In Italia non arriverà subito, ma meglio essere pronti per quando sarà il momento: Google Home è già in procinto di raggiungere i mercati di alcuni paesi, al prezzo di 129 dollari. C’è un sistema di intelligenza artificiale alle spalle di questo smart speaker (ma soprattutto uno smart microphone), in grado di gestire i dispositivi connessi nell’ambito di una casa o di un ufficio, tramite comandi vocali, da impartire in modo naturale e – in futuro – personale, dato che è in fase di sviluppo una funzionalità che gli permette di capire chi sta parlando, riconoscendone la voce.
Avvertenza basata sul realismo: inserire Google Home a casa propria – ça va sans dire – significa aprire la propria abitazione ai server di Google, pronti ad ascoltare tutto ciò che si potrà sentire. Verosimilmente, all’ascolto seguirà una registrazione e un’elaborazione dei dati acquisiti attraverso questo nuovo canale. Il machine learning consentirà al sistema di raffinare le proprie prestazioni e migliorare la propria efficienza.
Ennesimo caso di violazione della privacy degli utenti ed ennesima bordata su Yahoo! Secondo quanto rivelato da Reuters, l’azienda lo scorso anno avrebbe attivato una piattaforma in grado di analizzare tutti i messaggi di posta elettronica dei propri utenti a beneficio dei servizi di intelligence americani (Nsa? Cia? Fbi?).
Reputo francamente poco importanti i presunti retroscena di questa vicenda (l’amministratore delegato Marissa Mayer avrebbe dato l’ok all’operazione alle spalle del Chief Information Security Officer Alex Stamos, che ha lasciato l’azienda un anno fa per essere assunto da Facebook), dal momento che è solo l’ultimo episodio in materia: è ancora fresca la rivelazione di un’altra violazione massiva avvenuta nel 2014 in seguito ad un attacco, il cui mandante si presumeva essere un governo. E non è da dimenticare, a questo proposito, lo spionaggio delle webcam, sempre degli utenti Yahoo – attuato dal 2008 al 2014 con l’operazione Optic Nerve adal GCHQ (l’intelligence inglese). Per non parlare di PRISM e di quanto emerso con il Datagate, che ha coinvolto tutti i più grandi service provider (incluso Yahoo!).
La reputazione dell’azienda sotto questo profilo è ormai azzerata e forse questo può giovare a Verizon che la sta per acquistare (ad un valore che presumibilmente sta precipitando). Ma non è di questo che mi preoccuperei (quanti di voi hanno un account Yahoo?).
nessuno cada dalle nuvole se si dovesse scoprire che la NSA (…) ha sfruttato e sfrutta anche la collaborazione delle altre aziende come Google, Facebook e Yahoo, visto che si tratta di aziende che offrono mail, VoIP, piattaforme cloud per applicazioni e storage, social network con chat e servizi per condividere di tutto.
A questa stregua, potremmo dare per assodato che ogni nostra comunicazione elettronica possa essere intercettata da qualcuno, per scopi sconosciuti in quanto non dichiarati. Andrebbe chiarito nelle condizioni di utilizzo di tutti i vari servizi di comunicazione.
la tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;
le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;
le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.
Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.
Per chi si fosse perso qualcosa, è bene ricordare che a fine agosto WhatsApp ha introdotto anche alcune modifiche al testo delle informazioni sulla privacy. In particolare, nella sezione Modalità di utilizzo delle Informazioni da parte di WhatsApp si legge:
”WhatsApp potrebbe offrire il marketing per i Servizi e per i servizi del gruppo di società di Facebook di cui fa ora parte”. E’ una frase che apre un mondo di possibilità. Di marketing.
Anche se ci coordineremo maggiormente con Facebook nei mesi a venire, i messaggi crittografati rimarranno privati e nessun altro potrà leggerli. Né WhatsApp, né Facebook, né nessun altro. Non invieremo né condivideremo il tuo numero di WhatsApp con altri, incluso su Facebook, e continueremo a non vendere, condividere, o dare il tuo numero di telefono agli inserzionisti.
Facebook – anzi, il gruppo di società di Facebook – non ha alcuna necessità di avere da WhatsApp il numero telefonico dell’utente. Sa con precisione da quali dispositivi si collega l’utente e ha tutti gli elementi per capire se un utente di Facebook lo è anche di WhatsApp e unire le due anagrafiche. Non gli serve trasmettere il numero telefonico agli inserzionisti: è Facebook a combinare inserzioni e utenti, in base alle informazioni che è in grado di raccogliere, e a mostrare agli utenti le pubblicità che più rispondono al profilo di ognuno.
E’ bene comunque tenere presente che WhatsApp, su ogni smartphone, ha un archivio contatti che viene costantemente confrontato con la rubrica presente sullo stesso dispositivo. Se un contatto personale è utente di WhatsApp, l’app lo aggiunge tra quelli disponibili: esiste quindi un flusso di informazioni che va dalla rubrica del dispositivo verso WhatsApp e da WhatsApp ai propri server (nonché viceversa). E’ in virtù di questo stesso flusso che ci viene mostrata l’icona di un utente che non conosciamo, ma che appartiene come noi ad un gruppo WhatsApp, nel quale compare con il proprio numero telefonico in chiaro, trasmettendoci quindi alcuni elementi dei suoi dati personali, inconsapevolmente.
E’ un bene che il Garante voglia vederci chiaro. E’ bene che gli utenti ci vedano chiaro e si rendano conto del significato di quel Condividi le informazioni del mio account.
Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciatoAllo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.
Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.
Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.
Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.
Agli utenti la connessione ad Internet costa, sia da rete fissa che da rete mobile. Questo costo è ovviamente un introito per le compagnie telefoniche. Al di là degli aspetti legati all’equità delle tariffe applicate dalle varie aziende, il principio che prevede il pagamento di un certo prezzo a fronte di un servizio è logico, ovvio e sacrosanto, perché è alla base della sua sostenibilità. Per lo stesso principio, è illusorio pensare che un qualsiasi contenuto veicolato da Internet possa essere gratuito. Certo, esistono offerte commerciali che propongono qualcosa gratis, ma ciò avviene solo perché in determinati casi un soggetto non paga per avere un determinato servizio. Tuttavia la remunerazione di quel servizio passa obbligatoriamente per altri canali (inserzioni pubblicitarie pagate dagli inserzionisti, profilazione degli utenti per le medesime inserzioni pubblicitarie, compensazioni derivanti dal pagamento di altri servizi da parte di altri soggetti…).
Detto questo, non comprendo per quali motivi l’Agcom – nell’indagine “Servizi di comunicazione elettronica” – possa affermare, stando a quanto riporta il Corriere delle Comunicazioni, che le applicazioni di messaggistica come Whatsapp, Telegram, Messenger, BBM, Viber dovrebbero pagare una sorta di pedaggio (“equo, proporzionato, non discriminatorio”) per l’utilizzo della rete. Al traffico dati generato – anzi, consumato – dagli utenti si applicano tariffe e condizioni di utilizzo determinate dalle compagnie telefoniche. Se queste ultime dovessero far pagare una gabella anche a Facebook (che controlla Whatsapp e Messenger) ad esempio, si tirerebbero la zappa sui propri piedi.
Altro discorso, invece, è pensare che le aziende che stanno alle spalle di questi servizi debbano dotarsi di un titolo abilitativo, che le costringerebbe – per continuare ad operare nel nostro Paese – a sottostare alla nostra legislazione sulla privacy, arginando quindi la commercializzazione delle informazioni degli utenti (in prevalenza inconsapevoli), e aprendo le app alle chiamate verso i numeri di emergenza.
Il problema in realtà è a monte e sta proprio nelle possibilità di elusione delle norme sulla privacy: finché tali opportunità esistono e si affiancano alla mancanza di consapevolezza degli utenti, è inutile tentare di metterci una pezza legalizzandole con il pagamento di un “contributo” alle compagnie telefoniche, l’iscrizione a un albo o all’assegnazione di un “titolo abilitativo” (che comportano comunque il pagamento di una tariffa).
Davvero è necessario pensare all’alibi giusto per imporre una tassa sui messaggi istantanei? Di questo passo si potrebbe puntare al francobollo virtuale per ogni e-mail, o un canone per i servizi di streaming audio e video, un contributo da elargire per ogni servizio canalizzato da Internet. Si tratterebbe comunque di balzelli aggiuntivi, giacché – come detto sopra – la gratuità maschera sempre altre modalità di remunerazione. Non sarebbe invece opportuno escogitare qualcosa per favorire l’innovazione, riconoscerne ruolo e importanza (anche per quanto si riflette sul PIL), alfabetizzare gli utenti ed inquadrare in questi binari ogni aspetto, anche dal punto di vista normativo?
Non bastano le querele fasulle, adesso anche l’arresto che sta per entrare in vigore (con testi fantasiosi e link che portano a siti esotici di nulla affidabilità).
Se lo ricevete non spaventatevi... cestinate e basta!
WhatsApp elimina la tariffa di rinnovo e diventa gratuito. Cosa significa? Che il prodotto è l’utente:
Naturally, people might wonder how we plan to keep WhatsApp running without subscription fees and if today’s announcement means we’re introducing third-party ads. The answer is no. Starting this year, we will test tools that allow you to use WhatsApp to communicate with businesses and organizations that you want to hear from. That could mean communicating with your bank about whether a recent transaction was fraudulent, or with an airline about a delayed flight. We all get these messages elsewhere today – through text messages and phone calls – so we want to test new tools to make this easier to do on WhatsApp, while still giving you an experience without third-party ads and spam.
In altre parole: monetizzeranno il servizio con modi alternativi al solito banner pubblicitario, promuovendo una maggior interazione con le aziende di cui l’utente sfrutta i servizi, cosa che inevitabilmente porterà le stesse aziende a raccogliere un maggior volume di informazioni sugli utenti. WhatsApp, come gli altri membri della sua famiglia (Facebook e Instagram, tutti di proprietà dell’azienda che fa capo a Mark Zuckerberg) porterà così il proprio contributo alle varie attività di raccolta dati a scopo di profilazione degli utenti. Nulla di nuovo, ma è bene che l’utente ne sia sempre correttamente informato.
PS: però la primissima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto la notizia è che finalmente nessuno potrà più fare il passaparola con fantasiose catene di messaggi sull’aumento della tariffa di WhatsApp, sul nuovo costo settimanale, mensile, ecc. ecc.
In rete e sui social network non espongo bandiere o simboli, e non perché in questi giorni sarebbe necessario esporne troppi, ma semplicemente perché il pretesto della solidarietà manifesta maschera una tecnica di profilazione e di marketing a cui non mi interessa sottopormi. Al netto del fatto che – per quanto accade ogni giorno nel mondo – le bandiere da esporre sarebbero moltissime e c’è chi le propone tutte insieme (iniziativa simbolicamente lodevole, ma che a mio avviso si svuota di significato), decido io come, quando e perché modificare il mio profilo. Facendolo con un’applicazione che mi viene offerta ad hoc, cedo solo alla lusinga di un servizio chiavi in mano, che comunica molte cose:
agli amici comunica probabilmente la mia indignazione e la mia vicinanza alle vittime, e in qualche modo una mia posizione ideologica, umana o di altra natura;
a chi mi ha offerto quel servizio comunica tutt’altro, cioè che sono una persona che reagisce ai loro stimoli, e che posso essere influenzabile anche in altri ambiti e contesti (anche pubblicitari, sì);
al resto del mondo veicola la visibilità del messaggio terroristico (già abbondantemente pubblicizzato da patinate riviste).
Tutti coloro che hanno modificato il proprio profilo con la bandiera francese strategicamente offerta da Facebook lo hanno fatto per esternare i propri sentimenti e io non mi permetto di discuterne l’intento, ne’ di criticarlo, anzi… ma è bene sapere che dietro c’è molto di più.
In rete c’è anche chi condivide inconsapevolmente bufale, titoli di giornale un po’ sciacalli, e chi condivide le stesse cose consapevolmente, per condannare chi le ha diffuse. Il risultato è che in ogni caso la voce dei loro autori si sparge e si amplifica.
Fate attenzione, là fuori. Fate il vostro gioco, non quello degli altri.
Un’ennesima conferma dell’importanza di fare attenzione a ciò che si condivide e con chi lo si condivide sui social network. Ora l’ha avuta – avendolo imparato a proprie spese – la signorina Chantelle, che alla Melbourne Cup aveva scommesso 20 dollari su Prince of Penzance, vincendone 825. Per la felicità, prima di riscuotere la vincita, si è scattata un selfie mettendo in evidenza il ticket della scommessa. Quando si è presentata all’incasso, però, ha amaramente scoperto che la vincita era già stata riscossa da una persona che ha presentato il codice a barre corrispondente al ticket vincente. Uno dei suoi amici di Facebookl’aveva anticipata, non certo per farle un favore, ma per intascarsi gli 825 dollari!
Testo del messaggio vago, generico e senza alcun presupposto (non fa seguito a nulla che il destinatario si aspetti). Quelle in rosso sono mie aggiunte.
Sono tutti fattori che portano ad un unico risultato: phishing, un’esca per far abboccare chi riceve il messaggio, una trappola in cui è opportuno non cadere. Cliccando sull’allegato (o su un eventuale link) per aprirlo, si attiva qualcosa di malevolo.
CESTINATELO. Sempre. Senza se e senza ma, direbbe qualcuno.
Da non credere! E quindi da evitare… (questa è la versione breve, di seguito mi spiegherò meglio).
Apparentemente allettante e da non perdere, questa super occasione che compare su web cliccando su alcune pagine farcite di pubblicità attirerà facilmente l’attenzione di tante persone. Ricordando però che – anche su Internet – nessuno regala niente per niente, prima di cedere alla tentazione di rispondere all’invito, è opportuno chiedersi cosa realmente ci sia dietro. O… sotto.
Con un altro pc, dopo aver visto quella pagina segnalatami da un amico, ho aperto il browser e digitato lo stesso indirizzo web che mi aveva portato a quell’invito che dichiarava 01 possibilità rimanenti per partecipare al test del nuovissimo iPhone 7. Per scoprire che le possibilità rimanenti erano addirittura aumentate!
E’ già sufficiente questa “verifica” per capire che quel conteggio non è il numero delle possibilità rimanenti che diminuisce in tempo reale con l’aumentare delle adesioni, ma è semplicemente un numero che diminuisce in modo predefinito, programmato per indurre l’utente ad aderire in tutta fretta per non perdere la (presunta) succosa opportunità.
Sotto c’è un questionario da panico. Dopo la prima domanda (Possiedi già un prodotto Apple?), l’utente si vede chiedere quale funzione gli piacerebbe trovare sul nuovo iPhone 7, potendo scegliere tra “Schnurlos Ladung” e “HD Bildschirm”. Dopo un altro paio di domande più o meno attinenti all’argomento, segue una fase di controllo delle risposte date, prima di arrivare alle congratulazioni per essere riusciti ad essere inseriti tra i partecipanti al test e al ringraziamento, reso tangibile di ricevere gratuitamente un iPhone 6. Prima di procedere, però, si riceve la richiesta di cliccare su un link con questa frase:
Inserisci il tuo numero di telefono corretto e il PIN alla pagina seguente per ricevere un regalo tuo iPhone 6. Le scorte sono limitate, quindi affrettatevi!
Cliccando sul link si trova questo:
Offerta Limitata! Servizio in abbonamento! Il tutto in una schermata visualizzata solo parzialmente. Solo scorrendo verso la parte inferiore si scoprono le condizioni del servizio in abbonamento a cui l’utente aderirà, se inserirà i dati richiesti, vedendosi poi addebitare 5,08 euro alla settimana.
L’unica certezza che avrà l’utente sarà un addebito settimanale.
P.S.: del nuovo iPhone 7, ovviamente, non si sa ancora nulla di ufficiale
Mi sono letto la sentenza della Corte Europea su Facebook e, a mio avviso, di clamoroso non ha proprio niente. In pratica decade quell’accordo denominato Safe Harbour e quindi ora un Garante della Privacy di uno stato UE può disporre la sospensione di un trattamento di dati personali effettuato negli Stati Uniti quando quel trattamento non è conforme alle norme europee. In realtà non so se questa sentenza abbia il potere di annullare quell’accordo, ma in ogni caso – finché non viene emesso un provvedimento di sospensione – un trattamento viene considerato conforme fino a prova contraria. Niente di spaziale, dunque, anche se probabilmente crea un precedente utile per future azioni legali che potrebbero essere aperte per casi specifici.
Per l’Italia non ci sarebbe nulla di nuovo, dato che in merito all’autorizzazione del 2001 derivante dal Safe Harbour, già all’epoca il Garante diceva appunto:
Sulla base dei principi fissati dalla Commissione europea, il Garante, preso atto della dichiarazione comunitaria di adeguatezza del livello di protezione garantito dalle organizzazioni aventi sede negli Stati Uniti d’America ed aderenti al c.d. accordo del “Safe Harbor”, ha autorizzato il trasferimento dei dati personali dall’Italia verso gli U.S.A.; il Garante si è riservato di svolgere i necessari controlli su trasferimenti di dati e su connesse operazioni di trattamento, nonché di adottare eventuali provvedimenti di blocco o di divieto di trasferimento.
Al netto di violazioni delle condizioni di utilizzo di un servizio, che ogni utente sottoscrive al momento dell’adesione, resta ferma la cacofonia concettuale di rivendicare il rigoroso rispetto della privacy verso chi gestisce una piattaforma di social network a scopo di lucro, il cui obiettivo di business si basa sul ricevimento e la condivisione di informazioni con privati e aziende.
E’ attendibile? Secondo me no. Eppure a lanciarlo è Leggo, una testata giornalistica italiana, che rilancia – riassumendolo – un articolo del Mirror, una testata britannica, che cita la tesi di un ricercatore, il professor Robert Walsh. Tuttavia il Mirror, pur cedendo alla tentazione di un titolo ansiogeno, spiega anche come alla NASA non sia sfuggita questa catastrofe imminente, perché semplicemente non ci sarà. Se ci fosse stata una minaccia come quella descritta, sarebbe stato impossibile non rilevarla. Lo conferma lo stesso professor Walsh.
Fare informazione implica una responsabilità molto seria verso i destinatari delle notizie che vengono diffuse senza un reale controllo, e la responsabilità non si sposta di un millimetro quando la notizia è tratta da altre fonti. Titolo e immagini della notizia trasmettono un messaggio di impatto diverso rispetto all’articolo. Ergo, mai fermarsi a leggere titoli e a guardare le figure.
Qualche settimana fa, parlando di (in)sicurezza, avevo citato il casoAshley Madison, il sito web per incontri clandestini a cui sono stati carpiti i dati personali di oltre 30 milioni di utenti. Nei giorni scorsi sono state rese note le password più utilizzate da una parte degli iscritti.
Se tanto mi dà tanto, mettendo insieme le password più universali con quelle più aderenti al contesto (ma comunque prevedibili), si forma un elenco che è uno specchio della (scarsa) consapevolezza dell’importanza delle password. Non parlo solo di chi è iscritto ad Ashley Madison, ma della generalità degli utenti.
Anche da questo punto di vista ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli: affidare la sicurezza delle proprie informazioni personali a una password come 123456 è alquanto puerile e ridicolo.
Se questa situazione vi ricorda quanto già visto in altri casi (come con The Fappening), siete sulla buona strada per capire che sarebbe ora di pensare meglio alla sicurezza delle proprie informazioni personali.
Le bufale esistono da prima che esistesse il world wide web, che però consente loro una propagazione più agevole, amplificata ulteriormente con l’avvento dei social network, al punto che esse entrano in circolazione, si mimetizzano tra le notizie e non vengono riconosciute.
Naturalmente per bufale intendo notizie false, senza fondamento, diffuse per scopi distanti dal fare informazione.
Ma è così difficile identificare una bufala? A volte sì, ma spesso no. Molte hanno caratteristiche ripetitive, che si ripetono di bufala in bufala. Ad esempio l’assenza delle fonti, la citazione di dichiarazioni inesistenti e non riscontrabili, l’utilizzo di termini gergali e poco attendibili. Quasi sempre trattano un argomento di forte impatto (salute, economia, politica) e toccano corde facili per catturare con immediatezza l’attenzione delle masse di lettori che – colpiti dall’argomento – contribuiscono a loro volta alla loro propagazione, condividendola quanto più possibile. Quelle verosimili sono più difficili da riconoscere, ma documentandosi si può arrivare a capire qualcosa di più.
Il problema sta nella condivisione acritica: c’è chi partecipa al passaparola semplicemente dopo aver letto un titolo ma non l’articolo, c’è chi lo legge – superficialmente o con attenzione – e poi lo condivide, e c’è chi lo diffonde aggiungendo proprie considerazioni. In moltissimi casi lo si fa ritenendo che la fonte sia attendibile e senza porsi domande. Per evitare di diventare complici inconsapevoli degli spacciatori di bufale talvolta è sufficiente porsi una prima domanda: da dove proviene ciò che sto leggendo? E’ una fonte attendibile? Cita fonti verificabili, oppure parla di qualcosa che può avere riscontri?
Ad esempio, io ho rilevato che se la notizia è vaga e racconta un aneddoto senza dettagli, quasi sempre è inattendibile. Se vi leggete “lo ha dichiarato il ministero …” oppure “lo ha reso noto l’ente…”, diventa abbastanza facile verificare (è sufficiente cercare l’argomento sul web, ad esempio sul sito web di quel ministero, o di quell’ente). Quindi, se ritenete giusto condividere una notizia perché l’argomento vi sta a cuore, è altrettanto giusto spendere qualche secondo in più per fare una prima verifica e capire se condividerla è un’azione utile alla collettività, oppure se è utile solo a chi l’ha pubblicata. Ritenete di non avere gli strumenti per verificare? Ve la faccio ancora più semplice: in un motore di ricerca, digitate la parola “bufala” seguita dal titolo della notizia roboante che state leggendo.
La bufala è sostanzialmente un amo, gettato da qualcuno che vuole solo pescare la maggior attenzione possibile. Alle spalle di questo primo obiettivo c’è il vero scopo: la ricerca della visibilità, del consenso politico, oppure del vantaggio economico (“cliccate sulle pubblicità presenti sulle mie pagine, tanto mi fanno guadagnare un tanto al click”). Abboccare all’amo significa diffondere informazioni fasulle favorendo interessi altrui, alimentati in modo ingannevole, senza ottenere alcun vantaggio reale. Vale la pena lavorare gratis per favorire altri, sacrificando la propria faccia?