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Telvia, il tribunale legittima la posizione di Telecom

23 Ago

Torna d’attualità la vicenda che riguarda Telvia, l’Internet Service Provider che – a fine luglio – stava per essere messo in ginocchio da Telecom Italia. L’incumbent, infatti, era pronto a fare con Telvia ciò che aveva fatto con Elitel, ossia a tagliare le linee concesse in wholesale (ossia all’ingrosso), in seguito al mancato pagamento dei servizi di connettività. Telvia  era immediatamente riuscita a scongiurare il pericolo di veder tagliare le linee dei propri utenti, ricorrendo al Tribunale di Roma, che il primo agosto ha ordinato a Telecom, in via provvisoria, “di riprendere immediatamente l’esecuzione di tutti i contratti in essere con la Telvia S.r.l”.

Il problema, però, è stato solo rimandato. Reuters riferisce infatti:

Secondo quanto si legge in un comunicato dello studio legale Cleary Gottlieb Steen & Hamilton, che assiste Telecom Italia, il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di Telvia di imporre al gruppo guidato da Riccardo Ruggiero il ripristino degli accordi riguardanti la fornitura di banda larga e i servizi di accesso.

Il Tribunale, dunque, ritiene che Telecom abbia rispettato gli obblighi derivanti dal contratto che sarebbero invece stati violati da Telvia e ha cancellato il decreto d’urgenza con cui si obbligava l’incumbent a ripristinare i collegamenti.

La prossima mossa spetterebbe ora a Telvia, poiché la vicenda sembra destinata a proseguire nelle aule del tribunale. Ma sta emergendo, in modo ora sempre più chiaro anche per i non addetti ai lavori, il problema di operatori ed ISP di piccole dimensioni che devono fare i conti con un gigante come Telecom Italia, unico titolare della più importante infrastruttura TLC italiana, ancora oggi in grado di dettare condizioni per la gestione della rete da concedere all’ingrosso alle altre compagnie.

La soluzione a questa annosa questione dovrà essere presa a livello istituzionale: se la rete è in mano ad una sola azienda, questa detta legge sul mercato. E i piccoli sono destinati a soccombere. E’ proprio quello che sta accadendo ora.

 
8 commenti

Pubblicato da su 23 agosto 2007 in media, news

 

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8 risposte a “Telvia, il tribunale legittima la posizione di Telecom

  1. Marco Valerio Principato

    23 agosto 2007 at 19:12

    Caro Dario,
    per questo mi sono pubblicamente lamentato come un coccodrillo, nella url qui sotto. Ma qualcuno (…!) fa orecchio da mercante.
    Saluti

     
  2. db

    23 agosto 2007 at 19:48

    Caro MVP,

    il problema che poni nella tua sacrosanta lamentazione è da ricondurre a quella che ho chiamato la annosa questione del sussistente monopolio de facto di un’azienda che possiede e gestisce una rete a cui tutti, nel bene e nel male, devono fare riferimento.

    Il declassamento degli ISP a rivenditori è un problema di cui gli stessi provider si sono resi conto molto bene e in merito al quale chiedono da tempo una soluzione istituzionale (si vedano le considerazioni di AIIP in merito ad una delle ultime questioni, quella sull’offerta ADSL 20 Mbps: http://www.aiip.it/page.php?id=248&aiip=8897fc0e9e78e29542abc526140ef7ad)

    Come direbbe Stefano Quintarelli, la soluzione è One Network. Il problema è arrivarci.

     
  3. Marco Valerio Principato

    24 agosto 2007 at 05:04

    Sulla interessante pagina che mi hai fatto leggere – e che mi era sfuggita, confesso – si parte dall’autorizzazione al lancio del servizio a 20 Mbps di Alice. Non sarà l’accesso agli atti di AGCOM a risolvere il problema, a mio avviso. Perché accanto a problemi di concorrenza ci sono problemi di… portata.

    Perché a suo tempo Fastweb sfuggì dal cappio e vendette ugualmente la sua connettività a 20 Mbps, cosa che fa tutt’oggi, “quasi” assieme a pochi altri? Semplice: i DSLAM erano – e sono – suoi e la dorsale che arriva in centrale è sua: gli occorreva solo il doppino. Anche qualche altro oggi insegue tali velocità (esempio: http://www.livecom.coop/index.php?pg=banda&ty=au). E Livecom, rivende connettività Eutelia: non che quest’ultima non possa disporre di 20 Mbps per i clienti, semplicemente se li tiene, a differenza degli altri che semplicemente non la hanno, come non hanno nessuna connettività “in proprio”. Fastweb, almeno, un po’ di fibra l’ha stesa: chi altro l’ha fatto? Pochi, pochissimi, e Telvia (senza nulla di personale: come migliaia di altri) non l’ha fatto.

    Il problema di fondo, (cosa che vorrei dire a Stefano Q. e che a suo tempo ho detto tra le righe anche a Stefano Trumpy di ISOC in una mail personale, essendo però rinviato, sempre tra le righe, al forum; ovvero invitato a tacere) è che, a prescindere da Telecom, a mio avviso per definirsi provider occorre essere parte integrante della rete e non semplici “erogatori di connettività”. E’ un po’ come la faccenda degli operatori cellulari virtuali: UNOMobile di Carrefour è un operatore cellulare, si, ma virtuale. Se Vodafone gli spegne le radio, fischia. Coop altrettanto, che dipende da TIM. Per questi, nessuno si è posto il problema.

    Allora dov’è l'”essere provider”? Nel giocare sui margini offerti dal reale provider al “rivenditore” e modulare i propri servizi accessori e il proprio markup, limitandosi ad attaccarci una Dymo col proprio nome, sovrapposta al reale operatore? La trovo una filosofia di mercato abbastanza disinvolta, specie se mi ricordo che, quando possedevo il BBS radioamatoriale IK0MHG-8 in packet radio, prima di potermi definire “BBS in rete” ho dovuto offrire alla comunità qualcosa che mancava (nello specifico, connettività di messaggistica in onde corte con alcuni paesi del mondo, per fare il che ho dovuto “pesantemente investire” sotto forma di un traliccio da 10 metri, un’antenna direttiva a 4 elementi che misurava 7 metri per 4, un ricetrasmettitore in onde corte da 100 Watt e relativo modem packet, oltre al resto della struttura locale in VHF e UHF). Allora si’ che rappresentavo un “provider”, che non aveva bisogno di una “raccolta wholesale” in VHF e UHF perché avevo la mia e, contemporaneamente, il traffico internazionale per certe destinazioni, sia generato dalla mia utenza sia proveniente dal resto della rete, sia proveniente dall’estero e destinato a utenti miei e di altri , era “servito” da me.

    Ecco, questo intendo per “essere provider”, trasposto nel mondo di Internet. Finché non si ammetterà che questo è il nocciolo del problema e che, quindi, occorre rivedere sia i termini sia quanto ne consegue commercialmente, il problema non si risolverà perché di fatto è un “non-problema”.

    Be’, è mattino presto, fa fresco, si sta bene, mi sto bevendo un buon caffè e mi sono lasciato andare. Ma sono ancora in vacanza, tornerò serio e di meno parole Lunedì.
    Buona giornata.

     
  4. db

    24 agosto 2007 at 07:29

    Attualmente chi propone connettività che, a livello wholesale, proviene da Telecom Italia, fa la stessa cosa che fanno UNOMobile e CoopVoce. Che non sono MVNO, ma ESP, perché non hanno capacità trasmissiva.

    Tu hai ragione, per questo ritengo che un’infrastruttura di telecomunicazioni moderna e all’avanguardia, compartecipata da più operatori, sia una soluzione praticabile in questo Paese. Non mi soffermo tanto sulla qualifica di provider in quanto erogatore o fornitore di connettività, quanto sul nocciolo della questione – che secondo me non è da trascurare – ossia come fare ad essere realmente provider in un mercato TLC che ti permetta di esserlo (=il mercato italiano non lo permette).

    Non so quanto sia opportuno avere più provider che si dotino di una propria rete, che si affianca e sovrappone a quella dei concorrenti. I motivi sono molti: economico-finanziari, ma anche logistici, urbanistici e orografici. Una rete unica, che preveda la partecipazione di tutti i provider, con una suddivisione dei costi di gestione basata sul bacino di utenza di ognuno, potrebbe portare a condizioni di mercato favorevoli e a non discriminare tra operatori di prima e seconda classe.

     
  5. Max

    24 agosto 2007 at 07:41

    Il problema non è distinguere tra provider o rivenditori. E’ impensabile che tutti questi isp facciano come fastweb (la cui copertura in fibra comunque e’ limitata ad alcune citta’, anche se tentano di farci credere il contrario – io a casa mia sono utente fastweb, ma il cavo e’ sempre quello di telecom).

    Il problema vero e’ che oggi in italia c’e’ un solo operatore che e’ proprietario della rete e per questo domina il mercato. Sempre per questo i piccoli, i provider di serie B, sono destinati a soccombere. La privatizzazione di telecom andava forse fatta, ma la rete non doveva rimanere di telecom. Doveva essere gestita in modo indipendente da un consorzio appositamente costituito, per consentire ad altre compagnie di entrare nel capitale di questo consorzio e non subire le condizioni di mercato di un’azienda dominante.

     
  6. Marco Valerio Principato

    25 agosto 2007 at 06:35

    Per Max: non mi riferisco alla fibra di ultimo miglio di Fastweb, ma al fatto che Fastweb raggiunge con il proprio backhaul la maggior parte delle centrali dalle quali eroga il servizio e, alla consegna, router e DSLAM sono i suoi: sfrutta solo il doppino di Telecom per l’ultimo miglio. Stessa cosa che fa Eutelia, stessa cosa che fa BT (ex Atlanet), la vecchia E-planet, Infostrada/Wind e pochi altri.
    Cosa che non avviene per Telvia dove in centrale, di suo, non c’è assolutamente nulla. Per non parlare del servizio telefonico che, se ora può avere un barlume di aspetto di servizio fornito in modo alternativo (grazie al VoIP), prima di certo non lo aveva.
    Concordo sulla necessità dell’adozione di un consorzio, a partecipazione economica generale, che renda la rete di trasporto realmente distaccata. Ma è su questo che sarà dura: è di stamattina la notizia (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2007/08/agenzia-monopolio.shtml?uuid=6f56bc82-521b-11dc-9e19-00000e251029&type=Libero)
    da cui forse può emergere qualche speranza: la “donna forte”, come la chiama Il Sole 24 ore, ha già guadagnato punti con l’euro-roaming: vediamo stavolta cosa riesce a fare. Tra l’altro, dall’articolo emerge ancora una volta che non è proprio solo l’Italia a essere in queste condizioni, ma il nostro orientamento sociopolitico (ammesso che lo si possa definire tale) favorisce più di ogni altro il permanere del monopolio di fatto il che, come dice giustamente Dario, rende impossibile essere realmente un provider. Pensavo, visto che provider viene dal verbo to provide = fornire, perché non distinguere tra ISP (Internet Service Provider) e ICP (Internet Connectivity Provider), nel frattempo? Non sarebbe una posizione più coerente?
    Un ISP mi darebbe: Servizio DNS, server mail e altro, web hosting. Un ICP mi darebbe: indirizzo/i IP, banda passante, routing. Nell’attesa degli anni pronosticati dal Sole 24 ore.

     
  7. db

    25 agosto 2007 at 21:07

    Questa distinzione tra tipologia di provider ha senso. E’ esattamente quanto avviene già nella telefonia mobile, con operatori reali, virtuali eccetera.

     
  8. utente telvia

    5 settembre 2007 at 21:41

    Il problema è che esiste ancora il monopolio TELECOM
    e agcom sta a guardare
    BRAVO CALABRO’
    un utente TELVIA

     
 
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