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L’IA programmerà al nostro posto?

Negli ultimi mesi i generatori di codice basati sull’intelligenza artificiale hanno fatto passi da gigante. Strumenti come Codex di OpenAI o Claude Code di Anthropic permettono oggi di realizzare applicazioni in una frazione del tempo che sarebbe stato necessario solo qualche anno fa. Questa accelerazione scatena timori diffusi: i programmatori verranno rimpiazzati in massa? E dopo di loro, toccherà ad altre categorie di lavoratori? Qualche indizio ci permette di dire che non sarà proprio così, quantomeno non accadrà così in fretta e non in modo così devastante.

Un articolo del New York Times illustra alcuni esempi che ci fanno capire un aspetto importante: Perry Metzger racconta di aver realizzato in due giorni un elaboratore di testi online che, senza l’ausilio della IA, avrebbe richiesto almeno due mesi di lavoro; la velocità non va però di pari passo con l’affidabilità: “Bisogna tenere d’occhio ciò che sta facendo e assicurarsi che non commetta errori, oltre a creare metodi per testare il codice, ma è possibile procedere a una velocità che in passato era inimmaginabile”. Anche Matt Schlicht – sempre con l’aiuto dell’IA – ha lanciato in breve tempo un social network dedicato ai bot, Moltbook, che in pochi giorni ha attirato migliaia di iscritti. Peccato che nella fretta fosse rimasta aperta una vulnerabilità che esponeva i dati privati degli utenti.

Uno studio pubblicato a fine gennaio dalla Carnegie Mellon University evidenzia che i code generator sono molto utili per accelerare lo sviluppo nel breve termine, ma tendono anche a peggiorare la qualità complessiva del software, accumulando “debito tecnico”, cioè quell’insieme di problemi generati dalla fretta di rispettare scadenze o dall’inesperienza, che comportano maggiori necessità di manutenzione e rallentamento dello sviluppo. Si tratta di un importante effetto collaterale che si verifica quando si delegano decisioni a uno strumento che non è concretamente in grado di capire ciò che sta costruendo.

Se la competenza e l’esperienza rimangono elementi irrinunciabili, i più esposti ad un rischio di sostituzione sono i professionisti alle prime armi, perché con gli strumenti di IA è possibile svolgere gli stessi compiti che generalmente vengono appunto delegati a coloro che stanno ancora imparando il mestiere. Gli esperti vedono invece l’intelligenza artificiale come un moltiplicatore delle proprie capacità e non come un sostituto, per cui ne fanno uso per alzare l’asticella affrontando progetti più ambiziosi, senza però perdere il controllo su ciò che viene sviluppato. Per realizzare e mantenere applicazioni complesse serviranno sempre competenze, esperienza e visione che nessun generatore di codice possiede.

Quello che è chiaro è che il settore sta cambiando rapidamente e chi lavora in questo contesto deve capire in che modo dovrà adattarsi al cambiamento. Quello che è meno chiaro è la velocità di questo cambiamento: tra tre o cinque anni, questi strumenti potrebbero essere molto più autonomi. O potrebbero aver raggiunto il loro limite.

Io però ricordo una cosa: nel 1990, quando studiavo informatica a scuola, c’era la diffusa convinzione che “non vi servirà a niente programmare, perché quando uscirete da qui ogni esigenza sarà coperta dai software disponibili in commercio”. E nel 2026 siamo ancora qui a parlarne.

Va be’, arriviamo alla conclusione: in tutti i casi, la regola d’oro è non fidarsi ciecamente di ciò che proviene dall’intelligenza artificiale.

 
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Pubblicato da su 20 Febbraio 2026 in news

 

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Il programmatore oggi tra clichè e forward thinking

Programmatori HTML, programmatori java, programmatori  C, programmatori PHP… Oggi diventa difficile citare tutte le tecniche di programmazione esistenti. La figura del programmatore è sempre stata soggetta a clichè e luoghi comuni vari, ma dove saremmo noi oggi senza il loro lavoro?

Mentre gli altri bambini giocavano con le macchinine il futuro programmatore volava con l’immaginazione e programmava con il Commodore 64, niente super processori, la grafica mancava decisamente di definizione, un solo chip sonoro eppure ci si poteva perdere delle ore a giocare.  Se è vero che è sempre necessario mettere della passione nel proprio lavoro per svolgerlo al meglio, per la professione del programmatore questo è ancora più vero:  un bravo programmatore svolge il suo lavoro come se fosse un hobby.  Oggi la nostra vita ruota attorno al computer e ad Internet per non parlare degli smartphone il cui impatto sulla nostra routine giornaliera è stato devastante.  Ma quanti di noi sanno davvero come fuzionano queste tecnologie? Fortunatamente esistono i programmatori abbastanza creativi e preparati da poter sviluppare e far funzionare tutte queste tecnologie. Bisogna poi tenere a mente che solo i programmatori migliori, dotati di avanzate capacità di codificazione sono in grado di creare certi prodotti rivoluzionari.

Un programmatore Java, HTML, PHP o C che sia, può lavorare da casa come freelance o all’interno di un’azienda come membro di un team;  riuscire a procurarsi i progetti più interessanti poi dipende dalle competenze di  codifica e sviluppo del programmatore e alle sue capacità di combinare l’esperienza maturata con le specificità del progetto in maniera efficiente. La figura del programmatore nell’immaginario collettivo poi, è una delle figure più soggette a clichè e luoghi comuni. Il programmatore è un ragazzo molto giovane che non riuscendo a relazionarsi con successo con i suoi coetanei, dedica tutto il suo tempo alla tecnologia e ai computer :  niente di più sbagliato! Tutti i programmatori che ho avuto il piacere di incontrare infatti non sono affatto asociali e l’idea del programmatore pigro seduto tutto il giorno davanti al suo computer non potrebbe essere più lontana dalla realtà, dato che per diventare un esperto programmatore ci vogliono anni di dedizione, studio e duro lavoro.  Il modo di fare programmazione sta cambiando e ad esempio molte donne cominciano ad entrare nel mondo della programmazione nella scena internazionale, per non parlare del crescente bisogno di programmatori nell’industria  cinematografica per lo sviluppo di nuove tecnologie cinematografiche come ad esempio il cinema 3D.

Parlando di clichè, se il programmatore lavora anche da freelance allora il numero di stereotipi al proposito aumenta: a quelli del programmatore nerd, pigro e asociale sia aggiungono quelli del fannullone che lavora da casa. Decidere di lavorare da freelance tuttavia non è esattamente una pacchia. Il professionista che decide di esser boss di se stesso si assume la responsabilità di gestire in completa autonomia il proprio lavoro, perchè grandi libertà comportano sempre anche grandi responsabiltà.

Programmare vuol dire sempre pensare avanti ed è grazie alla creatività dei programmatori che possiamo beneficiare dell’introduzione continua di nuove tecnologie che contribuiscono decisamente a semplificare la nostra vita.

Giovanna Avino web writer freelance della piattaforma di lavoro online twago

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Ringrazio molto Giovanna Avino per aver voluto condividere questo articolo – un interessante spunto di riflessione – su un tema spesso non considerato nella giusta misura. DB

 
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Pubblicato da su 24 Aprile 2012 in contributi

 

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