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Tecnico informatico, sono stato consulente aziendale per la gestione dei sistemi informativi e di telecomunicazioni e ho lavorato in realtà di ogni dimensione (dalle PMI alle multinazionali). Attualmente mi occupo dei sistemi informativi e di telecomunicazioni di un gruppo industriale. Oltre alla mia attività professionale, collaboro con varie testate e siti di informazione tecnologica. Computerworld e Punto Informatico sono le testate specialistiche con cui in passato ho collaborato molto frequentemente, mentre ora mi occupo sempre di tematiche tecnologiche per The New Blog Times, il primo blornale italiano dedicato a tecnologia e scienza, e per il Corriere delle Comunicazioni in relazione all'iniziativa AgendaDigitale.eu. Collaboro con RCI Radio.

Pirateria e analfabetismo funzionale, il rapporto che non c’è

Ho stima di Gianluca Nicoletti, e ho letto con interesse – pur non condividendola – la sua tesi pubblicata da La Stampa in cui ipotizza l’esistenza di un rapporto tra pirateria e analfabetismo funzionale da social network:

Venti milioni circa d’italiani scaricano e guardano illegalmente film e serie tv. Lo dice il rapporto Ipsos voluto dalla Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali. Sarebbe interessante scoprire quanto l’esercito dei ladri di opere audiovisive possa combaciare con gli analfabeti funzionali che si stanno impossessando dei social network. Sarebbe desolante una provata convergenza tra chi disprezza il concetto di proprietà di un’opera con chi si sente in diritto di distruggere il senso della condivisione costruttiva, che era alla base di ogni filosofia che ha dato origine alla rete. Entrambe le categorie sono espressione di subcultura digitale: i pirati mettono in crisi il mercato della creatività, in nome di una sorta di becera rivisitazione del concetto di proprietà. “È mio quello che riesco a prendermi”. Gli analfabeti funzionali fanno regredire il senso della partecipazione verso l’oscurantismo e la superstizione, in nome di una arrabattata teocrazia che proclama: “È vero, perché lo dice la Rete”.

E’ un tema più articolato di quanto venga presentato in queste righe e per questo ritengo non possa essere ridotto ad una criminalizzazione generalizzata. Quella che viene definita “pirateria” è, in buona parte, un effetto dell’evoluzione del mercato dei contenuti audiovisivi e multimediali e dei suoi canali di diffusione, in cui si muovono operatori che ancora oggi non riescono ad allinearsi a questa trasformazione. Il “problema” verrà affrontato seriamente – e la soluzione sarà sempre più vicina – quando il pubblico non verrà costretto a comprare, con abbonamenti onerosi, pacchetti con contenuti sovrabbondanti alle proprie esigenze, e sarà in condizioni di accedere al singolo contenuto che effettivamente desidera (una serie tv, una stagione, o anche un solo episodio), reso agevolmente disponibile sia doppiato che in lingua originale (opzione sempre più richiesta, ma non sempre adeguatamente accessibile).

Non sono affatto convinto che questa tematica di mercato si possa sovrapporre all’aumento dell’analfabetismo funzionale da social network, intendendo con questa etichetta identificare la declinazione social dell’italiota medio caratterizzato da spiccata ignoranza. Se esistesse questo legame, si potrebbe pensare che il contrasto a questo fenomeno sociale possa risolvere il problema della pirateria (!). In realtà mi sfugge anche come sia possibile quantificare gli italiani che scaricano e guardano illegalmente contenuti audiovisivi e multimediali. E’ vero, lo dice il rapporto Ipsos che, come non dimentica Nicoletti, è stato voluto dalla Fapav – Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali – che lo ha commissionato “per avere una panoramica completa sul complesso fenomeno della pirateria audiovisiva e stimarne l’incidenza e i danni causati in Italia”.

Da una sintesi di questa stima di parte sembra emergere una trasformazione della pirateria, in calo per i film e in aumento per le serie tv, con una considerazione non trascurabile:

“Noi chiediamo solo che le norme vigenti vengano applicate”, chiede Federico Bagnoli Rossi, segretario generale della Fapav, facendo riferimento alle sanzioni penali che raramente vengono applicate. Bagnoli Rossi chiama in causa anche i servizi italiani di vendita online di film, Chili Tv tanto per citarne uno, che secondo lui aiuterebbero a combattere il fenomeno. Peccato che i prezzi applicati, da loro come da altri fra i quali iTunes della Apple, siano in genere talmente alti da rendere l’acquisto su digitale privo di senso. E peccato anche che l’offerta di servizi “accessibili e dai prezzi accettabili” che permetterebbe di combattere la pirateria sia arrivata da oltreoceano quando era chiaro da anni che sarebbe stata l’unica risposta praticabile.

In realtà, almeno dal mio punto di vista, laddove esisterà in modo diffuso un’offerta di servizi “accessibili e dai prezzi accettabili”, la pirateria non avrà ragione di esistere – o quantomeno avrà proporzioni molto limitate – e quindi non dovrà nemmeno essere combattuta. L’analfabetismo funzionale (e non solo da social network) invece deve assolutamente essere contrastato, con la cultura del rispetto e con la corretta informazione.

 
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Pubblicato da su 7 giugno 2017 in news

 

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Il dito sta alla luna come #Covfefe sta a…?

Mentre molti stanno a ridere e inventarsi visibilità riflessa per il tweet con cui Donald Trump ha scritto “Despite the constant negative press covfefe” (stampa inclusa, che sta dando ampio spazio a quel “covfefe” che appare come un evidente errore di digitazione), un più ristretto numero di osservatori rileva che il presidente americano sembra intenzionato a sfilare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima.

Gli accordi prevedono l’impegno, sottoscritto da circa 200 nazioni, alla graduale riduzione delle emissioni di gas serra, allo scopo di contenere l’aumento delle temperature medie globali «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi». Gli USA, che rappresentano il secondo più importante attore inquinante al mondo (il primo è la Cina), avevano sottoscritto un obiettivo di riduzione – entro il 2025 – delle emissioni nocive del 26-28% dai livelli del 2005.

Quindi, volendo, quel “covfefe” può anche essere interpretato come interpretazione americana dell’impegno sottoscritto agli accordi di Parigi. Praticamente una supercazzola.

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2017 in news

 

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Contro il terrorismo si possono lanciare anche spot pubblicitari

Esperimento notevole, quello della compagnia telefonica kuwaitiana Zain, che in uno spot pubblicitario destinato al Medio Oriente – realizzato con una produzione da vero e proprio video musicale – inserisce un’operazione di sensibilizzazione sul rapporto tra religione e atti terroristici.

Fra gli “attori”  compaiono persone sopravvissute ad attentati terroristici, ma nel video c’è anche un chiaro riferimento al piccolo Omran Daqneesh, estratto superstite dalle macerie di un palazzo colpito da un bombardamento ad Aleppo, in Siria. Questa “contaminazione” ha suscitato molte critiche perché il bambino non fu vittima di un attacco jihadista, tuttavia le “contaminazioni” non mancano nemmeno nell’ambito della guerra civile siriana, in cui – a fianco del Free Syrian Army (l’Esercito Siriano Libero formato dagli oppositori di Bashar al-Assad) – si sono schierati altri gruppi presuntamente fondamentalisti, come il fronte al-Nusra.

Al netto del suo carattere “pubblicitario”, iniziative come questa dovrebbero ispirare altre realtà o istituzioni ed essere prese come stimolo alla riflessione e alla discussione sul rapporto tra religione e terrorismo, oltre che sul coinvolgimento di innocenti, adulti o bambini che siano, in un contesto bellico condizionato da spinte presuntamente religiose e concretamente mosse da interessi molto più materiali. Il sogno da realizzare è vedere sempre più persone in grado di alzare la testa e prendere le distanze da quelle forme di radicalizzazione che portano ad uccidere e uccidersi in nome di una religione.

 
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Pubblicato da su 30 maggio 2017 in news

 

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Don’t WannaCry

Se quest’immagine non vi è nuova – perché è comparsa su un vostro computer – probabilmente avete già familiarizzato con il nuovo incubo informatico WannaCry, in cui le vittime vengono colpite da un ransomware (un software malevolo che, una volta installatosi, cripta i file presenti sul computer, che possono essere “liberati” solo dietro pagamento di un riscatto, il ransom appunto). Dentro WannaCry c’è l’exploit di vulnerabilità Eternal Blue, sviluppato dalla NSA, l’intelligence americana, e in seguito trafugato da un gruppo che si cela sotto il nome Shadow Brokers. Alla base c’è quindi la possibilità di sfruttare una vulnerabilità dei sistemi Windows, che però Microsoft aveva già scoperto e “tappato” con alcuni aggiornamenti, disponibili online.

Di conseguenza, i computer infetti sono macchine Windows non adeguatamente aggiornate. E là fuori esistono ancora tanti, troppi computer ancora dotati di Windows XP, escluso dagli aggiornamenti Microsoft da tre anni, ma ciò nonostante ancora pesantemente presente nel mondo, tanto da “costringere” il produttore a pubblicare – insieme agli update per i sistemi supportati – un aggiornamento di sicurezza straordinario anche per chi non ha ancora abbandonato questo sistema operativo in circolazione dall’ottobre 2001.

Aggiornate i vostri computer, effettuate backup, aggiornateli con la maggior frequenza possibile e conservateli in sicurezza. Saranno la vostra ancora di salvezza in caso di infezione. L’altro consiglio, a monte, è a carattere preventivo: non cliccate su link o allegati veicolati da mail di cui non siete assolutamente sicuri.

E’ questo ciò che accade quando si sottovaluta l’importanza degli aggiornamenti e la vetustà di sistemi che non vengono adeguati perché “finora ha sempre funzionato bene così”.

 
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Pubblicato da su 13 maggio 2017 in security

 

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Lo strano caso dei cataloghi di profili Facebook di donne single

Pubblicare un Catalogo profili Facebook di donne single della provincia (uno per Lecco e uno per Monza e Brianza) è stata – sotto ogni punto di vista – un’idea inopportuna ed infelice. Astenendomi in questa sede dall’esprimere giudizi di altro genere in proposito, non mi soffermo a discutere dell’effettivo intento che può aver spinto l’autore a comporlo e pubblicarlo: a lui spettano le spiegazioni, a noi decidere se credergli o meno. Accantono anche le motivazioni avanzate da alcune donne che denunciano una violazione dei propri diritti: in questo ambito la situazione è sicuramente tanto eterogenea quanto lo sono gli obiettivi di chi si dichiara single su Facebook (se è vero che esistono utenti che vogliono attirare l’attenzione, è altrettanto vero e comprensibile che non tutte gradiscano che questa condizione abbia una visibilità amplificata o globale).

Oggettivamente si tratta di una raccolta di informazioni personali reperibili su Facebook, relative a profili femminili di utenti che si sono dichiarate single, sia maggiorenni che minorenni: al social network è infatti consentita l’iscrizione ad utenti con età minima di 13 anni, ma – essendo facile eludere i controlli in merito – è possibile trovare iscrizioni di utenti ben più giovani. In ogni caso si tratta di una fascia di età delicata, in cui la maturità e la consapevolezza delle conseguenze di questa esposizione mediatica non sono affatto scontate e – indipendentemente dall’irresponsabilità altrui – una persona maggiorenne e vaccinata non può non tenerne conto, prima di far uso delle informazioni personali di altre persone.

Poco importa, quindi, che nell’introduzione si legga «Tutti i dati riportati erano presenti in pagine internet pubblicamente accessibili con la sola condizione di possedere un account Facebook». Questa raccolta di dati personali è stata messa in vendita, con il nome di “Catalogo” (che per sua natura è una pubblicazione da sfogliare e da cui “scegliere”), e che in copertina riporta la scritta «Al costo di un singolo drink! Quanto tempo impiegheresti per cercarle tutte?». Inoltre i profili sono corredati da foto, i cui diritti di utilizzo sono dell’utente e di Facebook, nella misura stabilita dall’utente nelle impostazioni che ha fissato per la pubblicazione e condivisione dei contenuti. Non facciamoci ingannare dal fatto che giornali e telegiornali attingono a piene mani dai profili Facebook delle persone di cui parlano in cronaca: la possibilità di diffondere informazioni non contempla ciò che è coperto da diritti di proprietà intellettuale degli utenti.

Testi e immagini condivisi su un social network rientrano a pieno titolo in questa fattispecie, come spiegato dalla giurisprudenza. Rassegnarsi e assuefarsi a questo abuso è sbagliato e rende moralmente complici di chi lo compie. L’articolo 167 del Codice della Privacy prevede fino a tre anni di reclusione per chi esercita un trattamento illecito di danni personali. Anche le Condizioni di uso di Facebook parlano chiaro: l’accesso ai dati condivisi in modalità “pubblica” è per chiunque, ma non è consentito raccogliere contenuti o informazioni degli utenti senza autorizzazione. Se non ne è consentita la raccolta e il trattamento, come potrebbe esserlo la diffusione in una pubblicazione indipendente?

 
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Pubblicato da su 12 maggio 2017 in news

 

Raccolta differenziata, vale anche per le notizie

“Il topo mangia baguette nel bar dell’aeroporto”: Corriere TV oggi ha corredato con queste parole un video già pubblicato da numerosi altri siti web, tutti concordi nel definirlo come un filmato girato al Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino. Il TG5, nell’edizione odierna delle 20.00, arriva addirittura ad inserirlo in un servizio relativo al degrado in cui è caduta la Capitale: lo si vede prima nel sommario (00:51) e poi nell’ampio spazio dedicato allo “sfascio di Roma” (05:07), mentre la voce del giornalista Luca Gentile spiega “Chi atterra a Fiumicino può incontrare un topo che assaggia una baguette dalla vetrina di un bar”. Peccato che nessuno, tra coloro che lo hanno pubblicato, si sia accorto che quel video non è stato girato a Fiumicino. 

Nella vetrina, accanto al topolino intento a rosicchiare la baguette, sono presenti infatti i cartellini che descrivono i panini esposti. Il video non si sofferma sulle indicazioni, ma è sufficiente qualche rapida occhiata per scoprire che le scritte sono in francese. Su Quoidenews.fr si trova la versione originale, girata inequivocabilmente in una boulangerie francese. Nel 2015. Quindi il fatto che sia riferito all’aeroporto di Fiumicino è falso, nonché diffamatorio per le attività di ristorazione presenti.

Sia chiaro che questa bufala non alleggerisce nemmeno di un grammo il peso della situazione di una Capitale che ha necessità di ordine, ma appunto in quanto bufala non dovrebbe essere presa come riferimento informativo da nessuno, tantomeno da testate giornalistiche di livello nazionale.

Anche chi raccoglie informazioni deve saper differenziare tra materiale utile e inutile, tra merce pregiata e pattumiera. Se si mescola tutto insieme e lo si propina al pubblico senza il rispetto dei criteri minimi di attendibilità e autorevolezza, si contribuisce al degrado e si perde credibilità.

 
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Pubblicato da su 6 maggio 2017 in news

 

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Chiamate indesiderate: per il Senato vanno liberalizzate

In Senato è stato presentato e approvato un emendamento al decreto legge sulla concorrenza, con l’obiettivo di regolamentare le chiamate indesiderate provenienti da servizi di telemarketing selvaggio. “Finalmente”, si potrebbe dire. E invece no, dal momento che il testo dell’emendamento, anziché frenarle, le permette. Perché è stato scritto con i piedi.

L’emendamento – proposto dai senatori Castaldi, Girotto e Petrocelli – prevede un’integrazione all’art. 130 del codice della Privacy, con l’inserimento del comma 4-bis che avrebbe questo testo:

Gli operatori e i soggetti terzi che stabiliscono, con chiamate vocali effettuate con addetti, un contatto anche non sollecitato con l’abbonato a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale, hanno l’obbligo di comunicare all’esordio della conversazione i seguenti dati:

– gli elementi di identificazione univoca del soggetto per conto del quale il contatto avviene;

– l’indicazione dello scopo commerciale o promozionale del contatto

A questo andrebbe aggiunto il seguente comma 4-ter:

Il contatto è consentito solo se l’abbonato destinatario della chiamata, a seguito della comunicazione di cui al comma 4-bis, presta un esplicito consenso al proseguimento della conversazione.

Questa frase consente quindi all’operatore di chiamare un utente, neutralizzando il principio del consenso preventivo che è, ad esempio, il fondamento su cui si basa il Registro delle Opposizioni (che già è limitato, in quanto valido solo per i numeri pubblicati dagli elenchi telefonici) e, di conseguenza, l’unica possibilità consiste nel rispondere la chiamata e negare il consenso, affinché successivamente non si ricevano chiamate per promozioni di quell’azienda, ovvero di quel “soggetto per conto del quale il contatto avviene”, come dice il testo della norma. Quindi, se un operatore di telemarketing ci chiamerà per parlarci delle offerte promozionali dell’azienda Acme e noi negheremo il consenso, secondo questa legge non sarà più possibile ricevere chiamate promozionali dell’azienda Acme. Ma di altre aziende, finché non negheremo loro esplicitamente il consenso, di volta in volta.

Questo testo, incassato l’ok dal Senato, dovrà essere ora vagliato alla Camera. Che speriamo vi ponga rimedio bocciandolo, imponendo il consenso preventivo ed eventualmente proponendo che il Registro delle Opposizioni sia realmente efficace e valido per tutti gli utenti, di telefonia fissa o mobile.

 

 
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Pubblicato da su 5 maggio 2017 in brutte figure, diritto, telefonia

 

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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Dopo aver sfruttato per anni la viralità dei contenuti condivisi dagli utenti, indipendentemente dalla loro attendibilità o ingannevolezza, Facebook ha varato una campagna contro la diffusione delle notizie false – o fake news – e a favore della loro individuazione. Ieri sera ho ricevuto la notifica di questo decalogo diffuso dal social network, che snocciola i suggerimenti da seguire per riconoscere una notizia falsa.

Niente che da queste parti non sia già stato detto, ma soprattutto niente che non riguardi il mondo dell’informazione nel suo complesso, e non semplicemente Facebook, che a queste conclusioni pare sia arrivata solo grazie alla collaborazione con MondoDigitale.org.

Meglio tardi che mai, ma l’operazione non annulla l’opportunismo di Facebook, che per anni ha fatto leva sulle dinamiche sociali che favoriscono la condivisione acritica di informazioni incontrollate, con l’obiettivo primario di accrescere il bacino di utenza funzionale al business legato alla raccolta pubblicitaria. Questa iniziativa lavacoscienza è un’apparente rinuncia, da parte di Facebook, ad una parte (cospicua) di quelle risorse che hanno reso grande il suo social network.

Evidentemente ora la necessità di mostrare un approccio etico alle problematiche dei social è molto più forte che in passato. Sarebbe il caso di applicarlo davvero anche – anzi, soprattutto – ai famosi standard della comunità, ossia quell’insieme di criteri che Facebook dichiara di applicare nel valutare ciò che viene pubblicato, spesso in modo opinabile.

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2017 in news

 

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Quando la telefonia fissa è mobile

PosteMobile lancia il suo servizio di “telefonia fissa” basato su rete mobile: si chiama PosteMobile Casa e include chiamate a numeri nazionali (fissi e mobili) senza scatto alla risposta, servizio di segreteria telefonica, avviso di chiamata e apparecchio telefonico ad un canone fisso oggi di 20,90 euro da pagare mensilmente.

Il sito aziendale dice ogni quattro settimane, ma sappiamo che Agcom recentemente ha stabilito che per la telefonia fissa i periodi di fatturazione devono essere mensili. Benché si parli di telefonia fissa, infatti, è bene sapere che il servizio è completamente basato sull’utilizzo della rete mobile, esattamente come Telefono Fisso di Vodafone: entrambe le compagnie offrono al cliente un telefono cellulare non portatile, in cui è inserita una Sim abbinata ad un numero di telefonia fissa con prefisso del distretto telefonico di residenza. In questo caso la rete è quella di PosteMobile, che opera come operatore virtuale su rete Wind, con tutti i pro e contro che conseguono all’abbandono del cavo della vera telefonia fissa: come per ogni altra utenza che si appoggia ad una rete radiomobile, il servizio non funziona se a casa vostra il cellulare agganciato a quella rete “non prende”. Dal momento, però, che la rete Wind si avvantaggerà delle sinergie derivanti dall’unione con la rete di 3, le probabilità che tale problema si verifichi si ridurranno progressivamente.

Però non chiamatela “telefonia fissa”, eventualmente telefonia domestica.

 

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2017 in telefonia

 

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Ad Agcom non piace il calendario di TIM. Ma a TIM piace quello di Agcom?

L’Agcom (Authority per le Garanzie nelle Comunicazioni) ha deliberato che per la telefonia fissa la cadenza della fatturazione deve essere mensile. Il provvedimento va contro la decisione unilaterale di TIM, che nelle scorse settimane ha comunicato alla clientela un cambiamento nel calendario di fatturazione, suddiviso (dal primo aprile) in tredici periodi di 28 giorni anziché in dodici mesi

Ora vedremo in che misura verrà considerata questa delibera (e quindi anche l’autorità e l’autorevolezza dell’Authority), che fin da subito Assotelecomunicazioni – AssTel ha definito “priva di basi giuridiche”.

Personalmente mi aspetto due scenari alternativi:

  1. la compagnia telefonica ignora la delibera e prosegue nel fatturare ogni 28 giorni, ricorrendo nel frattempo contro la delibera, con azioni legali e/o tramite associazioni di categoria;
  2. la compagnia telefonica accoglie la delibera e fattura mensilmente, ma applicando una tariffa maggiore.
 
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Pubblicato da su 24 marzo 2017 in telefonia, TLC

 

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Cicale, formiche e primati di solidarietà che non esistono

Tutti a puntare il dito per giorni su una presunta offesa ai Paesi del sud dell’Europa e nessuno che rilevi l’infondata presunzione di solidarietà rivendicata (a torto) nella prima frase.

«Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti.

Come socialdemocratico attribuisco un’eccezionale importanza alla solidarietà, ma esistono anche degli obblighi, non si possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto»

(Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze e presidente dell’Eurogruppo)

A me non importa tanto dell’infelicità di quel “non si possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto”, paragone utilizzato a sproposito per esemplificare un comportamento irresponsabile (eventualmente sarebbe stato più appropriato citare La cicala e la formica di Esopo, sebbene il problema sia complesso e non riducibile a mera irresponsabilità, ma le colpe non mancano). Ritengo molto più grave e ingannevole far passare il messaggio che sarebbero stati (solo) i Paesi del Nord ad aver dimostrato solidarietà ai più colpiti: gli aiuti a Cipro, Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia sono arrivati da tutta l’Unione Europea, perché le operazioni di salvataggio sono state finanziate – con svariate centinaia di miliardi – da ciò che è stato versato dai contribuenti di tutti i Paesi europei, poveri e ricchi, viziosi e virtuosi, cicale e formiche. In questo contesto non si può attribuire alcun primato di solidarietà ai Paesi del Nord.

 
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Pubblicato da su 23 marzo 2017 in news

 

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Il test condiviso sui social? Potrebbe nascondere una trappola mangiasoldi

Si presentano come innocui giochini e passatempi sui social network, ma spesso nascondono delle vere e proprie trappole mangiasoldi: sono quei “test” apparentemente innocenti che vengono condivisi a catena da altri utenti, spesso mirati a carpire informazioni personali, ma basta davvero poco per cascare in un tranello ancor più difficile da scoprire e ritrovarsi abbonati (a propria insaputa) ad un servizio a pagamento, pronto ad estorcere immediatamente qualche euro al malcapitato utente. Tra gli incriminati di più recente pubblicazione troviamo quello della velocità visiva, quello che fa scoprire il significato del nome, quello sulle pettinature, quello che abbina i fiori ai segni zodiacali… In molti casi, chi ha provato a sottoporsi – per gioco e in assoluta buona fede – a questi test, si è ritrovato abbonato ad un servizio a valore aggiunto (per chi incassa), che prevede l’addebito di un canone di qualche euro, settimanale o mensile.

Al netto dell’inutilità di questi test, non riscontrando insidie da sottoscrivere, qualcuno – sempre per gioco – potrebbe trovare simpatico parteciparvi comunque, pensando che tanto non costa nulla, perché se fosse previsto l’addebito per un servizio, nelle condizioni e nei termini di utilizzo qualche indicazione dovrebbe essere prevista. Ma è veramente così?

Senza fare molti sforzi, ho dato una rapida occhiata alla mia home su Facebook per trovare qualche condivisione di questo tipo da parte dei miei contatti. In meno di un minuto ne ho trovate un paio che fanno capo ad un unico sito web, il cui nome è leggibile e ben indicato:

Visitando il sito (che sembra essere l’edizione italiana di un sito internazionale, visto quel .it iniziale), in fondo alla homepage si trova un link che porta alla sezione “Termini e condizioni”. Mi aspetterei quindi di trovare le informazioni che mi interessano, ma c’è qualcosa che non mi piace: portando il mouse sul collegamento noto che il browser, in basso a sinistra, indica che il link porta da un’altra parte, sul sito tedesco socialsweethearts.de.

Cliccando, approdo a una pagina in tedesco, di cui esiste anche la versione inglese. Altro elemento che non mi piace: niente che sia scritto in italiano, sebbene sia partito da un sito che propone un gioco/passatempo in italiano a utenti di ogni genere, non obbligati a conoscere una lingua straniera. Nel testo delle condizioni si parla genericamente di servizi che possono essere gratuiti e/o a pagamento, e coloro che avessero dubbi su una qualunque sezione di tali condizioni di utilizzo sono pregati “di consultare un professionista in campo legale prima di accedere e utilizzare il servizio” perché “accedendo o utilizzando il servizio, l’utente dichiara di aver letto, compreso e accettato questi termini”.

Quanto basta per non andare oltre, da qui in poi non serve davvero altro per capire che dietro al test c’è tutt’altro. Per sottoporsi a un test online sul significato del nome, o per sapere “che animale sei quando sei arrabbiata”, ci serve davvero tutto tutta ‘sta regolamentazione?

Se la domanda è troppo lunga la riduco, perché applicando correttamente la proprietà riassuntiva il risultato non cambia: un test online ci serve davvero?

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2017 in news

 

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Vault 7: ultime dalla CIA

WikiLeaks toglie il velo a 8761 file del Center for Cyber Intelligence, ossia quello che potrebbe essere definito il dipartimento Hardware & Software della CIA. Questa mole di documenti è presentata come la più grande pubblicazione di documenti riservati sull’agenzia mai rivelata prima e descrive modalità e strumenti in uso all’intelligence americana per le proprie operazioni, incluso ciò che potrebbe apparire insospettabile: dai malware in grado di attaccare smart tv, smartphone, autoveicoli e tutto il mondo IoT (Internet of Thing, l’Internet delle cose) fino ai cyber-armamenti.

 

In fin dei conti stiamo scoprendo che un ente che si occupa di spionaggio non fa altro che spiare. 

Noi però temiamo i russi

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2017 in news

 

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Phishing scaltro: DNSMessenger

Non si può mai stare tranquilli in rete: ora ci dobbiamo guardare anche da DNSMessenger, un malware che non genera alcun file, ma si attiva direttamente in memoria, partendo dall’apertura di un allegato in formato MS Word (ad esempio un .doc o un .docx) apparentemente ricevuto da un mittente attendibile e controllato da un sistema antivirus (come da immagine).

I dettagli tecnici ve li lascio leggere sul sito di Talos. In breve: qualora il destinatario ceda alla sventurata tentazione di cliccare sull’allegato, attiverà l’apertura di un canale di comunicazione con gli autori del malware, che consentirà loro di catturare informazioni dal computer infetto, senza far scattare allarmi dalla maggior parte dei sistemi di sicurezza.

La raccomandazione è di fare attenzione ai messaggi con file inattesi e non agevolmente verificabili. Un controllo in più con il mittente – prima di aprire l’allegato – potrebbe salvare le vostre informazioni riservate.

 

 

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2017 in news

 

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