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Tecnico informatico, sono stato consulente aziendale per la gestione dei sistemi informativi e di telecomunicazioni e ho lavorato in realtà di ogni dimensione (dalle PMI alle multinazionali). Attualmente mi occupo dei sistemi informativi e di telecomunicazioni di un gruppo industriale. Oltre alla mia attività professionale, collaboro con varie testate e siti di informazione tecnologica. Computerworld e Punto Informatico sono le testate specialistiche con cui in passato ho collaborato molto frequentemente, mentre ora mi occupo sempre di tematiche tecnologiche per The New Blog Times, il primo blornale italiano dedicato a tecnologia e scienza, e per il Corriere delle Comunicazioni in relazione all'iniziativa AgendaDigitale.eu. Collaboro con RCI Radio.

Windows 10 October Update, prima dell’aggiornamento fate un backup

Stando a un buon numero di segnalazioni, vari utenti che hanno provveduto in anticipo all’aggiornamento di Windows 10 lamentano la sparizione di file dalle cartelle Documenti e Immagini, a causa di un bug legato a OneDrive.

L’update verrà rilasciato dalla piattaforma di aggiornamenti automatici Microsoft a partire da martedì 9 ottobre, ma è già possibile ottenerlo direttamente dal sito Microsoft. Onde evitare sorprese, probabilmente è invece opportuno aspettare il normale roll-out. In ogni caso, se non forzate l’aggiornamento, prima del 9 ottobre fate un backup dei vostri dati!

Chi volesse posticipare l’aggiornamento può sospenderlo, aggirando gli automatismi impostati nel sistema operativo: dato che questo update comporta un download piuttosto corposo, è possibile bloccare questo e altri download di dimensioni “importanti” configurando in Windows le impostazioni della connessione a consumo. L’operazione va fatta con la consapevolezza che potrebbero essere impediti aggiornamenti importanti anche per altre applicazioni installate. Chi volesse effettuarla, deve andare su Impostazioni e selezionare Rete e Internet. Dalla colonna sinistra è necessario selezionare Ethernet oppure Wi-Fi (in funzione di quella che si sta utilizzando). Fatto questo, bisogna cliccare sul nome della rete utilizzata per approdare alla pagina delle proprietà. Al paragrafo Connessione a consumo, c’è un interruttore. Attivandolo, si bloccherà il download degli update corposi (come l’October Update).

UPDATE: Microsoft sospende e ritira l’October Update, sia dagli aggiornamenti automatici che dal sito web, che ora è tornato a proporre Windows 10 April 2018 Update

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Pubblicato da su 5 ottobre 2018 in news

 

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TIM Cloud chiuderà i battenti a fine 2018. Senza costi (e ci mancherebbe altro)!

Attivo dal 2011 per i clienti privati TIM, il servizio TIM Cloud sta per chiudere i battenti. Ad annunciarne tristemente la prematura scomparsa – prevista per il 31 dicembre 2018 – è la sezione Comunicazioni e News del sito istituzionale, con una nota dal tono secco e seccante:

Gentile cliente ti informiamo che dal prossimo 31 Dicembre 2018 il servizio TIM Cloud, che consente di memorizzare dati in remoto, verrà cessato senza costi. Ti invitiamo pertanto a  recuperare tutti i tuoi file, che dalla chiusura del servizio non saranno più disponibili sui nostri server, scaricandoli dal sito web https://cloud.tim.it/ e salvandoli sul tuo PC. Per ulteriori informazioni chiama il 119.

Cioè: senza questa precisazione, un utente di questo servizio potrebbe forse pensare che la sua chiusura unilaterale comporti anche dei costi? Eliminano un servizio e lui dovrebbe ringraziare perché glielo chiudono gratis?

 
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Pubblicato da su 1 ottobre 2018 in news

 

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Facebook, 50 milioni di account compromessi da una falla. Sì, un’altra

Analitica

Il 2018 non è finito, e nemmeno i problemi di Facebook con i dati dei suoi utenti: secondo il New York Times, 90 milioni di loro in queste ore sono stati indotti ad autenticarsi per accedere di nuovo al social network, dopo l’attivazione di una procedura di sicurezza da parte dello staff guidato da Mark Zuckerberg, in seguito alla scoperta di una falla che ha compromesso la sicurezza dei dati personali relativi a 50 milioni di account.

Se anche a voi è capitato di dover accedere nuovamente tramite app o da browser, ecco spiegato il motivo. Nel frattempo è stato disattivato il servizio “Visualizza come…” (quello che permette all’utente di sapere come la sua timeline viene visualizzata da un determinato amico).

Le indagini sono tutt’ora in corso ed è probabile che a breve si possa capire qualcosa di più sul problema dichiarato. Cifre e versioni potrebbero cambiare. Ma sembra ormai assodato che, nonostante il caso Cambridge Analitica, Facebook continui a trattare i dati degli utenti con un’ingiustificabile disinvoltura e con un’attenzione inadeguata dal punto di vista della sicurezza delle informazioni.

Nel frattempo, la raccomandazione rimane sempre la stessa: non condividete su Facebook informazioni personali (sia nei dati del profilo che in testi, foto e video) che potrebbero essere sfruttate da malintenzionati. Più in generale, non cedete dati personali come contropartita di qualche servizio o beneficio apparentemente gratuito.

Mantenete sempre la consapevolezza del fatto che nel mondo digitale la sicurezza al 100% non esiste. La riservatezza di ciò che vi sta davvero a cuore non ha prezzo.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2018 in news

 

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Ma si può diventare milionari “via mail”?

Il messaggio ricevuto oggi, di cui riporto solo la parte iniziale, mi notifica una vincita/eredità (?) di 10,3 milioni di dollari, avallata da importantissime istituzioni di rilievo planetario: Federal Reserve Bank of America, ONU, Banca Mondiale, Comitato dei Revisori del Fondo Monetario Internazionale. Nomi talmente altisonanti da annullarne il “sigillo”, citati così mi ispirano meno fiducia di una garanzia firmata da Paperon de’ Paperoni o Rockerduck.

E’ decisamente simile a quelle assurde truffe alla nigeriana (di cui ricordo la classifica compilata da portalino.it tra il 2001 e il 2002, basata sulle segnalazioni di molti lettori, tra cui il sottoscritto) apparentemente incredibili eppure efficaci, stando a quante persone ancora oggi cascano in queste trappolone con mani e piedi.

Dico “apparentemente incredibili” perché un messaggio come quello di cui parlo oggi, con un mittente che millanta di rappresentare una filiale della Citibank di New York che si presenta con due indirizzi che nulla hanno a che vedere con quella banca, di credibile non ha niente. Lo stesso si può dire per questo:

Il mittente mi scrive che è la terza volta che mi invia questa notifica che riguarda una somma di 1,5 milioni di dollari che avrei dimenticato (sconsideratamente, aggiungerei io, ma lui non si permette) sul conto di una mia carta Visa che il precedente direttore di questa UBA Bank, anziché consegnarmela, avrebbe trattenuto per suo uso personale. Anche qui l’indirizzo da cui sembra provenire il messaggio ha poco a che vedere con la UBA Bank, anzi è più simile al mittente del messaggio precedente…

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2018 in news, truffe&bufale

 

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È il momento di migliorare la raccolta differenziata delle notizie

Ma quanto è deprimente vedere un aggregatore di notizie – quale si definisce Google News – privilegiare offerte commerciali nella sezione “Scienze e tecnologie”. Certo, sono informazioni relative all’utilizzo di dispositivi tecnologici, ma nello specifico si parla di opzioni e piani tariffari per il traffico telefonico voce e dati e, più in generale,dell’evoluzione del mercato dei servizi offerti dalle compagnie telefoniche: la correlazione tra mercato ed evoluzione tecnologica non è sicuramente un aspetto trascurabile, ma vedere ogni giorno – nella pagina simboleggiata dal microscopio – novità tariffarie e videogiochi che “scavalcano” argomenti scientifici e tecnologici mi fa pensare che forse è il momento di chiamare le cose con il loro nome.

Ne riparleremo quando la stessa attenzione sarà rivolta – ad esempio – al mondo dell’automotive e riguarderà gli aggiornamenti tariffari delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici, che Enel ha pianificato di installare (2.500 entro l’anno, 14mila entro il 2022). La diffusione di questa notizia è partita tre giorni fa, ma in Google News non è riuscita a guadagnarsi il rilievo giornaliero che il mondo dei telefonini mantiene in modo costante.

 
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Pubblicato da su 25 settembre 2018 in news

 

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Non diffondete codici a barre e qr con i vostri dati personali

Senza entrare inutilmente nel merito della polemica sui biglietti “Economy” acquistati dal ministro Luigi di Maio per recarsi in Cina, porrei l’attenzione su un problema di sicurezza che spiega perché pubblicare in quel modo le immagini di biglietti aerei – seppur in nome di una sacrosanta trasparenza – non è affatto una buona idea: oltre alla classe del biglietto, è stato pubblicato in modo trasparente anche il QR code presente sulla sinistra, dalla cui lettura, oltre ai dati del volo, possono emergere informazioni personali (nome, parte dei contatti come indirizzo mail e numero di telefono, riferimenti dello strumento di pagamento). Basta avere un lettore di QR code, disponibile anche in forma di app per smartphone, per ottenerli senza nemmeno correggere l’inclinazione dell’immagine pubblicata. Attenzione!

 
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Pubblicato da su 21 settembre 2018 in news

 

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Occhio al mittente (e al messaggio)

Sono anni che riceviamo messaggi palesemente malevoli come quello riportato in figura, eppure c’è ancora chi ci casca. Per cui nessuna meraviglia se c’è anche chi sprofonda nella trappola indicata oggi dalla Polizia delle Comunicazioni:

È in corso massiva attività di spamming a scopo estorsivo con l’invio di email in cui gli utenti vengono informati dell’hackeraggio del proprio account di posta elettronica ad opera di un gruppo internazionale di Criminali. L’account sarebbe stato hackerato attraverso l’inoculamento di un virus mentre venivano visitati siti per adulti. Da qui scaturisce la minaccia di divulgare a tutti il tipo di siti visitati e la conseguente richiesta di denaro in criptovaluta.

Il messaggio indicato dalla Polizia generalmente si presenta così:

Salve!

Come avrai già indovinato, il tuo account xxxxxxx è stato hackerato, perché è da lì che ho inviato questo messaggio  🙁

Io rappresento un gruppo internazionale famoso di hacker.
Nel periodo dal xx.yy.2018 al xy.yz.2018, su uno dei siti per adulti che hai visitato, hai preso un virus che avevamo creato noi.
In questo momento noi abbiamo accesso a tutta la tua corrispondenza, reti sociali, messenger.
Anzi, abbiamo i dump completi di questo tipo di informazioni.

Nel seguito del messaggio, arriva la richiesta di estorsione, pena la diffusine di tutte le peccaminose informazioni.

In realtà non c’è niente di vero in quelle mail. Quindi, chi ci casca? Un utente che, oltre a non essere troppo smaliziato da capire che si tratta di un’esca, ha visitato – magari una tantum – un sito per adulti. Si tratta di una possibilità ampiamente concreta, perché i siti web vietati ai minori sono tra i più frequentati al mondo. Pertanto, nell’affollato e pescoso mare degli utenti, non è affatto difficile trovare qualcuno che abbocchi facilmente al phishing (espediente per indurre un utente a compiere un’azione apparentemente innocua, ma in realtà foriera di disastri).

Non credete a tutto ciò che ricevete via mail, soprattutto quando l’utente è sconosciuto, o addirittura quando il mittente siete voi (e non vi risulta di aver spedito a voi stessi quel messaggio)! 


 
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Pubblicato da su 20 settembre 2018 in news

 

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Giusto vietare le chat “insegnanti-genitori”?

Stop alle chat tra insegnanti e genitori: a Monte San Savino (AR) non sarà più possibile utilizzare WhatsApp come strumento di comunicazione con la scuola. Motivo: il continuo susseguirsi di messaggi di testo, note vocali, foto e video genera grande confusione. Pertanto si dovrà tornare al convenzionale rapporto con i rappresentanti di classe, su cui convergeranno le comunicazioni tra scuola e famiglie.

Bene, ma non benissimo. Per principio io sono contrario ai divieti di utilizzo della tecnologia a scuola, tanto più nella nostra scuola italiana, così bisognosa di investimenti in risorse nel digitale. Sono però altrettanto contrario all’utilizzo di strumenti tecnologici senza l’appropriata educazione ad un impiego virtuoso e utile. In questo senso, WhatsApp e qualunque altra app di messaggistica mainstream (medesimo discorso vale anche per Telegram, per dire) si prestano ad un uso indipendente e disinvolto perché sono strumenti di comunicazione diretta ampiamente diffusi presso tutte le categorie di utenti per la loro immediatezza, nonché per il fatto di essere gratuiti.

Certo, nel contesto di un gruppo “Insegnanti – famiglie” potrebbe essere sufficiente fissare e rispettare alcune regole basilari per limitare la dispersività delle conversazioni, ma la dinamica delle chat favorisce il superamento di quei limiti che dovrebbero permettere di mantenere il dialogo nell’ambito dei binari prefissati: è alquanto difficile pensare di stabilire quali siano gli argomenti trattabili e quelli da evitare, perché ognuno ha una personale concezione del buon senso (talvolta molto limitata) e in un gruppo eterogeneo di persone può essere sorprendentemente facile trasformare in pochi secondi una conversazione garbata in una caciara H24.

Senza rinunciare all’impiego virtuoso della tecnologia, esistono già strumenti utilizzabili nelle comunicazioni tra scuola e famiglia. Fra questi, ad esempio, c’è già il registro elettronico consultabile anche da app, in cui la scuola può agevolmente inserire comunicazioni da far pervenire direttamente ai genitori. Questo strumento potrebbe essere integrato con una piattaforma di messaggistica in grado di dare la possibilità agli insegnanti di inserire, sempre per fare un esempio, messaggi che non prevedano risposta (alla stessa stregua di un post con i “commenti chiusi”), oppure che diano la possibilità di rispondere o inserire altri messaggi in determinati orari (non di lezione).

In mancanza di serie alternative a quanto utilizzato in precedenza, il divieto stabilito rischia di scatenare la sotterraneità delle polemiche, con i genitori che proseguiranno ad utilizzare la chat senza la partecipazione degli insegnanti, anzi potendo parlare “tranquillamente” alle loro spalle. E con una tecnologia in attesa solo di essere sfruttata cum grano salis nel modo migliore possibile.

 
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Pubblicato da su 3 settembre 2018 in istruzione, scuola

 

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Google – Mastercard, accordo segreto per tracciare le transazioni (dice Bloomberg)

Stando a quanto riportato da Bloomberg, Google avrebbe siglato con Mastercard una partnership (non più) segreta per ottenere i dati delle transazioni “offline” di più di due miliardi di ignari utenti. Le fonti citate parlerebbero di milioni di dollari (pagati da Google), nonché di un accordo tra le due società per una ripartizione dei guadagni. Se la notizia si rivelasse attendibile, ci troveremmo di fronte ad un nuovo scandaloso episodio di violazione della privacy di miliardi di consumatori, le cui transazioni sarebbero state tracciate da Google, probabilmente per una sempre migliore profilazione pubblicitaria.

O per altre finalità? La stampa ci ricorda che nel 2017 Google ha annunciato l’attivazione della piattaforma Storie Sales Measurement, un sistema di “misurazione delle vendite” che le consentirebbe – tramite alcuni partner – di accedere ai dati di circa il 70% di carte di credito e debito USA. Secondo Google, l’accesso non riguarderebbe informazioni personali e – in ogni caso – l’utente può sempre scegliere di non partecipare al sistema facendo opt-out con gli strumenti di gestione Attività Web e App.

Ma di cosa stiamo parlando? L’accordo (presunto) tra Google e Mastercard sembra andare ben oltre. Non si parla solo di monitoraggio di “attività web e app”, ma di acquisizione di dati (a beneficio di Google e dei suoi inserzionisti) derivanti da transazioni “offline”, un’invadenza in un contesto in cui l’utente non ha scelto di utilizzare Internet (o ha scelto di non utilizzare Internet).

Domanda retorica: quanto sanno gli utenti delle loro informazioni elaborate e utilizzate da Google?

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2018 in news

 

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Occhio agli smartphone che “emettono” di più (e di meno)

Conoscete il SAR del vostro smartphone? SAR sta per Specific Absorption Rate, che in italiano potrebbe essere tradotto come TAS (Tasso di Assorbimento Specifico) ed indica il livello di onde elettromagnetiche a cui l’utilizzatore di un dispositivo viene esposto e si esprime in W/kg (Watt su chilogrammo). Nella Direttiva 2013/35/UE si legge:

Tasso di assorbimento specifico di energia (SAR). Si tratta del valore mediato, su tutto il corpo o su alcune parti di esso, del tasso di assorbimento di energia per unità di massa del tessuto corporeo ed è espresso in watt per kilogrammo (Wkg–1). Il SAR riferito a tutto il corpo è una misura ampiamente accettata per porre in rapporto gli effetti termici nocivi all’esposizione alle radiofrequenze (RF). Oltre al valore del SAR mediato su tutto il corpo, sono necessari anche valori locali del SAR per valutare e limitare la deposizione eccessiva di energia in parti piccole del corpo conseguenti a particolari condizioni di esposizione, quali ad esempio il caso di un individuo esposto a RF dell’ordine di pochi MHz (ad esempio provenienti da riscaldatori dielettrici), e di individui esposti nel campo vicino di un’antenna.

La Direttiva stabilisce un livello massimo di 2 W/kg, ma – come in tutti i casi in cui esistono limiti massimi imposti dalla legge – minore è il valore e meglio è.

La scorsa settimana il portale tedesco Statista ha pubblicato la classifica aggiornata dei 15 smartphone con il SAR più elevato (in termini di valori rilevati quando il dispositivo viene portato all’orecchio) in cui svettano Xiaomi, OnePlus, Huawei ed Apple:

  1. Xiaomi Mi A1: 1,75
  2. OnePlus ST: 1,68
  3. Huawei Mate 9: 1,64
  4. Huawei P9 Plus: 1,48
  5. Huawei GX8: 1,44
  6. Huawei P9: 1,43
  7. Huawei Nova Plus: 1,41
  8. OnePlus 5: 1,39
  9. Huawei P9 Lite: 1,38
  10. Apple iPhone 7: 1,38
  11. Sony Xperia XZ1 Compact: 1,36
  12. OnePlus 6: 1,33
  13. Apple iPhone 8: 1,32
  14. Xiaomi Redmi Note 5: 1,29
  15. ZTE Axon 7 Mini: 1,29

Dalla classifica emerge che tutti gli smartphone rimangono al di sotto della soglia di pericolo per la salute umana (indicata dalla legge e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità). Naturalmente, con qualunque telefonino o smartphone, è possibile limitare ulteriormente l’esposizione utilizzando auricolari tradizionali (non Bluetooth). In ogni caso, se volete sapere di più sul telefono che utilizzate, sul sito web del Bundesamt für Strahlenschutz (l’Ufficio Federale Tedesco per la protezione dalle radiazioni) è possibile consultare il database di apparecchi – attuali o fuori produzione – per conoscerne il relativo SAR (è sufficiente inserire marca e modello nella casella di ricerca).

Per equilibrio di informazione, segnalo anche la classifica dei 15 smartphone con il SAR più basso. Qui si nota la presenza di SamsungLG, HTC e Motorola, assenti nella classifica dei meno virtuosi.

Per Samsung, il valore evidenziato per il Galaxy Note 8 è un elemento a favore  che potrebbe contribuire a risollevare l’immagine di questa gamma. che aveva risentito pesantemente dei problemi (di batteria) emersi con il predecessore Note 7.

 
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Pubblicato da su 30 agosto 2018 in cellulari & smartphone, news

 

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Iliad deve superare l’esame degli utenti, non la macchina della verità

Questo fotogramma potrebbe sembrare estratto da un video di Fabio Rovazzi, invece proviene dalla diretta streaming che vede protagonista Benedetto Levi – amministratore delegato di Iliad – collegato ad un poligrafo (o macchina della verità) mentre risponde ad una sequenza di domande del prof. Maurizio Cusimano, antropologo forense. Il video, di ieri, aveva l’obiettivo dichiarato di confermare la reputazione di trasparenza e chiarezza che l’operatore telefonico persegue e rivendica da quando si è presentato sul mercato italiano e che in questi giorni ha dichiarato di aver raggiunto il suo primo milione di clienti.

Indipendentemente dall’affidabilità di questo tipo di test – in merito al quale vi propongo la lettura dell’articolo “Come ingannare la macchina della verità” – trovo che questa iniziativa sia un’idea di marketing tanto originale quanto superflua. Trasparenza e chiarezza sono requisiti fondamentali per tutti, fondamentalmente per un motivo: è diritto degli utenti ricevere condizioni trasparenti e chiare, ma è innanzitutto dovere dell’azienda fornirle. Altre pretese degli utenti, non meno importanti, sono l’affidabilità e la qualità del servizio. E’ su questi fattori che l’azienda deve giocarsi la propria reputazione, fermi restando i doveri che devono essere rispettati. Tutto il resto sono chiacchiere.

Un’azienda che è sul mercato da poche settimane, la reputazione, se la deve costruire da zero. La conquista iniziale del parco clienti può avvenire con la sola arma utilizzabile: un prezzo assolutamente concorrenziale, che con Iliad è di 5,99 euro al mese per un’offerta che, in estrema sintesi, offre minuti illimitati e 30 GB di dati. Raggiunto nelle scorse ore l’obiettivo del primo milione di clienti, ora sarà interessante capire due aspetti:

  1. il riscontro sul mercato, su cui Moody’s lancia una previsione sul possibile effetto boomerang derivante dalla guerra sui prezzi scatenata dalla stessa azienda;
  2. la capacità di Iliad, a medio termine, di migliorare la qualità del proprio servizio.

La vera prova della macchina della verità sarà il mercato, con i riscontri che emergeranno in seguito a come Iliad affronterà la situazione.

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2018 in cellulari & smartphone, telefonia

 

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Più stalker che provider

Circa cinque anni fa ho scritto “Google è un grande follower”, per spiegare come fosse estremamente facile – per Google – tracciare tutti gli spostamenti degli utenti che avessero attivato sullo smartphone i servizi di posizionamento, per poi rivederli nella Location History (Cronologia delle posizioni). Allora la prassi di tracciare gli utenti – seguita dalle aziende attive su Internet – era ancora poco conosciuta (ben nota agli addetti ai lavori, ma non alla maggior parte degli utenti). Oggi le informazioni disponibili su questo argomento sono molte di più, tuttavia negli utenti non si riscontra maggiore consapevolezza. In parole povere, ancora oggi pochi si rendono conto di quanto siano estese e capillari le attività di monitoraggio e controllo delle persone che utilizzano servizi in rete. Naturalmente per “servizi” intendo tutto ciò che viaggia su Internet, dai social network ai sempre più diffusi assistenti vocali. È proprio a questo che è necessario porre massima attenzione, sia nei casi di utilizzo personale che in quelli legati a esigenze professionali e aziendali.

Le tracce appetibili che ognuno di noi lascia in rete sono tante, a partire dall’indirizzo IP, una coordinata univoca attribuita ad ogni computer collegato in rete, che permette l’identificazione e la localizzazione dell’hardware utilizzato. Le informazioni sul software, invece, le danno i browser (Chrome, Edge, Explorer, Firefox, Opera, Safari, eccetera) e altre applicazioni che naturalmente possono fornire dati interessanti, direttamente o attraverso i cookie. Tutti i servizi che orbitano ad esempio attorno a Google (il cui motore registra con accuratezza tutte le ricerche effettuate attraverso tutti i servizi ad esso collegati, da Maps a YouTube), nonché Chrome e il sistema operativo Android presente sugli smartphone, fanno largo uso di queste soluzioni che trattano informazioni preziose per chi ha un business che si regge sulla raccolta di inserzioni pubblicitarie e sulla profilazione degli utenti, a cui sottoporre banner pubblicitari e promozioni in modo sempre più preciso.

Certo indicare sul computer l’indirizzo 8.8.8.8 come server DNS preferito è già un consenso automatico e implicito alla trasmissione dei propri dati di navigazione a Google, ma anche il browser Firefox non ce la dice tutta, quando invia le query DNS degli utenti ai server Cloudflare. Se qualcuno non sapesse di cosa sto parlando, mi spiego in parole misere: i server DNS (Domain Name Server) consentono a tutti gli utenti di collegarsi ai siti Internet attraverso un nome, senza doverne conoscere l’indirizzo IP. Ogni computer, per collegarsi ad un servizio o ad un sito web qualunque, interroga di volta in volta il proprio server DNS di riferimento che traduce per lui un dominio (http://www.nomedelsito.it) nel corrispondente indirizzo IP. Chi è in grado di registrare queste operazioni può dunque fotografare l’attività in rete di un utente e comporne un profilo da memorizzare e studiare. Lo scopo potrebbe essere pubblicitario o politico, ma è importante capire che questi dati hanno un mercato.

Per comprendere quanto ci si possa spingere oltre, un esempio su tutti: quando Facebook è finita nell’occhio del ciclone per il caso Cambridge Analytica, il suo frontman Mark Zuckerberg è stato convocato in audizione al Congresso USA in merito ad una serie di questioni, alle quali – oltre alle (poche) spiegazioni immediate – ha risposto in un secondo momento con un report di 454 pagine. In buona parte il documento contiene le medesime informazioni che ognuno può leggere nelle condizioni di utilizzo del social network (sì, quelle di cui il senatore John Kennedy disse “fanno schifo”), ma in mezzo alla molta aria fritta sono emersi alcuni aspetti interessanti: in primis il fatto che Facebook raccoglie anche dati di utenti non iscritti al social network, attraverso app o siti web che utilizzano le sue tecnologie (il “like” o il “commenta” sotto un articolo, per esempio). Si tratta di dati che potrebbero riguardare le letture o gli acquisti effettuati tramite quei siti, ma soprattutto informazioni ottenute dal dispositivo utilizzato in quella connessione.

Questa ammissione va oltre ciò che è già noto da qualche anno e ciò che l’utente ignora è che tutto è registrabile: dalle caratteristiche tecniche di computer e smartphone connessi alle operazioni compiute dall’utente durante la navigazione (finestre mantenute in primo/secondo piano, movimenti del mouse, segnali Wi-Fi e di telefonia mobile, localizzazione, cookie, eccetera). E non mi riferisco ancora a ciò che potrebbe essere possibile acquisire con l’ausilio di assistenti vocali come Alexa, Cortana, Google Assistant, Siri.

Tutto ciò era in ogni caso già intuibile quando – sempre cinque anni fa – scoppiò il Datagate, lo scandalo che coinvolse la NSA, l’agenzia americana per la sicurezza nazionale, che tuttora intercetta le comunicazioni elettroniche e telefoniche che transitano dagli USA, come spiega The Intercept.

E giusto per chiudere in “tranquillità”: per queste attività di intercettazione – che l’agenzia svolge nell’ambito del programma Fairview – vengono utilizzati otto edifici della compagnia telefonica AT&T, dislocati in altrettante città degli Stati Uniti. Il controllo coinvolge ovviamente il traffico di altre compagnie telefoniche. Tra queste troviamo anche Telecom Italia:

Tutto questo per ricordarci quanto è importante un utilizzo consapevole degli strumenti di comunicazione.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2018 in news

 

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WIFI4EU, l’euroflop che non si dovrà ripetere

Niente bando europeo per il WiFi gratuito per i comuni europei, almeno per il momento: WIFI4EU, iniziativa lanciata per offrire un voucher di 15mila euro da destinare alla copertura WiFi dei luoghi pubblici, è stata sospesa per “problemi tecnici” che hanno spinto la Commissione ad annullare la prima gara, rinviandola al prossimo autunno. Un bando europeo con obiettivi tecnologici sospeso per problemi tecnologici, ovvero una pessima figura per la Commissione Europea.

WIFI4EU è un programma comunitario da 120 milioni di euro, messi sul piatto per la creazione di connessioni Internet WIFI gratuite e senza condizioni discriminatorie, al fine di incrementare in tutta Europa la diffusione della connettività Wifi veloce e gratuita negli spazi pubblici. Un’opportunità che molti Comuni, anche in Italia, hanno legittimamente pensato di cogliere, partecipando alla prima fase di “registrazione” – aperta il 20 marzo scorso – per poi procedere all’inserimento vero e proprio della domanda di “iscrizione”, attuabile dal 15 maggio con una sorta di “click day”: il criterio di erogazione previsto per questi fondi è a sportello, secondo il principio “first come, first served”. In altre parole, chi primo arriva meglio alloggia, perché chi si iscrive prima ha la priorità sugli altri.

Cosa è andato storto? Secondo quanto riportato da New Europe a inizio giugno, la procedura di iscrizione aperta alle 13 del 15 maggio aveva registrato 3.500 domande di iscrizione nei primi cinque minuti, 11mila in tre ore. Ma proprio durante questa fase – rivelatasi caotica fin da subito – la Commissione sarebbe stata informata di due vulnerabilità critiche del sistema di registrazione: la prima avrebbe potuto aprire le porte ad un accesso non autorizzato ai dati personali inseriti (pessima prospettiva, trovandosi a soli 10 giorni dalla piena operatività del nuovo Regolamento Europeo della protezione dei dati personali); la seconda avrebbe permesso un’alterazione dell’orario di inserimento della domanda di iscrizione (nefasta prospettiva, per un bando ad “accettazione in ordine cronologico”). Il portale WIFI4Eu sarebbe quindi stato chiuso in tutta fretta, circa quattro ore dopo.

La commissaria UE al digitale Mariya Gabriel ha spiegato che, per i principi di equità, trasparenza e affidabilità della Commissione, “dal momento che i problemi tecnici hanno impedito alle municipalità di iscriversi a parità di condizioni, ho chiesto ai miei servizi di cancellare questo primo bando”, assicurando che i voucher saranno aggiunti al budget della prossima gara. Decisione notificata ai Comuni partecipanti solo il 14 giugno, praticamente un mese dopo l’avvio catastrofico della fase di iscrizione, un flop nel flop.

Non sarebbe male che coloro che ci rappresentano presso il Parlamento Europeo verificassero le responsabilità di quanto accaduto. Io non conosco il nome dell’azienda che si è aggiudicata l’appalto per fornire la piattaforma di registrazione delle iscrizioni, ma aveva un requisito fondamentale da soddisfare – garantire la corretta registrazione cronologica delle istanze presentate da ogni Comune – e non l’ha saputo rispettare (come si suol dire: “una cosa dovevi fare…”). Anche i cittadini possono chiedere conto di questa figura vergognosa, con un agevole form pubblicato a questa pagina: https://europa.eu/european-union/contact/write-to-us_en.

Si noti il paradosso sullo sfondo: quando siamo chiamati a fare qualcosa perché “l’Europa ce lo chiede”, dobbiamo eseguire il compito assegnato con cieca e solerte obbedienza, indipendentemente dal fatto che l’adempimento sia a portata di mano, oppure comporti sforzi e sacrifici. Quando invece siamo noi a chiedere qualcosa all’Europa, nel rispetto delle regole da essa stessa indicate, non esistono garanzie di risposta altrettanto immediata.

 
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Pubblicato da su 18 giugno 2018 in news

 

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Iliad, low cost per il primo milione di clienti

Sul mercato della telefonia mobile è arrivato il (nuovo) quarto operatore, Iliad. E’ da circa due anni che se ne parla (qui ne ho scritto a settembre 2016), ora dalle parole si passa ai fatti. In Francia, dove è nata l’azienda fondata da Xavier Niel, è riuscita a conquistare importanti fette di mercato offrendo tariffe competitive con il marchio Free. In Italia Iliad parte in modo aggressivo: minuti e sms illimitati, 30 GB (di cui 2 in roaming UE) per un costo mensile di 5,99 euro (non si poteva fare direttamente 6 euro?), che includono le chiamate verso numerazioni di telefonia fissa di 65 Paesi e fisso-mobile USA e Canada. La sim costa 9.99 euro (non si poteva fare direttamente 10 euro?). Il resto del listino è pubblicato nella brochure prezzi.

“Per sempre” (vedremo), ma non per tutti, perché chi prima arriva, meglio alloggia: la compagnia dichiara che l’offerta-lancio è per il primo milione di clienti. L’azienda promette massima trasparenza e chiarezza nelle condizioni. Uno degli argomenti su cui molti utenti si interrogano è la copertura effettiva del servizio, di cui sul sito aziendale c’è una mappa con un box di verifica.Controllate se vi è tutto chiaro, io non sono riuscito ad ottenere alcun risultato, se non una cartina dell’Italia che appare completamente “coperta”… forse aver scelto di usare la versione free di Google Maps ha dei limiti e il traffico di visitatori satura in fretta la disponibilità. Comunque Iliad, per la propria rete mobile, sta utilizzando una parte delle antenne dismesse da Wind e Tre in seguito alla loro fusione, e sta provvedendo ad ampliarla. In mancanza di copertura si attiva il roaming sulla rete WindTre.

La qualità del servizio è tutta da verificare, ma farlo ha un costo decisamente accessibile. Altro aspetto interessante della strategia commerciale: le simbox per l’acquisto di sim fai-da-te.

 

 
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Pubblicato da su 30 maggio 2018 in telefonia

 

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