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Operazione POISON, su cosa è necessario riflettere

Sette minori denunciati, ventidue con una posizione ancora da accertare: sono questi alcuni dei numeri che rendono impressionante quanto emerge dall’operazione “POISON” condotta dalla Polizia di Stato sulla detenzione e diffusione di materiale pedopornografico tramite social e app di messaggistica. Un contesto dalle proporzioni enormi che richiede una serie di attente riflessioni.

Le indagini hanno preso il via in seguito a una segnalazione del Servizio Emergenza Infanzia 114 riguardo alla condivisione, da parte di adolescenti, di materiale multimediale su abusi su minori (anche bambini), corpi mutilati, inneggiamenti a fascismo e nazismo, episodi di violenza estrema e altre immagini dai contenuti raccapriccianti, diventate virali come comuni video di intrattenimento. In una chat di gruppo in cui sono stati trovati questi contenuti erano presenti 700 ragazzi, una vera e propria comunità paragonabile ad un piccolo paese, ma non si tratta dell’unico gruppo: nell’indagine sono stati analizzati oltre 85.000 messaggi scambiati tra minori all’interno di cinque diversi gruppi.

I sette denunciati hanno un’età tra i 13 e i 15 anni. Gli altri ventidue, spiega il comunicato della Polizia, “si sono limitati all’invio dei ‘Meme’ “, ma la loro posizione è ancora da definire “per possibili provvedimenti a protezione degli stessi, atteso il disvalore culturale ed educativo emerso, anche con l’intervento dei servizi sociali a sostegno dei ragazzi e delle loro famiglie”.

La vicenda ha acceso i riflettori su un quadro preoccupante, che denota l’indifferenza e la superficialità con cui certi argomenti vengono trattati tra ragazzi. La banalizzazione di queste tematiche è impressionante e colpisce la considerazione fatta dagli inquirenti: “a volte si assiste ad una gara a chi posta l’immagine più sprezzante o truculenta, al fine di stupire, all’insegna dell’esagerazione”.

Ovviamente non è sufficiente bloccare la diffusione di queste immagini. Certo, fermare il fenomeno è necessario a non diffondere ulteriormente odio e violenza, ma è fondamentale agire affinché i ragazzi acquisiscano una maggiore consapevolezza dell’importanza di questi argomenti che non possono e non devono essere banalizzati. Mai.

Fatto ancor più critico, non deve esistere la possibilità di ridurli a divertimento o a motivo di scherno. In questo contesto entra però in gioco il ruolo dei genitori, che deve essere educativo, ma anche vigile: l’uso di dispositivi come smartphone, tablet e computer deve essere responsabile ed è indispensabile essere il più possibile a fianco dei minori, che rischiano di essere lasciati soli, isolati in una sfera virtuale senza il rispetto di regole fondamentali nel rapporto con se stessi e con le altre persone.

Perché la vicinanza, oltre ad essere educativa, deve essere anche vigile? In primo luogo perché studi autorevoli – in ambito psicologico e sociologico – hanno evidenziato che coloro che si mettono nei guai con lo smartphone hanno problemi e disagi pregressi, quindi il dispositivo elettronico non è l’occasione, bensì uno degli strumenti con cui manifestano frustrazione e malessere; secondariamente è basilare considerare che i responsabili delle azioni commesse dai minori sono i genitori e chi esercita la patria potestà, che sono i soggetti destinatari di eventuali ripercussioni legali.

Uno smartphone non è solo un computer in miniatura: rappresenta la porta di ingresso verso un vero e proprio mondo parallelo in cui nessuno deve essere lasciato solo. Se non ce ne interessiamo, non ne sapremo nulla, non ne capiremo le dinamiche e non avremo la possibilità di fermarne le derive pericolose.

 
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Pubblicato da su 26 ottobre 2022 in news

 

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Perché “sospendere” Telegram sarebbe un errore

Situazione controversa per Telegram, non per il suo ruolo di competitor di WhatsApp sul mercato dell’instant messaging, ma per un certo tipo di attività legate ai servizi di chat segrete e di broadcasting offerto agli utenti. Secondo quanto emerso da un servizio giornalistico che Wired ha pubblicato a inizio aprile, i servizi di Telegram vengono utilizzati per scambi di materiale pedo-pornografico e vendite non autorizzate di abbonamenti IPTV. Negli ultimi tempi sono inoltre aumentate esponenzialmente le iscrizioni a canali e gruppi che diffondono abusivamente giornali e riviste online, motivo per cui la FIEG (Federazione degli Editori di Giornali), ha chiesto “un provvedimento esemplare e urgente di sospensione di Telegram” all’Agcom. Un errore, a mio avviso, perché – anche stavolta – si cede alla tentazione di colpevolizzare uno strumento che viene scambiato per l’origine del problema.

Indiscutibile la preoccupazione per i numeri evidenziati: dalle rilevazioni effettuate su dieci canali della piattaforma – dedicati unicamente alla distribuzione illecita di giornali – emerge un bacino di utenza di 580mila iscritti. Il dato è già di per sè considerevole, ma il problema è ben più esteso, considerando l’ulteriore diffusione che ogni utente può generare in autonomia, inoltrando gli stessi giornali ad altri utenti, sia attraverso Telegram che utilizzando altre app di comunicazione.

La “sospensione” di Telegram sarebbe una soluzione al problema legittimamente evidenziato dagli editori? No, sarebbe una pezza temporanea e inefficace, che spingerebbe la feccia a proseguire su altre piattaforme. Pertanto sarebbe bene andare a colpire la feccia, anziché penalizzare uno strumento di comunicazione che viene sfruttato sempre di più anche da organizzazioni pubbliche e private come strumento di divulgazione di informazioni di interesse pubblico (è dei giorni scorsi, ad esempio, l’annuncio dell’apertura di un canale Telegram da parte del Ministero della Salute).

Chi nota la somiglianza con WhatsApp si chiederà: “perché Telegram e non WhatsApp”? Le due applicazioni hanno sia punti in comune che differenze importanti. Le chat funzionano più o meno allo stesso modo, ma su Telegram possono essere organizzate e ordinate in cartelle. Entrambi consentono le chiamate, ma Telegram non permette ancora le videochiamate, però aiuta ad accorciare i tempi dei messaggi vocali, che possono essere ascoltati anche a velocità doppia. Per i gruppi offre altre funzionalità e permette di arrivare a includere 200mila utenti. A questi si aggiungono appunto i canali, che sono dei gruppi di broadcasting, in cui gli iscritti ricevono notizie e aggiornamenti diffusi dal proprietario.

Telegram si basa completamente sul cloud, e questo permette agli utenti di utilizzarlo senza alcun problema su più dispositivi: l’app è disponibile sia per iOS che per Android ed esistono versioni per Mac OS, Linux e Windows. L’utilizzo della crittografia end-to-end protegge la riservatezza delle comunicazioni e proprio per questa sua “corazza” nel 2018 Telegram è stata vietata in Russia. Certo, questa protezione si rivela funzionale ad attività illecite e immorali, ma accanto a questi utilizzi da contrastare ci sono numerosissimi casi in cui Telegram si rivela veicolo di comunicazione per le istituzioni (anche molti enti pubblici lo utilizzano, anche a livello locale, per raggiungere i cittadini con informazioni utili, annunci di eventi, avvisi di emergenze) e non va dimenticato che si rivela anche strumento di libertà di espressione per chi, nel proprio Paese, è stato vittima di repressione o messo a tacere.

Tutto questo deve riportare la visione di Telegram al suo ruolo di strumento di comunicazione, non di “colpevole” per l’esercizio di attività illecite che ne sfruttano le potenzialità. Per fermarle non si deve sospendere Telegram, devono essere individuati i colpevoli: le possibilità ci sono, come dimostrato dalle indagini della Polizia Postale e delle Comunicazioni che lo scorso settembre è riuscita a identificare per la prima volta alcuni “pirati dell’informazione” che agivano anche attraverso Telegram.

Dal resoconto annuale del 2019 pubblicato sempre dalla Polizia Postale, inoltre, emerge in più contesti l’identificazione di colpevoli di attività come detenzione e divulgazione di materiale pedo-pornografico, così come di persone coinvolte in atti di cyberterrorismo. In Italia come nel mondo.

Stanare chi compie reati su Telegram non è impossibile. Per questo è possibile mantenere disponibile uno strumento senza comprometterne gli impieghi utili o virtuosi.

 
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Pubblicato da su 18 aprile 2020 in news

 

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