una ricarica di 5 € ottieni 1.000 Crediti con i quali in zona 1 puoi scambiare 50 Foto o 10 Video, oppure 200 Messaggi Vocali.

Nell’ambito di una chat è ormai normale scambiarsi messaggi di ogni tipo, di solo testo o multimediali, e l’utente di WhatsApp generalmente spedisce dal proprio smartphone o tablet messaggi testuali, foto, video e messaggi vocali, al costo richiesto da WhatsApp (89 centesimi all’anno), più quanto richiesto per la connessione (da rete mobile o WiFi), che consente di usufruire di tutti gli altri servizi Internet che conosciamo (web, e-mail, ma anche streaming e download di musica, video e altri contenuti multimediali, senza dimenticare la possibilità di scaricare e utilizzare app per utilizzare servizi che, a loro volta, si appoggiano a Internet, inclusi navigatori satellitari avanzati, giochi, social network e quant’altro è divenuto di abituale utilizzo).

L’apparecchio – smartphone o tablet – dotato di WhatSim, in assenza di segnale WiFi, ignora completamente tutti i servizi Internet sopra indicati (perché gli sono inibiti) e sfrutta la propria connessione per concentrarsi unicamente sul mondo WhatsApp, e le Faq lo dicono esplicitamente:

  • Posso usare altre applicazioni oltre a WhatsApp? No, con WhatSim funziona solo WhatsApp.

  • E posso telefonare, inviare sms o navigare su internet? No, con WhatSim puoi solo chattare con WhatsApp.

Soprattutto, WhatSim è una SIM che non permette in alcun modo di telefonare, esattamente come una SIM legata ad un piano solo dati, ma con il limite di non consentire altro tipo di interazione che non sia una chat di WhatsApp.

Conseguenza: utilizzare WhatSim equivale a trasformare uno smartphone o tablet in un WhatsApp Device, un dispositivo dedicato univocamente a WhatsApp, che costringe l’utente a spendere di più per utilizzare un servizio di chat. Per tutto il resto serve un altro smartphone o tablet. Oppure una rete WiFi. Però il WiFi libero non esiste ovunque. E nemmeno il WiFi non-libero è garantito che esista. WhatSim si prefigge appunto l’obiettivo di colmare questa lacuna di connettività, ma unicamente per l’uso di WhatsApp.

In base alle proprie esigenze, ogni utente sarà in grado di valutare l’opportunità di avvalersi del servizio. Dal mio punto di vista, forse è utile per dare ai propri figli un servizio di comunicazione di base, con dei limiti strutturali.

 

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2015 in cellulari & smartphone, news, tablet

 

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Edicola Italiana, per molti ma non per tutti

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Definita chiosco della stampa digitale (ma anche chiosco digitale della stampa non sarebbe male), Edicola Italiana apre i battenti e si presenta come un servizio online dove è possibile acquistare quotidiani e riviste (e anche con abbonamento) attraverso smartphone, tablet e PC. Un’edicola digitale nata dalla collaborazione di vari editori – riuniti sotto il cappello del Consorzio Edicola Italiana – con l’azienda Premium Store.

Le testate disponibili (tra quotidiani e periodici) sono oltre 60. L’utente può provare il servizio per una settimana, leggendo il proprio quotidiano gratuitamente, e accedendo a mensili e settimanali attraverso abbonamenti All you can eat.

Non ho la possibilità di fare un test completo, ma – stando a quanto descritto – trovo molto interessante poter disporre dell’edizione digitale integrale di un giornale. Dalla lettura delle Faq, tuttavia, mi pare di capire che – nel Paese che vanta più smartphone che cittadini – la fruibilità sia un po’ limitata:

Su quali dispositivi è possibile leggere i contenuti di Edicola Italiana? 

I contenuti sono disponibili tramite pc, tablet Android e IPad.

 

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2015 in news

 

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Il Pirata della Sera

CopiaIncolla

Cito testualmente dal blog Dalla parte di Asso, di Roberto Recchioni:

Punto per punto quello che è successo.

– Una manica di estremisti fa una strage nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo.

– Molti autori di fumetti, satiristi e simili, scossi dall’accaduto, decidono di rispondere al massacro per satira, con la satira stessa. Sul web è tutto un fiorire di vignette e illustrazioni, postate liberamente e spontaneamente sui proprio spazi web: blog, Tumblr, Facebook, Instagram e via dicendo.

– Il Corriere della Sera decide di realizzare un volume a scopo benefico per le vittime della strage di Parigi.

– Per realizzare questo volume, che è arrivato in edicola oggi, quelli del Corriere pescano le vignette dal web e le impaginano alla bene e meglio. Con immagini a bassa definizione.

– Non chiedono alcuna autorizzazione agli autori.

Il fine giustifica i mezzi? Lo scopo benefico è lodevole, ma agli occhi di moltissime persone (vignettisti in primis) il modus operandi seguito per questa iniziativa editoriale non presenta molte differenze con la pirateria intesa come violazione del diritto d’autore.

Perché non contattare gli autori? Paura che rispondessero di no? “Chiedimelo. Magari ti dico di sì” scrive Leo Ortolani, sintetizzando come sarebbero potuto andare le cose volendo usare un briciolo di educazione.

Il Corriere, in calce all’articolo che illustra l’iniziativa, ha aggiunto una spiegazione:

Post Scriptum (dopo le polemiche): Il ricavato di questa operazione, è bene ribadirlo, sarà devoluto interamente a favore delle vittime della strage e del giornale Charlie Hebdo. Aspettare di avere l’assenso formale di tutti gli autori, a nostro giudizio, avrebbe rallentato in maniera sensibile l’operazione. Comunque sul libro, in quarta pagina, c’è scritto con chiarezza che «l’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire».

Quindi per non rallentare l’operazione non hanno aspettato l’assenso formale di tutti gli autori, perché non sono riusciti a reperirli tutti. Tre domande sorgono spontanee:

  1. ma nel 2015, durante l’operazione di copia & incolla (in bassa risoluzione) di una vignetta, è così difficile riuscire a reperirne via mail, via social network o via telefono?
  2. possibile che una delle più importanti testate italiane abbia preferito proseguire nell’operazione senza considerare che avrebbe sollevato un polverone foriero di pubblicità negativa?
  3. ma sul libro, da qualche parte, c’è scritto © RIPRODUZIONE RISERVATA ?
 
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Pubblicato da su 15 gennaio 2015 in news

 

Nòverca, fine

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Nòverca cede i suoi utenti a TIM e chiude la sua attività di MVNO (operatore mobile virtuale).

Nonostante il comunicato stampa sia stato scritto con toni neutri, la sostanza dei fatti è chiara: Nòverca esce dal mercato della telefonia mobile.

Il comunicato in realtà è imperniato su un accordo di natura puramente commerciale: se l’utente passerà a TIM con il proprio numero, potrà conservare la tariffa attuale (ma non si sa fino a quando), mentre Nòverca riceverà a sua volta un corrispettivo (una piccola liquidazione) per tutti gli utenti che passeranno a TIM.

Questo aspetto permette a tutti di capire che gli utenti Nòverca non sono costretti a passare a TIM, in questa ipotesi esistono solo condizioni prefissate.

Come è noto ormai da tempo, il mercato della telefonia mobile in Italia offre ai carrier virtuali solo un’illusione di poter partecipare al business delle comunicazioni. Nòverca, in ordine di tempo, è solo l’ultimo operatore a chiudere e le condizioni del mercato sono tali da rendere la vita difficile a chi non ha una propria rete ed è costretto ad appoggiarsi tecnicamente ad altri.

Come ricorda anche Marco in questo articolo su The New Blog Times che spiega bene la situazione, si dormono sonni più tranquilli affidandosi ad un gestore reale, dotato di propria rete, da scegliere in funzione delle proprie esigenze tecniche (copertura, qualità dei servizi e assistenza ai clienti) ed economiche (convenienza tariffaria).

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2015 in news

 

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Strumentalizzare per esistere

CharlieHebdo

Naturalmente, anche a livello internazionale, molte testate giornalistiche parlano del sanguinario attacco alla sede di Charlie Hebdo mostrando su prime pagine e homepage le immagini dell’uccisione dell’agente di polizia. Immagini di impatto sul lettore, utilizzate per fare leva sulla sua emotività e catturarne l’attenzione in modo più efficace.

Peccato, perché le alternative erano e sono moltissime. Anziché cedere alla strumentalizzazione mascherata da diritto di cronaca, ad esempio, sarebbe stato sufficiente attingere alle copertine della rivista e dare a molti lettori – soprattutto a coloro che da ieri ne leggono e parlano senza nemmeno capire cosa sia realmente accaduto – l’occasione di iniziare a conoscere e capire meglio l’entità della vicenda. Dico “iniziare a capire”, perché al momento la verità su cosa abbia spinto quelle persone a causare una simile tragedia è intuibile, ma non è affatto stabilita.

Naturalmente quella del sensazionalismo è solo la forma più immediata di strumentalizzazione di questa vicenda, a cui si agganciano e agganceranno altre categorie, con argomentazioni più subdole e altri fini.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2015 in media

 

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E-book: il buon anno (non) si vede dal listino

Contrariamente a quanto avvenuto in precedenza, in merito all’IVA sui libri elettronici  l’Italia ha proseguito la propria strada a testa bassa e, dall’inizio del 2015, ha stabilito per gli e-book il passaggio dall’aliquota del 22% al 4%, la medesima applicata ai libri stampati su carta.

tweet ebook franceschini“Bene, ottima notizia”, verrebbe da pensare. La notizia è ottima davvero, ma lo è solo – letteralmente – sulla carta. In virtù della variazione nel regime fiscale applicato, dal 2014 al 2015 sarebbe stato lecito attendersi una diminuzione dei prezzi degli e-book. Tuttavia, come evidenzia un’inchiesta pubblicata su DDay.it, le cose sono andate diversamente:

Banalmente, ci siamo premurati di “catturare” i prezzi degli ebook in un giorno di fine novembre dai principali store online e li abbiamo confrontati con quelli praticati nel 2015: tutto clamorosamente immutato, i prezzi finali sono quasi sempre gli stessi, con qualche aumento e poche limitate riduzioni.

La spiegazione è semplice: fino al 31/12/2014, un e-book che veniva venduto al prezzo finale di 10 euro, aveva evidentemente un prezzo al pubblico formato da circa 8,20 euro + IVA pari ad 1,80 euro (il 22% di 8,20). Il prezzo dello stesso e-book nel 2015 sarebbe dovuto diventare pari a 8,52 euro, non certo rimanere di 10 euro. L’indagine citata evidenzia invece, nella maggioranza delle rilevazioni, prezzi invariati o addirittura aumentati e in questo caso il surplus ingiustificato va ovviamente nelle tasche di chi vende.

Credo che il ministero dei beni culturali, promotore formale della riduzione, abbia modo di favorire un’operazione di sorveglianza sul rispetto della norma.

 
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Pubblicato da su 5 gennaio 2015 in e-book & e-reader

 

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La fine della Posta Certificata del Governo (che non è la PEC)

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Avrà inizio domani la sospensione progressiva del servizio di PostaCertificat@, servizio varato nel 2010 per dare ai cittadini uno strumento di comunicazione certificato per la corrispondenza con la Pubblica Amministrazione.

Come ho spiegato quattro anni fa si trattava già di uno strumento limitato fin dalla sua istituzione, in quanto pensato per far comunicare i cittadini con la PA e non utilizzabile per la corrispondenza destinata ad altri soggetti privati. Di conseguenza, nonostante la sua presentazione inducesse in errore, questa PostaCertificat@ non è mai stata assimilabile alla PEC (ossia la vera Posta Elettronica Certificata che invece conferisce ad un messaggio di posta elettronica il medesimo valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento).

La sospensione progressiva – in realtà una cessazione programmata – viene così motivata e dettagliata nell’apposita pagina del sito dedicato al servizio:

Si avvisa la gentile utenza che il servizio di Postacertificat@ (CEC-PAC), dedicato esclusivamente alle comunicazioni tra cittadini e pubblica amministrazione, sarà progressivamente sospeso per far convergere tutte le comunicazioni di posta certificata su sistemi di PEC standard, abitualmente utilizzati nelle comunicazioni tra cittadini, professionisti e imprese.

La sospensione del servizio osserverà la seguente tempistica:

    1. dal 18 dicembre 2014 non saranno più rilasciate nuove caselle CEC-PAC a cittadini e pubbliche amministrazioni, ivi incluse le caselle per le quali la richiesta di attivazione online è stata presentata in data antecedente, ma per le quali non si è ancora proceduto all’attivazione presso gli uffici postali;
    2. dal 18 marzo 2015 al 17 luglio 2015 le caselle saranno mantenute attive solo in modalità di ricezione e sarà consentito agli utenti l’accesso alle stesse solo ai fini della consultazione e del salvataggio dei messaggi ricevuti;
    3. dal 18 luglio 2015 le caselle non saranno più abilitate alla ricezione di messaggi e l’accesso alle stesse sarà consentito, sino al 17 settembre 2015, solo ai fini della consultazione e del salvataggio dei messaggi ricevuti; dal 18 settembre sarà definitivamente inibito l’accesso alla propria casella;
    4. dal 18 settembre 2015 al 17 marzo 2018, sarà garantita agli utenti del servizio CEC-PAC la possibilità di richiedere l’accesso ai log dei propri messaggi di posta elettronica certificata.

Dal 18 marzo 2015, tutti gli utenti CEC-PAC potranno richiedere una casella PEC, gratuita per un anno, inviando un’e-mail all’indirizzo richiestapec@agid.gov.it.

Soprassediamo sulla possibilità – da marzo 2015 – di richiedere una casella PEC gratuita solo per il primo anno (e sulle ancora ignote condizioni economiche a cui sarà offerto il servizio negli anni a seguire). L’obiettivo dichiarato è dunque quello di “far convergere tutte le comunicazioni di posta certificata su sistemi di PEC standard, abitualmente utilizzati nelle comunicazioni tra cittadini, professionisti e imprese”. Leggendo questa frase tra le righe si trova l’implicita conferma istituzionale che nel 2010 è stato messo a disposizione dei cittadini un servizio non conforme alla PEC standard (la cui disciplina normativa è principalmente contenuta nel D.P.R. 11 febbraio 2005 n. 68 e nel “Codice dell’Amministrazione Digitale”, ossia il decreto legislativo 7 marzo 2005 n. 82).

Come indicato nel sito web, il servizio era svolto in concessione da Poste Italiane, Telecom Italia e Postecom Spa. Ignoro i motivi per cui il Governo abbia fatto realizzare e concedere a queste tre aziende un servizio “a tempo determinato”, in quanto non idoneo a soddisfare tutti i requisiti richiesti dalla disciplina che regola la PEC e destinato alla cessazione dopo cinque anni dall’entrata in servizio. Ma indubbiamente la sua realizzazione ha comportato un cospicuo investimento di denaro pubblico che è andato a finire in un progetto limitato (e oggi morituro). Sarebbe stato più opportuno e lungimirante orientare fin da subito verso un servizio di PEC, che è l’obiettivo a cui si punta solo ora. Purtroppo.

AGGIORNAMENTO: una nota pubblicata oggi dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) contiene un’amara, sincera constatazione del fallimento del servizio, che ne chiarifica il vero motivo della chiusura, dando un’ulteriore conferma della sua inadeguatezza congenita e prospettando un parziale recupero dell’investimento di cui parlavo:

Il servizio CEC-PAC non è riuscito a decollare in questi anni: l’82% delle caselle attive non ha mai inviato messaggi. Una delle ragioni dello scarso utilizzo puó essere associata alla sovrapposzione con la PEC.

Con la progressiva sospensione di CEC-PAC vengono recuperati quasi 19 milioni di euro da investire in altri servizi ai cittadini e imprese, come delineato nell’ultimo documento “Crescita digitale”.

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Pubblicato da su 17 dicembre 2014 in news

 

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E-book, IVA al 4% e Italia in infrazione

La nuova puntata sul tema IVA applicata agli e-book vede l’Italia decisa ad applicare l’aliquota del 4% (come per i libri cartacei), e il conseguente rischio di apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea che – come spiegato nelle puntate precedenti – concepisce (ostinatamente) l’e-book non come un bene, ma come un servizio, e pertanto dal punto di vista formale e fiscale va trattato come un software. Qui la posizione espressa in merito dal ministro Dario Franceschini:

Si tratta sostanzialmente di una obiezione di coscienza, in cui il nostro Paese si presenta allineato a Francia e Lussemburgo (mentre almeno una decina di Stati UE ritengono che la tassazione degli e-book debba essere differente da quella dei libri) e ha scelto di farlo in un momento alquanto significativo: dal gennaio 2015, al fine di arginare la concorrenza fiscale tra i mercati nazionali, per tutti i Paesi UE si completerà l’entrata in vigore il Sistema comune di imposta sul valore aggiunto.

 

 
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Pubblicato da su 11 dicembre 2014 in news

 

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Dimmi cosa cerchi e ti dirò chi sei

ClassificheSearch2014

Dicembre, tempo di bilanci e di classifiche. Questi sono i risultati – provvisori – dei termini più ricercati dagli utenti italiani nel 2014.

 

 

 

 
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Pubblicato da su 5 dicembre 2014 in curiosità, news

 

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Bancomat, ok ai pagamenti online da marzo 2015

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Da marzo 2015 sarà possibile utilizzate il Bancomat per effettuare pagamenti online per operazioni di e-commerce. Appena letta la notizia ho immaginato che per la transazione fosse necessario inserire la tessera in un lettore di smart card e digitarne il PIN, ma proseguendo la lettura ho scoperto che andrà in un altro modo:

“Non ci sarà bisogno di inserire il numero identificativo della carta o dei codici di sicurezza on line. Una volta attivata in banca la funzione web sulla propria carta, non sarà necessario digitare il proprio pin ma al momento dell’acquisto si verrà reindirizzati al sito delle propria banca. Dopo le verifiche scatterà il via libera all’acquisto”

Quindi è una forma di Internet banking limitato ad operazioni di pagamento veicolate dalla piattaforma PagoBancomat.

 
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Pubblicato da su 1 dicembre 2014 in News da Internet

 

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Facebook, nessuna bufala difenderà la vostra privacy

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Da alcuni giorni una catena sta veicolando una bufala da un utente all’altro di Facebook, che parte dal presupposto che il social network avrebbe scelto di includere un software che permette il furto di informazioni personali.

L’unica cosa che sta accadendo in questo periodo è che Facebook sta informando i propri utenti in merito alle nuove politiche sulla privacy che entreranno in vigore da gennaio 2015. Si tratta di nuove modalità che l’utente deve conoscere per gestire in modo consapevole i contenuti che condivide. In merito al trattamento dei dati personali, non è previsto nulla di nuovo.

Per cui niente di ciò che viene riportato nel testo di quella “catena si sant’Antonio” ha senso: non ha senso citare leggi non pertinenti, come il Codice Unico di Commercio che vale per gli USA  o lo Statuto di Roma, e nemmeno parlare di un software che permette il furto di dati personali. E’ vero che Facebook ha carta bianca nel gestire dati, testi e foto, ma solo se questo materiale è stato condiviso dall’utente in modalità “pubblica”, altrimenti seguirà le medesime restrizioni impostate dall’utente stesso, al quale Facebook non toglie affatto la proprietà intellettuale di tutto ciò che pubblica. L’utente, di tale materiale, concede al social network “una licenza non esclusiva, trasferibile, subappaltabile, royalty-free e valida in tutto il mondo su qualsiasi proprietà intellettuale che venga postata su Facebook o in siti collegati a Facebook”. 

E’ altrettanto vero che Facebook, all’atto dell’iscrizione, chiede l’adesione alle proprie condizioni di utilizzo, adesione che equivale alla sottoscrizione di un contratto. Quindi, anche qualora il social network apportasse una variazione unilaterale a tali condizioni, un utente che non accettasse le nuove regole potrebbe sempre rescindere il contratto a cui ha aderito. Esattamente come si fa con le compagnie telefoniche o altre società di servizi, che farebbero carta straccia di qualunque nostra comunicazione – successiva alla firma del contratto – con cui dovessimo manifestare disaccordo nei confronti delle nuove condizioni contrattuali, ma continuando ad utilizzare il servizio.

Di conseguenza, pubblicare una diffida come quella che circola in questi giorni non ha alcuna efficacia. Chi non desidera che testi, foto o video diventino di dominio pubblico deve solamente tenerli per se’, o pubblicarli con le opportune restrizioni previste e rispettate da Facebook.

Basta fare un po’ di attenzione alle informazioni che si diffondono…

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Pubblicato da su 28 novembre 2014 in news

 

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Repubblica.it, sito hackerato (ah… non era un banner)

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In tarda mattinata il sito Repubblica.it ha subito un attacco hacker dal Syrian Electronic Army, un gruppo di hacker che sostiene il presidente siriano Bashar al-Assad.

Ve lo segnalo perché potreste non esservene accorti, visto quanto la pubblicità è diventata invadente…

 
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Pubblicato da su 27 novembre 2014 in news

 

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Google News: la geografia è relativa

GNews Esteri (o Quasi)

Le ipotesi che ho maturato sulla continua contaminazione di notizie non pertinenti nelle categorie di Google News sono due:

  • l’algoritmo di identificazione è seriamente compromesso (il rischio più immediato è di trovare le notizie di cronaca nera tra gli spettacoli, cosa che tra l’altro è già accaduta)
  • si tratta di una proposta enigmistica che sarà presto svelata con il nome trova le intruse
 
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Pubblicato da su 25 novembre 2014 in news, News da Internet

 

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Password BlackBerry sbloccate con tavanate galattiche

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In questo articolo di Repubblica ho letto una cosa che mi ha fatto alzare il sopracciglio:

Al contatto Xxxxxxx eravamo arrivati solo mandando a Londra il Blackberry della vittima, dove una ditta specializzata estrasse il microchip, sbloccò le password col laser ed estrasse i messaggi delle chat. Si aprì un mondo.

Manca un dettaglio: come fu estratto il microchip?

  1. maglio perforante
  2. tuono spaziale
  3. alabarda spaziale

A parte le divagazioni, da come l’articolo è stato scritto sembra che la spiegazione sia stata testualmente riportata dalle parole dell’investigatore, che a sua volta potrebbe averla ricevuta in quei termini dalla società specializzata in queste operazioni con sede a Londra. Ma spero che si capisca che, indipendentemente dalla fonte, ritengo che la spiegazione del laser sia una tavanata galattica.

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2014 in news

 

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IVA sugli e-book, altro giro…?

Un paio di settimane fa ho parlato di alcuni aspetti legati alla campagna Un libro è un libro mirata a chiedere l’equiparazione dell’IVA sugli e-book (oggi al 22%, mentre sui libri cartacei si applica l’aliquota del 4%). Il differente trattamento tributario è dato dal presupposto che l’e-book è formalmente considerato come un servizio digitale concesso con licenza d’uso, quindi l’acquirente non ne acquista la proprietà. In questi giorni il ministro dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini ha annunciato la presentazione di un emendamento all’articolo 17 della legge di stabilità 2015, con lo stesso obiettivo della campagna:

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L’emendamento – che prevede “di considerare libri tutte le pubblicazioni identificate da codice ISBN e veicolate attraverso qualsiasi supporto fisico o tramite mezzi di comunicazione elettronica” –  va nella direzione giusta e segue un analogo provvedimento adottato in Francia, ma è una posizione coraggiosa da sostenere.

Come spiegavo giorni fa, il concetto di e-book come servizio digitale (e non bene acquistabile come invece è la pubblicazione cartacea), con tutte le conseguenze tributarie che ne derivano, è una definizione dell’Unione Europea ed è dunque a quel livello che va aperta e condotta una trattativa.

Andare contro questa disposizione significa rischiare di subire una procedura di infrazione (che porterebbe ad invalidare il provvedimento), ma il governo ne è ben consapevole: la scorsa primavera, nel decreto legge per la promozione della Cultura e del Turismo, era stato già previsto un precedente tentativo di abbassamento dell’IVA sugli e-book, che non fu approvato proprio in quanto contrario alle norme dell’Unione Europea.

Da allora nulla è cambiato su questo fronte, nemmeno la conseguenza di un minor gettito di IVA, quindi non ho modo di capire quali siano le aspettative reali del ministro e del governo in merito a questa nuova iniziativa. Nella speranza non si tratti di un refresh di facciata, spero possa essere il primo passo verso un risultato concreto.

 
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Pubblicato da su 21 novembre 2014 in news

 

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