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Punti di svista

08 Nov

Vediamo chi coglie la contraddizione intrinseca di questo articolo del Corriere:

un fallimento l’iniziativa pensata dai Radiohead per promuovere “In Rainbows”
I Radiohead traditi dal “paga quanto vuoi”

Tre fan su cinque non hanno versato neanche un centesimo per scaricare online il nuovo album

LONDRA (Gran Bretagna) – L’iniziativa dei Radiohead era ottima e rivoluzionaria: scaricare il nuovo album della band, “In Rainbows”, pagando quello che si voleva. Anche nulla. Un’indicazione presa alla lettera da 3 fan su 5 della famosa band di Oxford. Stando, infatti, a un’indagine condotta dalla comScore, azienda che monitorizza il comportamento online di circa 2 milioni di “surfers” in tutto il mondo, il 62% dei 12 milioni di appassionati che si sono affrettati a fare il download del disco uscito un mese fa non ha sborsato nemmeno un centesimo (continua).

12 milioni di download in un mese. Già questo è un dato significativo: i Radiohead hanno messo in rete – disponibile per il download – il loro album a prezzo libero e senza DRM. Si parla di un 62% che non ha pagato nulla, quindi di oltre 7,4 milioni di persone. Significa anche, però, che il 38% – oltre 4,5 milioni di utenti – ha pagato. E’ vero, ha pagato il prezzo che voleva (ed è proprio la politica scelta dai Radiohead che lo ha consentito), ma quel denaro è andato ai Radiohead, non alla casa discografica che ha mediato la commercializzazione del’album. Vi pare poco?

Considerando che questa forma di distribuzione scelta dai Radiohead, pur non essendo una novità assoluta, è comunque una strada alternativa a quella tradizionale delle major, non credo si possa parlare di fallimento, semplicemente perché non ritengo che i risultati di questa iniziativa possano essere misurati con i canoni tradizionali. E’ una cosa molto diversa, per cui a mio avviso va valutata con un metro diverso.

UPDATE nr. 1 – Stefano Quintarelli, sottolinea il concetto osservando inoltre:

Un autore, mi dice Enrico, guadagna tra il 5% e il 35% del prezzo di vendita, a seconda del suo potere contrattuale.

Prendiamo una via di mezzo…diciamo il 20%.

Il prezzo medio pagato dagli utenti dei Radiohead e’ stato di 6 dollari. La stessa cifra che avrebbero quindi incassato se il CD fosse stato venduto a 30 dollari. il doppio del prezzo cui si possono comprare gli altri CD dei Radiohead.

Detto in altri termini, è come se avessero venduto 9 milioni di CD in un mese

E aggiunge poi che il musicista John Buckman gli ha spiegato che Magnatunes, un’etichetta indipendente che applica la stessa politica di pricing dei Radiohead, “sta andando benissimo”.

UPDATE nr.2. – L’articolo del Corriere contiene un’inesattezza abbastanza rilevante sul numero dei download. comScore (la cui indagine è la base della notizia) infatti dichiara:

During the first 29 days of October, 1.2 million people worldwide visited the “In Rainbows” site, with a significant percentage of visitors ultimately downloading the album.

1,2 milioni, non 12. Cambia qualcosa? Non le proporzioni del risultato, che restano le medesime.

Nel comunicato, anzi, comScore sottolinea come questo risultato sia incoraggiante per il mercato della musica (non per le major), che sta migrando verso la forma digitale, che i Radiohead sono riusciti da soli a portare a termine un milestone che l’industria discografica ha fallito, e che tutto va rapportato ai costi di distribuzione, promozione e produzione che i Radiohead hanno sostenuto in misura molto limitata. Edward hunter, analista di comScore (che, sottolineo, è la fonte della notizia riportata dal Corriere e da molte agenzie di stampa in tutto il mondo), dice testualmente:

Lo definirei un successo clamoroso per i Radiohead e gli appassionati della musica, e anche un fantastico sforzo artistico.

 
11 commenti

Pubblicato da su 8 novembre 2007 in media, Mondo, news

 

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11 risposte a “Punti di svista

  1. Alfred

    8 novembre 2007 at 12:09

    12 milioni di download in un mese e’ una cifra da capogiro. E bisogna considerare anche il fatto che c’i sara’ molta gente che lo ha scaricato “per provare” (mi piace o non mi piace? vale i soldi che spenderei per un disco o no?), e che i Radiohead non hanno fissato un prezzo minimo: se avessere voluto un ricavo, anche minimo, lo avrebbero potuto fissare.

     
  2. Orio

    8 novembre 2007 at 20:12

    Non capisco se qui il Corriere abbia voluto fare disinformazione o semplicemente chi l’ha scritto non sia stato capace di leggere la relazione di chi ha condotto la ricerca. Siamo davanti ad un altro esempio di “giornalismo d’accatto”? 😉

     
  3. mr oz

    9 novembre 2007 at 01:09

    L’indagine di comscore è pura aria fritta, senza i dati ufficiali questi ragionamenti, formalmente ineccepibili, sono solo accademia, no?

     
  4. db

    9 novembre 2007 at 08:14

    Vero, il presupposto è che – in assenza di dati ufficiali – questa è pura accademia. Resta il fatto che quanto riferito dal Corriere non è nemmeno fedele alla fonte della notizia.

     
  5. simonttx

    9 novembre 2007 at 09:16

    Il Corriere riprende la notizia già pubblicata da altre agenzie e non ci fa su nessun ragionamento. In più sbaglia anche a riportare le informazioni.

     
  6. Sergio

    9 novembre 2007 at 12:31

    Stando a wikipedia ComScore ha circa due milioni di utenti sul quale fare ricerca.

    Gli utenti internet totali sono stati stimati al marzo scorso in qualcosa come 1,114,274,426 unità.

    Ragionate voi sulla validità delle loro statistiche.

    Personalmente ritengo validi solo i dati che forniranno i Radiohead e penso che la ricerca di ComScore rientri tra quelle svolte dalle aziende per screditare i concorrenti.

     
  7. rockonomics

    9 novembre 2007 at 12:32

    Assolutamente d’accordo con te!
    Ne ho scritto qua
    http://rockonomics.wordpress.com/2007/11/06/its-up-to-us-e-infatti/

     
  8. beppegrillo.tv

    9 novembre 2007 at 19:54

    concordo pienamente
    bel problema comunque

    ciao

     
  9. Marco Ciaccia

    3 gennaio 2008 at 15:09

    Errore clamoroso dell’ormai famigerato articolo del Corriere: è anche il riflesso, secondo me, di una “strategia enunciativa” negativa, improntata al timore che le vecchie istituzioni capitalistiche (di cui il Corriere è parte integrante) vengano superate da nuovi modelli di business … senza chiedere il permesso!
    Ciao
    marco

     
 
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