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L’apocalisse dell’AI conviene a chi la vende?

In questi giorni pre-autunnali la narrazione tech ci sta regalando colpi di scena alquanto inaspettati: ora l’Intelligenza Artificiale non minaccia solo posti di lavoro, ma l’esistenza stessa della razza umana. Ma chi sta gridando a gran voce “si salvi chi può” chiedendo di staccare la spina? Un manipolo di tecnofobi o attivisti? No, in questo momento sulla scena troviamo gli stessi CEO delle aziende che queste macchine dell’apocalisse le progettano, le addestrano e, soprattutto, le fatturano.

Dopo alcuni segnali di allarme, tra cui quello lanciato dallo sviluppatore Jacob Coxon che ha dichiarato di essere uscito da Anthropic per ragioni etiche, ad alzare la mano sul tema si è presentato il mio quasi omonimo Dario Amodei (numero uno proprio di Anthropic), spalleggiato dal solito Sam Altman di OpenAI e da Elon Musk, che ha ritenuto opportuno aggregarsi al dibattito per non rimanere alla finestra. La loro brillante proposta è presto spiegata: rallentiamo lo sviluppo dei modelli più avanzati per dare tempo a chi si occupa di sicurezza di capirci qualcosa. Una sorta di appello che, per un verso, sembra confermare le motivazioni delle preoccupazioni dei ricercatori fuoriusciti, mentre per un altro verso risponde alle stime (arbitrarie) che danno l’apocalisse al 10% di probabilità entro un decennio. Numeri perfetti per i titoli dei giornali, certo, ma che si prestano a varie chiavi di lettura. Tra le principali possiamo trovare:

  • il marketing dell’Apocalisse: dipingere la propria tecnologia come un’arma in grado di distruggere il mondo è, paradossalmente, lo spot pubblicitario definitivo. È un modo per sussurrare agli investitori: Guardate quanto siamo potenti. Non a caso, Anthropic punta a quotarsi in borsa per una modica cifra, ancora da definire, ma in un range tra i mille e i duemila miliardi di dollari.

  • l’opportunità del cost saving: la corsa all’hardware costa cifre spropositate. Un bel “rallentamento concordato” toglierebbe un po’ di pressione dai bilanci di tutti i big del settore.

  • la preparazione di un fossato regolatorio: invocare regole rigorosissime e test super costosi è il metodo più efficace per segare le gambe a qualsiasi startup emergente nel settore. Le regole le pagano i piccoli, mentre i monopoli di chi è in cima si rafforzano, magari in virtù del potere di scrivere loro stessi le leggi.

Proviamo a rimuovere il filtro fantascientifico che in molti stanno applicando: potremmo trovare che i pericoli reali risultano molto meno cinematografici e decisamente più banali. Come spunto di riflessione, condivido due tesi che ho letto in queste ore:

La sindrome della delega facile: come osserva Matteo Flora, il problema non è il robot che prende improvvisamente coscienza di sé e decide di sterminarci, ma la nostra proverbiale pigrizia. I veri danni li farà la lenta e inesorabile dipendenza di governi e aziende, pronti ad appaltare decisioni e competenze agli algoritmi pur di risparmiare tempo e denaro. Nessuna ribellione delle macchine, solo istituzioni che cedono la propria autonomia, un contratto alla volta.

Il trucco dell’IA “fuori controllo”: Stefano Quintarelli affonda il colpo sulle presunte “fughe in avanti” dei sistemi, come la famosa IA di OpenAI che avrebbe violato credenziali per conto suo durante un test. La realtà tecnica è decisamente meno epica: l’IA non ha preso iniziative, ha solo ripetuto concetti già visti in fase di addestramento. Sono stati i ricercatori umani a togliere deliberatamente i filtri di sicurezza e a infilarla in un ambiente di test bucato. Incolpare il software, insomma, è un po’ come schiantarsi con un’auto e dare la colpa al veicolo che “ha preso l’iniziativa”. La responsabilità resta sempre dell’umano negligente.

Il tema non è certo banale, ma volendo concludere in sintesi, tra allarmi esistenziali che hanno il retrogusto di manovre finanziarie e scivoloni tecnici spacciati per “autonomia” della macchina, non vedo ancora giustificata la paura per l’estinzione umana: il vero rischio, oggi, temo sia la perdita di controllo organizzativa, mascherata dietro la scusa della “magia” algoritmica. Pertanto c’è da chiedersi: i legislatori riusciranno mai a distinguere le reali responsabilità di chi progetta questi sistemi, o finiranno per assecondare la narrazione di queste stesse aziende?

 

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Google Glass, qualcuno si sta svegliando

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La tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno sia consapevole sia dei rischi che delle opportunità derivanti dalle innovazioni. I Google Glass non sfuggono a questa esigenza: fin dalla loro presentazione, gli Occhiali di Google hanno suscitato – oltre ad un certo entusiasmo – molte perplessità proprio per la loro attitudine tecnologica all’elaborazione elettronica dei dati e ai possibili problemi di privacy che il loro utilizzo può comportare.

Non si tratta solamente di un paio di occhiali speciali, ma di un dispositivo indossabile collegato a Internet, con sistema operativo Android, dotato di microcamera, microfono e modulo GPS. Dal punto di vista del prodotto è giusto pensare alle opportunità da cogliere: ci sono aspetti di design come quelli sottolineati da Luca (L’occhialeria italiana ci pensa? e Il prodotto, una sfida) e quelli legati allo sviluppo di applicazioni. C’è anche chi tenta di  diventare competitor di Google in questo campo con prodotti più o meno analoghi, come provano a fare l’azienda italiana GlassUp, oppure Epson con il visore multimediale Moverio e Recon con i Jet.

C’è però un fattore molto importante da considerare: il progetto che ha portato ai Google Glass è molto articolato e alle sue spalle c’è un’azienda con molte risorse, economiche e tecnologiche (incluso, ad esempio, il know-how per il riconoscimento facciale) e con alcuni precedenti in tema di mancata tutela della privacy. Per questo motivo le Autorità di protezione dati di diversi continenti, riunite nel GPEN (Global Privacy Enforcement Network), hanno scritto una lettera a Google sullo sviluppo dei suoi Glass.

Tra le questioni sollevate, a cui si chiede risposta, troviamo domande legittima:

  • Quali informazioni raccoglie Google attraverso i “Glass”, i famosi occhiali a realtà aumentata?
  • Con chi le condivide?
  • Come intende utilizzarle?
  • Come viene  garantito il rispetto delle legislazioni sulla privacy?
  • Come pensa Google di risolvere il problematico aspetto della raccolta di informazioni di persone che, a loro insaputa, vengono “riprese” e “registrate” tramite i Glass?

Tutto sommato, i Google Glass non raccolgono informazioni diverse da quelle che già oggi possono essere acquisite da un moderno smartphone. Ma rispetto a quest’ultimo, l’utilizzo è molto più agevole e consente un’acquisizione continua (batteria permettendo) e non facilmente identificabile da chi viene ripreso. Tra le Authority che si sono rivolte a Google c’è anche il nostro Garante della Privacy. Il presidente Soro osserva:

Chiunque  finisse nel raggio visivo di chi indossa questi occhiali potrebbe, a quanto è dato sapere, venire fotografato, filmato, riconosciuto e, una volta avuto accesso ai suoi dati sparsi sul web, individuato nei suoi gusti, nelle sue opinioni, nelle sue scelte di vita. La sua vita gli verrebbe in qualche modo sottratta per finire nelle micro memorie degli occhiali o rilanciata in rete. Ci sono già norme che vietano la messa on line di dati personali senza il consenso degli interessati”.

Il passaggio chiave ricorda un concetto di cui parlo spesso anch’io

 “Ma di fronte a questi strumenti le leggi non bastano: serve un salto di consapevolezza da parte di fornitori di servizi Internet, degli sviluppatori di software e degli utenti. E’ indispensabile ormai riuscire a promuovere a livello globale un uso etico delle nuove tecnologie”.

Last but not least, sarebbe interessante capire se esistono realmente eventuali rischi anche per la salute: trattandosi di un prodotto completamente nuovo, oggi non ne esiste esperienza e quindi non esiste nemmeno uno studio al riguardo. Il loro utilizzo, se comporta movimenti continui e differenti esigenze di messa a fuoco, a me farebbe pensare quantomeno ad uno stress da affaticamento visivo, ma c’è già chi parla seriamente di distrazioni potenzialmente pericolose e disturbi delle capacità cognitive.

Per concludere queste osservazioni con un sorriso, ecco cosa potrebbe accadere indossando i Google Glass senza la dovuta accortezza…

 
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Pubblicato da su 19 Giugno 2013 in news, tecnologia

 

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