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L’odio in rete ha nome e cognome

Sono stati identificati gli autori dei messaggi di odio razziale pubblicati nei confronti di Liliana Segre, a commento della notizia della vaccinazione a cui si è sottoposta lo scorso 18 febbraio.

Questo conferma due cose: innanzitutto che queste azioni vili e vergognose non rimangono “virtuali” o prive di significato, perché si tratta di violenza verbale di cui gli autori sono responsabili in prima persona (art. 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale”). Scrivere nei commenti di un post condiviso su un social network ci espone al mondo, con tutte le debite conseguenze, e questo vale – come visto di recente – anche per l’eventuale “mandante”, ossia per colui che istiga altri utenti a supportarlo.

In secondo luogo, anche questa vicenda dimostra che spesso l’odio viene espresso con orgoglio: la nota diffusa dalla Polizia delle Comunicazioni indica le iniziali degli autori di quei commenti, che corrispondono ai nomi degli utenti che risultano dalla pubblicazione. Non si sono nascosti dietro uno pseudonimo o falso nome, ci hanno messo nome e cognome.

Una legge che obblighi gli utenti a presentare un documento di identità all’atto di iscrizione ad un social network, se l’obiettivo è combattere l’anonimato in rete, è decisamente inutile. I motivi – perché ne esiste più di uno – sono sempre gli stessi (cliccate qui per leggere il mio post precedente al riguardo): l’anonimato online non esiste in quanto un utente può essere rintracciato e perseguito, inoltre una carta di identità da presentare potrebbe essere falsificata agevolmente.

L’auspicio è che questa attività di identificazione venga svolta sempre, non solo in seguito ad un attacco ai danni di un personaggio con visibilità pubblica e indipendentemente dal colore politico o da qualsiasi altra causa scatenante. Per questo è necessario che ogni vittima denunci, se ha subìto azioni di questa portata. Necessario, inoltre, che sia pubblicizzata al massimo, per far capire ai leoni da tastiera la loro responsabilità e i rischi a cui si sottopongono, dal momento che sono refrattari ad ogni opera di sensibilizzazione su tematiche di questa serietà.

 
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Pubblicato da su 3 marzo 2021 in news

 

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E’ sempre troppo tardi

Ho percorso quelle strade – la SS 36 e il cavalcavia soprastante quel tratto – innumerevoli volte, mai con la preoccupazione che quel ponte potesse crollare all’improvviso sopra o sotto i veicoli. Perché un automobilista, quando viaggia, deve concentrare la propria attenzione sul percorso, sulla segnaletica e sulle condizioni della viabilità, mentre può essere naturalmente distratto sulle condizioni delle infrastrutture, confidando in ciò che normalmente dovrebbe essere svolto da chi ne ha competenza e responsabilità: progettazione adeguata, collaudi, controlli, manutenzioni, applicazione e rispetto delle norme.

Ora dalle inchieste conseguenti all’incidente dovrà emergere quali, tra quelle attività, non sono state svolte a dovere. Ai nostri occhi, tuttavia, è davvero assurdo dover assistere a rimpalli di responsabilità e apprendere di complicazioni burocratiche che avrebbero ritardato la doverosa chiusura di quel tratto di strada, quando le sue condizioni non proprio esemplari – se non dalla memoria degli automobilisti attenti che potrebbero averle constatate – erano e sono visibili persino dalle immagini di Google Street View (anche quelle risalenti al 2011).

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Tecnologie come questa, utilizzate con il senno di poi, non servono a nulla. Ma sarebbe davvero amaro arrivare alla conclusione che immagini simili, se esaminate preventivamente con la dovuta attenzione da parte dei responsabili di quelle strade, avrebbero potuto far scattare un allarme utile ad evitare la tragedia di venerdì. E chissà che catastrofi analoghe non possano essere evitate, con un’attenta osservazione delle immagini di censimenti fotografici periodici delle infrastrutture e conseguenti sopralluoghi, utili ad individuare le possibili cause di deterioramento prima che sia troppo tardi.

Quel crollo – così netto – di quel cavalcavia non è avvenuto solamente per il peso dell’autotreno, ma per l’impotenza e l’insostenibilità di un sistema caratterizzato dalla mancanza di risorse e dalla burocrazia. Altre responsabilità, tecniche o di altra natura, emergeranno dalle inchieste.

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2016 in news

 

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