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Tecnico informatico, sono stato consulente aziendale per la gestione dei sistemi informativi e di telecomunicazioni e ho lavorato in realtà di ogni dimensione (dalle PMI alle multinazionali). Attualmente mi occupo dei sistemi informativi e di telecomunicazioni di un gruppo industriale. Oltre alla mia attività professionale, collaboro con varie testate e siti di informazione tecnologica. Computerworld e Punto Informatico sono le testate specialistiche con cui in passato ho collaborato molto frequentemente, mentre ora mi occupo sempre di tematiche tecnologiche per The New Blog Times, il primo blornale italiano dedicato a tecnologia e scienza, e per il Corriere delle Comunicazioni in relazione all'iniziativa AgendaDigitale.eu. Collaboro con RCI Radio.

Chiamate indesiderate: per il Senato vanno liberalizzate

In Senato è stato presentato e approvato un emendamento al decreto legge sulla concorrenza, con l’obiettivo di regolamentare le chiamate indesiderate provenienti da servizi di telemarketing selvaggio. “Finalmente”, si potrebbe dire. E invece no, dal momento che il testo dell’emendamento, anziché frenarle, le permette. Perché è stato scritto con i piedi.

L’emendamento – proposto dai senatori Castaldi, Girotto e Petrocelli – prevede un’integrazione all’art. 130 del codice della Privacy, con l’inserimento del comma 4-bis che avrebbe questo testo:

Gli operatori e i soggetti terzi che stabiliscono, con chiamate vocali effettuate con addetti, un contatto anche non sollecitato con l’abbonato a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale, hanno l’obbligo di comunicare all’esordio della conversazione i seguenti dati:

– gli elementi di identificazione univoca del soggetto per conto del quale il contatto avviene;

– l’indicazione dello scopo commerciale o promozionale del contatto

A questo andrebbe aggiunto il seguente comma 4-ter:

Il contatto è consentito solo se l’abbonato destinatario della chiamata, a seguito della comunicazione di cui al comma 4-bis, presta un esplicito consenso al proseguimento della conversazione.

Questa frase consente quindi all’operatore di chiamare un utente, neutralizzando il principio del consenso preventivo che è, ad esempio, il fondamento su cui si basa il Registro delle Opposizioni (che già è limitato, in quanto valido solo per i numeri pubblicati dagli elenchi telefonici) e, di conseguenza, l’unica possibilità consiste nel rispondere la chiamata e negare il consenso, affinché successivamente non si ricevano chiamate per promozioni di quell’azienda, ovvero di quel “soggetto per conto del quale il contatto avviene”, come dice il testo della norma. Quindi, se un operatore di telemarketing ci chiamerà per parlarci delle offerte promozionali dell’azienda Acme e noi negheremo il consenso, secondo questa legge non sarà più possibile ricevere chiamate promozionali dell’azienda Acme. Ma di altre aziende, finché non negheremo loro esplicitamente il consenso, di volta in volta.

Questo testo, incassato l’ok dal Senato, dovrà essere ora vagliato alla Camera. Che speriamo vi ponga rimedio bocciandolo, imponendo il consenso preventivo ed eventualmente proponendo che il Registro delle Opposizioni sia realmente efficace e valido per tutti gli utenti, di telefonia fissa o mobile.

 

 
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Pubblicato da su 5 maggio 2017 in brutte figure, diritto, telefonia

 

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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Dopo aver sfruttato per anni la viralità dei contenuti condivisi dagli utenti, indipendentemente dalla loro attendibilità o ingannevolezza, Facebook ha varato una campagna contro la diffusione delle notizie false – o fake news – e a favore della loro individuazione. Ieri sera ho ricevuto la notifica di questo decalogo diffuso dal social network, che snocciola i suggerimenti da seguire per riconoscere una notizia falsa.

Niente che da queste parti non sia già stato detto, ma soprattutto niente che non riguardi il mondo dell’informazione nel suo complesso, e non semplicemente Facebook, che a queste conclusioni pare sia arrivata solo grazie alla collaborazione con MondoDigitale.org.

Meglio tardi che mai, ma l’operazione non annulla l’opportunismo di Facebook, che per anni ha fatto leva sulle dinamiche sociali che favoriscono la condivisione acritica di informazioni incontrollate, con l’obiettivo primario di accrescere il bacino di utenza funzionale al business legato alla raccolta pubblicitaria. Questa iniziativa lavacoscienza è un’apparente rinuncia, da parte di Facebook, ad una parte (cospicua) di quelle risorse che hanno reso grande il suo social network.

Evidentemente ora la necessità di mostrare un approccio etico alle problematiche dei social è molto più forte che in passato. Sarebbe il caso di applicarlo davvero anche – anzi, soprattutto – ai famosi standard della comunità, ossia quell’insieme di criteri che Facebook dichiara di applicare nel valutare ciò che viene pubblicato, spesso in modo opinabile.

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2017 in news

 

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Quando la telefonia fissa è mobile

PosteMobile lancia il suo servizio di “telefonia fissa” basato su rete mobile: si chiama PosteMobile Casa e include chiamate a numeri nazionali (fissi e mobili) senza scatto alla risposta, servizio di segreteria telefonica, avviso di chiamata e apparecchio telefonico ad un canone fisso oggi di 20,90 euro da pagare mensilmente.

Il sito aziendale dice ogni quattro settimane, ma sappiamo che Agcom recentemente ha stabilito che per la telefonia fissa i periodi di fatturazione devono essere mensili. Benché si parli di telefonia fissa, infatti, è bene sapere che il servizio è completamente basato sull’utilizzo della rete mobile, esattamente come Telefono Fisso di Vodafone: entrambe le compagnie offrono al cliente un telefono cellulare non portatile, in cui è inserita una Sim abbinata ad un numero di telefonia fissa con prefisso del distretto telefonico di residenza. In questo caso la rete è quella di PosteMobile, che opera come operatore virtuale su rete Wind, con tutti i pro e contro che conseguono all’abbandono del cavo della vera telefonia fissa: come per ogni altra utenza che si appoggia ad una rete radiomobile, il servizio non funziona se a casa vostra il cellulare agganciato a quella rete “non prende”. Dal momento, però, che la rete Wind si avvantaggerà delle sinergie derivanti dall’unione con la rete di 3, le probabilità che tale problema si verifichi si ridurranno progressivamente.

Però non chiamatela “telefonia fissa”, eventualmente telefonia domestica.

 

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2017 in telefonia

 

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Ad Agcom non piace il calendario di TIM. Ma a TIM piace quello di Agcom?

L’Agcom (Authority per le Garanzie nelle Comunicazioni) ha deliberato che per la telefonia fissa la cadenza della fatturazione deve essere mensile. Il provvedimento va contro la decisione unilaterale di TIM, che nelle scorse settimane ha comunicato alla clientela un cambiamento nel calendario di fatturazione, suddiviso (dal primo aprile) in tredici periodi di 28 giorni anziché in dodici mesi

Ora vedremo in che misura verrà considerata questa delibera (e quindi anche l’autorità e l’autorevolezza dell’Authority), che fin da subito Assotelecomunicazioni – AssTel ha definito “priva di basi giuridiche”.

Personalmente mi aspetto due scenari alternativi:

  1. la compagnia telefonica ignora la delibera e prosegue nel fatturare ogni 28 giorni, ricorrendo nel frattempo contro la delibera, con azioni legali e/o tramite associazioni di categoria;
  2. la compagnia telefonica accoglie la delibera e fattura mensilmente, ma applicando una tariffa maggiore.
 
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Pubblicato da su 24 marzo 2017 in telefonia, TLC

 

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Cicale, formiche e primati di solidarietà che non esistono

Tutti a puntare il dito per giorni su una presunta offesa ai Paesi del sud dell’Europa e nessuno che rilevi l’infondata presunzione di solidarietà rivendicata (a torto) nella prima frase.

«Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti.

Come socialdemocratico attribuisco un’eccezionale importanza alla solidarietà, ma esistono anche degli obblighi, non si possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto»

(Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze e presidente dell’Eurogruppo)

A me non importa tanto dell’infelicità di quel “non si possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto”, paragone utilizzato a sproposito per esemplificare un comportamento irresponsabile (eventualmente sarebbe stato più appropriato citare La cicala e la formica di Esopo, sebbene il problema sia complesso e non riducibile a mera irresponsabilità, ma le colpe non mancano). Ritengo molto più grave e ingannevole far passare il messaggio che sarebbero stati (solo) i Paesi del Nord ad aver dimostrato solidarietà ai più colpiti: gli aiuti a Cipro, Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia sono arrivati da tutta l’Unione Europea, perché le operazioni di salvataggio sono state finanziate – con svariate centinaia di miliardi – da ciò che è stato versato dai contribuenti di tutti i Paesi europei, poveri e ricchi, viziosi e virtuosi, cicale e formiche. In questo contesto non si può attribuire alcun primato di solidarietà ai Paesi del Nord.

 
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Pubblicato da su 23 marzo 2017 in news

 

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Il test condiviso sui social? Potrebbe nascondere una trappola mangiasoldi

Si presentano come innocui giochini e passatempi sui social network, ma spesso nascondono delle vere e proprie trappole mangiasoldi: sono quei “test” apparentemente innocenti che vengono condivisi a catena da altri utenti, spesso mirati a carpire informazioni personali, ma basta davvero poco per cascare in un tranello ancor più difficile da scoprire e ritrovarsi abbonati (a propria insaputa) ad un servizio a pagamento, pronto ad estorcere immediatamente qualche euro al malcapitato utente. Tra gli incriminati di più recente pubblicazione troviamo quello della velocità visiva, quello che fa scoprire il significato del nome, quello sulle pettinature, quello che abbina i fiori ai segni zodiacali… In molti casi, chi ha provato a sottoporsi – per gioco e in assoluta buona fede – a questi test, si è ritrovato abbonato ad un servizio a valore aggiunto (per chi incassa), che prevede l’addebito di un canone di qualche euro, settimanale o mensile.

Al netto dell’inutilità di questi test, non riscontrando insidie da sottoscrivere, qualcuno – sempre per gioco – potrebbe trovare simpatico parteciparvi comunque, pensando che tanto non costa nulla, perché se fosse previsto l’addebito per un servizio, nelle condizioni e nei termini di utilizzo qualche indicazione dovrebbe essere prevista. Ma è veramente così?

Senza fare molti sforzi, ho dato una rapida occhiata alla mia home su Facebook per trovare qualche condivisione di questo tipo da parte dei miei contatti. In meno di un minuto ne ho trovate un paio che fanno capo ad un unico sito web, il cui nome è leggibile e ben indicato:

Visitando il sito (che sembra essere l’edizione italiana di un sito internazionale, visto quel .it iniziale), in fondo alla homepage si trova un link che porta alla sezione “Termini e condizioni”. Mi aspetterei quindi di trovare le informazioni che mi interessano, ma c’è qualcosa che non mi piace: portando il mouse sul collegamento noto che il browser, in basso a sinistra, indica che il link porta da un’altra parte, sul sito tedesco socialsweethearts.de.

Cliccando, approdo a una pagina in tedesco, di cui esiste anche la versione inglese. Altro elemento che non mi piace: niente che sia scritto in italiano, sebbene sia partito da un sito che propone un gioco/passatempo in italiano a utenti di ogni genere, non obbligati a conoscere una lingua straniera. Nel testo delle condizioni si parla genericamente di servizi che possono essere gratuiti e/o a pagamento, e coloro che avessero dubbi su una qualunque sezione di tali condizioni di utilizzo sono pregati “di consultare un professionista in campo legale prima di accedere e utilizzare il servizio” perché “accedendo o utilizzando il servizio, l’utente dichiara di aver letto, compreso e accettato questi termini”.

Quanto basta per non andare oltre, da qui in poi non serve davvero altro per capire che dietro al test c’è tutt’altro. Per sottoporsi a un test online sul significato del nome, o per sapere “che animale sei quando sei arrabbiata”, ci serve davvero tutto tutta ‘sta regolamentazione?

Se la domanda è troppo lunga la riduco, perché applicando correttamente la proprietà riassuntiva il risultato non cambia: un test online ci serve davvero?

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2017 in news

 

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Vault 7: ultime dalla CIA

WikiLeaks toglie il velo a 8761 file del Center for Cyber Intelligence, ossia quello che potrebbe essere definito il dipartimento Hardware & Software della CIA. Questa mole di documenti è presentata come la più grande pubblicazione di documenti riservati sull’agenzia mai rivelata prima e descrive modalità e strumenti in uso all’intelligence americana per le proprie operazioni, incluso ciò che potrebbe apparire insospettabile: dai malware in grado di attaccare smart tv, smartphone, autoveicoli e tutto il mondo IoT (Internet of Thing, l’Internet delle cose) fino ai cyber-armamenti.

 

In fin dei conti stiamo scoprendo che un ente che si occupa di spionaggio non fa altro che spiare. 

Noi però temiamo i russi

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2017 in news

 

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Phishing scaltro: DNSMessenger

Non si può mai stare tranquilli in rete: ora ci dobbiamo guardare anche da DNSMessenger, un malware che non genera alcun file, ma si attiva direttamente in memoria, partendo dall’apertura di un allegato in formato MS Word (ad esempio un .doc o un .docx) apparentemente ricevuto da un mittente attendibile e controllato da un sistema antivirus (come da immagine).

I dettagli tecnici ve li lascio leggere sul sito di Talos. In breve: qualora il destinatario ceda alla sventurata tentazione di cliccare sull’allegato, attiverà l’apertura di un canale di comunicazione con gli autori del malware, che consentirà loro di catturare informazioni dal computer infetto, senza far scattare allarmi dalla maggior parte dei sistemi di sicurezza.

La raccomandazione è di fare attenzione ai messaggi con file inattesi e non agevolmente verificabili. Un controllo in più con il mittente – prima di aprire l’allegato – potrebbe salvare le vostre informazioni riservate.

 

 

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2017 in news

 

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In Svizzera c’è la polizia cantonese (Corriere dixit)


La scossa di terremoto in Svizzera ha scombussolato la redazione di Corriere.it.
Per la cronaca, la Polizia Svizzera è organizzata in tre divisioni: Federale, Cantonale, Regionale.

La polizia cantonese si trova a Canton, in Cina. Che risposte potrebbe aver dato a quella ventina di chiamate?

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2017 in news

 

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Gestire bene i backup (analogie con il mondo analogico)

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C’è stato un errore di busta dietro all’annuncio sbagliato dell’Oscar al miglior film proclamato da Faye Dunaway e Warren Beatty, e all’evidente coccolone conseguente (foto 1). L’attore ha preso in consegna la busta sbagliata perché PwC (gruppo di consulenza internazionale specializzato in… conteggi) ha predisposto due set identici di buste: il secondo fa da backup e viene utilizzato in caso di inconvenienti, ma qui si è verificato un caso in cui l’inconveniente si è verificato proprio per la presenza del backup, o meglio per come è stato gestito…

La busta con il nominativo della miglior attrice protagonista (foto 2) doveva essere già andata, come è stato possibile per Warren Beatty averne avuto in mano una identica e ancora da aprire? Verosimilmente – per errore – gliene è stata consegnata una appartenente al secondo set, quindi il trambusto di buste è avvenuto dietro le quinte, prima dell’ultima proclamazione.

moonlightingorlalaland

Per saperne di più sarebbe opportuno chiedere a Brian Cullinan – socio PwC – che ha consegnato la busta a Warren Beatty proprio mentre pubblicava questo tweet (poi cancellato in fretta e furia) 😉

 
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Pubblicato da su 27 febbraio 2017 in news

 

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Ti spiezzo in dü (il sequel di “Si fa presto a dire cybersecurity”)

attaccoinformatico

A proposito di quanto detto e scritto in occasione degli attacchi informatici subìti dalla Farnesina e dei sospetti caduti sui Russi, gli stessi che avrebbero violato le mail di Hillary Clinton e favorito le elezioni di Donald Trump, probabilmente veicolati da un malware “simile a quelli usati anche dalla scuola russa di polizia informatica“, emerge ora un’interessante ipotesi:

il più famoso e controverso gruppo di hacker, noto come APT28, di probabile origine russa, potrebbe aver copiato del codice di una nota azienda italiana, Hacking Team

Va detto che l’azienda milanese è piuttosto scettica al riguardo:

(…) già nei giorni successivi all’attacco hacker subito dalla società, tutti i produttori di software hanno potuto leggere il codice di Hacking Team e aggiornare i sistemi operativi per neutralizzarlo, come risulta dalle verifiche effettuate dalla società dopo l’hackeraggio. Alla luce di questa premessa, Hacking Team ritiene assurdo che APT28 possa aver utilizzato per le sue recenti azioni il software della società reso pubblico dopo l’hackeraggio del luglio 2015 (…)

Tutto plausibile. A meno che qualcuno – con un punto interrogativo comparso sopra la propria testa – non abbia pensato: “Aggiornare i sistemi operativi?”

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2017 in news

 

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TIM cambia il calendario (di fatturazione)

timtariffemensiliofferta2

Dal 1 aprile 2017 – e non sarà uno scherzo – TIM modificherà la durata dei periodi dei servizi di abbonamento di rete fissa, il cui corrispettivo non sarà più calcolato su base mensile, ma su 28 giorni, cioè quattro settimane. Facendo banalmente due conti, è come se i periodi di fatturazione annuale passassero da 12 a 13. La comunicazione della discutibile novità è nella fattura di febbraio:

Ti informiamo che, a seguito delle mutate condizioni del mercato e a fronte dell’esigenza di allineamento delle nostre offerte al contesto competitivo, a partire dal 1 aprile 2017, le fatture non saranno più mensili ma verranno progressivamente emesse ogni 8 settimane; inoltre il corrispettivo degli abbonamenti delle offerte e dei servizi sarà calcolato su 28 giorni e non più su base mensile. Per effetto delle suddette modifiche contrattuali, si determinerà – da un lato – un incremento del costo delle offerte pari all’8,6% su base annua e – dall’altro – un risparmio fino a 20 euro su base annua (se ricevi ancora la fattura cartacea e utilizzi i bollettini postali come strumenti di pagamento).

Da notare la (inconsistente) mossa strategica: da un lato si evidenzia l’incremento dei costi annuali, dall’altro si prospetta una possibilità di risparmio sulle spese di spedizione della bolletta (emessa e spedita non mensilmente, ma ogni otto settimane). Naturalmente il risparmio non esiste per gli utenti che non si fanno spedire la fattura cartacea e la ricevono già in formato digitale.

L’utente può rifiutarsi di accettare questa variazione contrattuale? Ma certo! E cosa può fare, rinegoziare le condizioni? Assolutamente no, ma ha due altre opzioni: recedere dal contratto o passare ad un’altra compagnia telefonica senza costi, comunicando la decisione con raccomandata A/R entro il 31 marzo 2017. Decisamente una magra consolazione!

Anche il modus operandi aziendale sulla presentazione dell’offerta è alquanto discutibile: oggi, 20 febbraio, i dettagli delle offerte vengono indicati tuttora con costi mensili (per alcune soluzioni sono validi solo per il primo anno), ma – come anticipato sopra – al 1 aprile, quindi tra poco più di un mese, verranno superati dalla rimodulazione del periodo di fatturazione (e probabilmente quei 22,90€/mese si trasformeranno in 22,90€ ogni 4 settimane). Un’avvertenza sulle variazioni in corso sul calendario di fatturazione sarebbe auspicabile.

timtariffemensilioffertanew

Ma lo sarebbe (auspicabile) anche un intervento delle authority competenti (Agcom e Agcm), quantomeno per non lasciare che le compagnie telefoniche applichino variazioni contrattuali in modo arbitrario.

 

 

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2017 in telefonia

 

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Fake news, anziché fare progressi si fanno passi da Gambaro

ddlgambaro

Per contrastare il fenomeno delle fake news, in Senato oggi è stato presentato un Disegno di Legge nato dall’iniziativa dei senatori Gambaro, Mazzoni, Divina e Giro e già noto come DDL Gambaro. Il testo di questa bozza è talmente improponibile da sembrare un riassunto di tutti i tentativi censori di regolamentazione visti in passato in materia di informazione diffusa attraverso il web, che l’aspirante legislatore vede probabilmente come contesto esclusivo di divulgazione delle notizie false, che invece si propagano efficacemente – ad esempio – anche a mezzo stampa cartacea, radiofonica e televisiva.

Il DDL, nel proporre modifiche al Codice Penale (!) e alla Legge 103/75 (sì, quella sulla riforma della Rai), si focalizza su “piattaforme informatiche destinate alla pubblicazione di diffusione di informazione”, categoria in cui rientrano a pieno titolo blog e forum che, seppur non soggetti alle normative sulla stampa, prima dell’apertura – secondo questo testo – dovrebbero essere notificati alla Sezione per la Stampa del Tribunale ed essere conseguentemente assoggettabili all’obbligo di rettifica, da ottemperare “non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta”, pena una sanzione amministrativa da 500 a 2mila euro.

Ma tranquilli, si prevede anche la reclusione di almeno due anni e l’ammenda fino a 10mila euro per chiunque si renda responsabile “di campagne d’odio contro individui o di campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici” (e chi stabilirebbe che una campagna di informazione è volta a minare il processo democratico? E con quali criteri?). Un provvedimento unicamente repressivo che, se preso in considerazione, troncherebbe sul nascere la libertà di espressione e confronto di chiunque – attendibile o meno – avesse intenzione di scrivere o commentare un fatto e una notizia. Un bavaglio collettivo, insomma, benché la senatrice Gambaro affermi il contrario.

Nella relazione si legge, tra l’altro:

(…) La Commissione Europea ha recentemente proposto regole più stringenti per quanto riguarda i livelli di privacy sulla comunicazione online.

Bisogna avviare un percorso simile anche in Italia attingendo agli strumenti che già ci sono: le leggi contro le informazioni false, illegali e lesive della dignità personale e ripensarle per il web (…)

Per bilanciare la situazione che si verrebbe a creare, se davvero fosse utile una legge che prevede una punizione per chi trasmette notizie false, sarebbe altrettanto utile una legge per punire l’ignoranza e la superficialità di chi si beve ogni cosa che legge, condividendola a sua volta.

Dai, diteci che avete scherzato.

 

 

 

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2017 in news

 

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Si fa presto a dire cybersecurity

hacked

“Mancanza di opportune decisioni politiche e gestionali”: secondo Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), sono queste le motivazioni delle criticità e vulnerabilità che hanno aperto le porte all’attacco informatico che ha colpito il Ministero degli Esteri nel 2016 e partito, secondo quanto riferito dal Guardian, dalla Russia. Da alcuni dettagli emersi nelle scorse ore, però, si apprende che l’attività di spionaggio ai danni della Farnesina potrebbe essere iniziata nel 2014.

“Sulla cybersecurity in molte parti le nostre piattaforme sono un colabrodo” ha evidenziato con perspicacia Esposito. Ma questa, probabilmente, è l’unica certezza che abbiamo, mentre su tutto il resto è ancora necessario fare chiarezza. A cominciare dai sospetti caduti sui russi, gli stessi che avrebbero violato le mail di Hillary Clinton e favorito le elezioni di Donald Trump, ma sui quali non sono state ancora trovate prove: il dato ancora sconosciuto è la reale origine degli attacchi, che potrebbero essere stati veicolati da un malware “simile a quelli usati anche dalla scuola russa di polizia informatica“.

In realtà il Ministero degli Esteri ha confermato solo di aver subito alcuni attacchi, che non avrebbero penetrato “un livello criptato di firewall” (eh?), senza confermare – ne’ tantomeno accennare – alcun sospetto sulla loro provenienza. Nulla avrebbe comunque compromesso le comunicazioni di Paolo Gentiloni (all’epoca responsabile del ministero), dal momento che per la corrispondenza riservata farebbe abitualmente uso solo di “carta e penna”. Il non trascurabile fatto che Gentiloni, in passato, sia stato ministro delle Comunicazioni la dice lunga sulla sua fiducia nella sicurezza dei sistemi di comunicazione utilizzati a livello istituzione e conferma – seppur indirettamente – le considerazioni di Esposito sulle “piattaforme colabrodo”.

Ma perché sono un colabrodo? Quello che Esposito dice in merito alla mancanza di opportune decisioni politiche e gestionali è un riferimento ai limiti delle nostre istituzioni: semplicemente, ancor oggi che ci troviamo nel 2017, la sicurezza delle informazioni non è ritenuta una priorità, perché la classe politica è formata in buona parte da persone che non sono in grado di coglierne l’importanza strategica. E se il dna del nostro parlamento non fosse ancora così prevalentemente analogico, forse si saprebbe almeno qualcosa sull’impiego di quei 150 milioni di euro previsti dalla Legge di Stabilità per la cybersecurity.

 

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2017 in news, security

 

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