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Donald Trump Social Club

Cacciato da tutti i principali social network, Donald Trump sembra pronto a tornare online. Come? Con una piattaforma tutta sua, secondo quanto riferito a #MediaBuzz (Fox News) dal suo collaboratore Jason Miller:

Penso che vedremo il presidente Trump tornare sui social media probabilmente tra due o tre mesi, con una sua piattaforma.

E questo è qualcosa che penso sarà la novità più calda nei social media, ridefinirà completamente il gioco, e tutti aspetteranno e guarderanno per vedere esattamente cosa fa il presidente Trump.

Sarebbero numerose, secondo Miller, le aziende del settore che avrebbero avvicinato Trump in questo periodo. L’obiettivo potrebbe essere quello di attirare l’attenzione dei repubblicani e preparare – con largo anticipo – la strada per la campagna per le elezioni del 2024.

L’annuncio di Miller sembra più che altro un teaser pubblicitario, funzionale a creare una certa attesa verso questa novità “social”, che quasi sicuramente dovrà fare i conti con il rifiuto, da parti di aziende del calibro di Microsoft e Amazon, di offrire supporto tecnologico a Trump e ai suoi seguaci in seguito all’attacco a Capitol Hill, un problema già affrontato da Parler che ha dovuto migrare su altri lidi, pagando lo scotto di una presenza sul web tecnicamente poco performante.

Per confrontarsi con Mark Zuckerberg, numero uno del social più grande del mondo, a Trump converrà avere la sicurezza di presentarsi con una piattaforma solida, potente e in grado di attirare pubblico. Possibilmente qualcosa di più di un social blog, perché se anch’essa dovesse distinguersi per “scarsa navigabilità”, rischierebbe di confermarsi solo come zimbello del web.

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2021 in news

 

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WhatsAppDown, Codacons spara richieste di danni

Francamente queste richieste di danni futili del Codacons hanno un po’ stancato. L’ultima è di ieri, in seguito al “down” di circa un’ora da parte di WhatsApp, Instagram e Facebook. Cito dal loro comunicato stampa (aggiungo il grassetto nelle frasi più “pregne”):

In un momento in cui milioni di italiani sono costretti a lavorare in smartworking, disservizi come quello odierno causano pesanti disagi e rallentano l’attività dei cittadini, impendendo di inviare messaggi anche importanti – spiega il Codacons – Anche Instagram risulterebbe coinvolto nei disagi, ma è soprattutto il down di Whatsapp a scatenare le ire degli utenti e a creare i maggiori problemi.
Non è la prima volta che in Italia si registrano simili black out, che in questo periodo di emergenza sanitaria e di smartworking forzato appaiono ancora più gravi – prosegue l’associazione – Per questo chiediamo a Facebook, proprietaria di WhatsApp e Instagram, di risarcire in modo automatico tutti gli utenti italiani coinvolti nel disservizio odierno, studiando assieme al Codacons le forme di indennizzo più adeguate.

E non è la prima volta nemmeno per una richiesta di danni del Codacons a WhatsApp. Lo ha fatto anche nel 2017, ritenendo che l’azienda dovesse “risarcire i propri utenti (…) perché il danno per i consumatori è stato evidente. In tal senso chiediamo a WhatsApp di studiare forme di indennizzo automatico in favore degli utenti italiani coinvolti nel blocco del servizio registrato mercoledì 3 maggio”. Notare la ricorrenza di queste richieste di “indennizzo automatico”. Chi ricorda l’entità dell’indennizzo ottenuto per il “down” del 2017 sa già l’entità del risarcimento che si potrà ottenere per il disservizio di ieri. Chi non lo ricorda può arrivare agevolmente alla medesima conclusione.

Un risarcimento (automatico mi raccomando, ammesso che sia dimostrabile un automatismo da applicare ad un servizio che ognuno usa a propria discrezione) è dovuto quando si verifica una violazione alle condizioni di utilizzo e ai termini di servizio che l’utente ha sottoscritto, magari pagando un canone. WhatsApp però è gratuito e i termini di servizio sono molto asciutti in questo senso:

Non forniamo rimborsi per i nostri Servizi, fatti salvi i casi in cui è richiesto dalla legge.

Le parti di WhatsApp non saranno responsabili nei confronti dell’utente per lucro cessante o danni consequenziali, speciali, punitivi, indiretti o accidentali relativi a, derivanti da o legati ai nostri termini, a noi o ai nostri servizi (comunque causati e in base a qualsiasi ipotesi di responsabilità, compresa la colpa), anche nel caso in cui le parti di whatsapp fossero state avvisate dell’eventualità del verificarsi di tali danni.

Un risarcimento – o rimborso – implica che in precedenza vi sia stato un “esborso”, un pagamento per un servizio. Se non usufruito, il valore va rimborsato. Gli utenti di WhatsApp hanno versato zero. Per cui l’entità di un “rimborso automatico” è presto calcolata.

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2021 in news

 

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Phishing via SMS delle false Poste Italiane

Se ricevete un SMS con le caratteristiche indicate, cestinatelo. Io l’ho segnalato alla Polizia Postale e delle Comunicazioni: non è credibile che Poste Italiane mandi ai propri clienti un SMS simile, con un testo approssimativo e con un link palesemente inattendibile:

Gentile Cliente,Poste Italiane la informa che a causa anomalie la invitiamo a compilare il modulo per evitare il blocco al seguente link:https:/bit.ly/3lrHvUu

Come si vede dall’immagine, nel link effettivo il nome “Poste Italiane” è annegato in un indirizzo che nulla a che vedere con le Poste. Per dovere di cronaca, selezionando quell’indirizzo si approda ad una pagina web assolutamente fasulla, che invita ad inserire le credenziali dell’account Poste.it e, successivamente, i dati della carta di credito. Per poi utilizzarli alle spalle di chi li ha incautamente forniti, ovviamente.

Comunque si sono evoluti: una volta si presentavano come Poste Italiene: non ho mai capito se venissero da un altro mondo (it-aliene), o se fosse un fake dichiarato, da pronunciare con l’accento di Lino Banfi (italiène!)

P.S.: il numero telefonico che ha ricevuto quel messaggio non è legato ad alcun account di Poste.itAlmeno prendessero la mira, prima di sparare

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2021 in truffe&bufale

 

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Informiamoci per disintossicarci dai pregiudizi

Ma quando un paziente moriva dopo essersi sottoposto alla vaccinazione antinfluenzale, o successivamente ad un altro trattamento, dov’erano tutti coloro che oggi puntano il dito accusatorio contro AstraZeneca (ma tranquilli, già spuntano anche quelli contro Pfizer)?

Beninteso: è sempre necessario fare luce sulle cause di morte di un paziente, sia che si presumesse fosse sano, sia che avesse problemi di salute conosciuti. L’obiettivo è la salvaguardia della salute di tutti e solo con studio e ricerca è possibile migliorare, fatto salvo un principio granitico: la sicurezza assoluta non esiste e l’opportunità di una terapia deriva dall’analisi del rapporto tra i possibili benefici ed effetti dannosi conseguenti.

Certo – penseranno alcuni – al giorno d’oggi è possibile avere una mole di informazioni tempestive che un tempo non era così agevolmente accessibile. “Un tempo certe cose nemmeno si sapevano”, mentre oggi riceviamo frequentissime informazioni sui progressi della situazione sanitaria (tamponi, contagi, ricoveri, indici, rapporti, decessi, talvolta anche guarigioni), sulle evoluzioni dei vaccini (risultati dei ricercatori, nomi di aziende produttrici, percentuali di efficacia, numero di dosi disponibili), per non parlare delle parole di medici, esperti, addetti ai lavori e opinionisti che vengono interpellati da giornali, telegiornali, trasmissioni televisive e chiamati – anche tutti insieme – ad esprimersi su dati oggettivi e opinioni, non raramente in contrasto tra loro.

Questa è quella che io chiamo iperinformazione non gestita, ne’ da chi la genera, ne’ da chi la riceve: il risultato è un’eccessiva e scoordinata diffusione di informazioni, che genera confusione e disorientamento tra i cittadini che, di conseguenza, maturano una propria posizione sulla base di quei dati ricevuti in quantità altrettanto eccessiva e in modo altrettanto scoordinato. Colpa di Internet? Ancora una volta: no. Colpa della mancanza di obiettività e di senso critico: io sono ignorante in materia medica (posto che sia giusto esprimere così la mia mancanza di conoscenza al riguardo), ma non per questo devo maturare fiducia o diffidenza solamente sulla base di “notizie” e informazioni non argomentate che ricevo da qualunque fonte.

Se è vero che Internet agevola la diffusione di informazioni, dando voce a chiunque abbia la possibilità di esprimersi sull’argomento, è altrettanto vero che permette a chiunque verificare dati e informazioni. Ma se siamo ignoranti in materia – ossia se non abbiamo gli strumenti culturali a comprenderne tutti gli aspetti – non possiamo esprimere giudizi e spacciare certezze che non abbiamo. “Io non mi vaccino perché non so cosa c’è dentro” è una considerazione di una superficialità assurda (non volevo scrivere cazzata, ops), se espressa da una persona che non ha competenze e da chi, ad esempio, non si pone alcun problema a a cibarsi di schifezze o a fumare.

Visto che Internet offre la possibilità di informarsi, rimaniamo su una questione semplice, ampiamente argomentata e alla portata di tutti: il fumo da sigaretta (causa di 70/80mila vittime ogni anno nel nostro Paese). Con gli strumenti che ho a disposizione – gli stessi che chiunque può utilizzare per commentare sui social a ragione o a vanvera, per capirci – posso cercare informazioni e qualche dato riesco a trovarlo. E scopro che:

  • In una sigaretta ci sono tabacco, nitriti, nitrati, ammoniaca, acetaldeide
  • La combustione di una sigaretta sprigiona nicotina, monossido di carbonio, acido cianidrico, toluene, acetone, catrame, acroleina, acrilonitrile, cianuro di idrogeno, metilammina, formaldeide, benzene, cumene, arsenico, cadmio, cromo, berillio, nichel, ossido di etilene, cloruro di vinile e polonio-210.
  • Cinque sigarette inquinano quanto una locomotiva a vapore. 

Tornando alla vexata quaestio di partenza, sempre potendoci documentare grazie a Internet, scopriamo che:

  • in Gran Bretagna tra 11 milioni di persone “vaccinate Astrazeneca” sono stati riscontrati 45 casi di trombosi. Su 11 milioni di “vaccinati Pfizer” i casi rilevati sono stati 48; è un’incidenza dello 0,00045% (allineata a quella riscontrabile al di fuori della campagna vaccinale);
  • in Italia, ogni trimestre, su 100mila pazienti che assumono anticoagulanti orali muoiono 2mila persone per emorragia, spesso cerebrale; è un’incidenza del 2%, ma non per questo ne viene bloccata la prescrizione;
  • a Napoli il 13 gennaio una persona è stata colta da malore (e purtroppo è poi deceduta) pochi minuti prima di accedere alla sede vaccinale; fosse accaduto pochi minuti dopo la vaccinazione, la correlazione causa-effetto sarebbe rimasta infondata, ma l’avremmo pensata tutti;
  • ogni giorno muoiono 800 persone anziane che si sono vaccinate contro l’influenza, senza che esista alcun legame tra vaccino e decessi.

Non cerchiamo conforto nelle notizie che assecondano un pregiudizio che non ha basi oggettive. Non fermiamoci ad informazioni che non hanno fondatezza adeguatamente supportata. E’ vero, è accaduto in moltissime occasioni di leggere o sentire opinioni e informazioni contrastanti da medici e persone professionalmente competenti, e questo è dovuto a quella iperinformazione non gestita che sarebbe meglio non esistesse, non in quella forma scoordinata e raffazzonata. Ma che possiamo tentare di gestire con più senso critico, come quando vogliamo riconoscere bufale e fake news,  non diversamente da quello che dovremmo applicare di solito, non solo in questo periodo di emergenza, ma sempre.

NB: non si tratta di una difesa verso questo o quel vaccino, ma di una considerazione nei confronti delle motivazioni contrarie viste finora. E l’ultima cosa da fare è interrompere il percorso che può portare ad una soluzione favorevole.

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2021 in news

 

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Google News, l’approssimazione è strategica

Sfogliare Google News, scegliere la sezione Scienza e tecnologia e imbattersi in due “articoli” dal contenuto commerciale, dimostra – a mio parere – un’applicazione fin troppo approssimativa del concetto di fornire notizie. Capisco perfettamente che le dinamiche di ranking utilizzate possano essere eccessivamente inclusive: in pratica è come gettare nel mare dell’informazione una rete a strascico e raccogliere un po’ di tutto. Ma è un’approssimazione assolutamente intenzionale.

A quasi vent’anni dall’introduzione di Google News potrei non comprendere come in Scienza e tecnologia possa finire una “notizia” che già nel titolo contiene il nome di un supermercato e termini come “volantino” e “offerta”, anche se relativa a dispositivi tecnologici. Si tratta di Google, non cerchiamo attenuanti: è un’azienda che si sostiene sulla raccolta pubblicitaria e che è proprietaria di tecnologie in grado di individuare dati con precisione chirurgica, tanto sulle informazioni presenti in Internet, quanto sugli utenti che vi navigano.

Non facciamoci ingannare dalla dichiarazione diffusa nei giorni scorsi da David Temkin, (che ha la qualifica di Director of Product Management, Ads Privacy and Trust per il gruppo), stando alla quale Google dal 2022 non utilizzerà più tecnologie di tracciamento per vendere pubblicità, ossia i cookies, con l’obiettivo di una maggiore tutela della privacy. Perché l’attività di profilazione comportamentale verrà attuata ugualmente, ma con una tecnologia differente.

Via i cookies, è tempo di sfruttare un nuovo sistema chiamato FloC (Federated Learning of Cohorts), il cui obiettivo è permettere agli inserzionisti di effettuare attività di profilazione senza utilizzare i cookie, ma sfruttando il browser, abilitato a raccogliere informazioni sulle abitudini degli utenti che potranno quindi essere categorizzati in gruppi (le coorti) in funzione delle loro caratteristiche.

EFF (Electronic Frontier Foundation), organizzazione internazionale non profit di avvocati che tutela la libertà di espressione e i diritti digitali in ambito tecnologico, spiega:

FLoC è inteso come un nuovo modo per far fare al vostro browser la profilazione che i tracker di terze parti facevano da soli: in questo caso, riducendo la vostra recente attività di navigazione ad un’etichetta comportamentale, e poi condividendola con siti web e pubblicitari. La tecnologia eviterà i rischi per la privacy dei cookie di terze parti, ma ne creerà di nuovi nel processo. Può anche esacerbare molti dei peggiori problemi di non-privacy con gli annunci comportamentali, compresa la discriminazione e il targeting predatorio.

C’è un interessante approfondimento su FloC in questo articolo su Agenda Digitale. All’utente verrà dunque sottratta anche quella lieve forma di controllo che poteva avere sui cookie, perché si sfrutterà un’altra tecnologia ben più pervasiva. Di fatto, quindi, la precisione nell’attività di profilazione non diminuirà, ma aumenterà.

Ma quindi… se Google è in grado di ottenere informazioni a questo livello, possiamo pensare che non possa essere più raffinata nella sua attività di selezione delle news? Tutto è ovviamente intenzionale e mirato a veicolare il proprio business attraverso il maggior numero di canali possibili. Ed evidenziare le “notizie” di una testata che a sua volta ripubblica i banner di Google Ads all’interno dei propri articoli, è una forma come un’altra per catturare l’attenzione degli utenti e indurli a cliccare sulle sue stesse inserzioni pubblicitarie.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2021 in news

 

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L’odio in rete ha nome e cognome

Sono stati identificati gli autori dei messaggi di odio razziale pubblicati nei confronti di Liliana Segre, a commento della notizia della vaccinazione a cui si è sottoposta lo scorso 18 febbraio.

Questo conferma due cose: innanzitutto che queste azioni vili e vergognose non rimangono “virtuali” o prive di significato, perché si tratta di violenza verbale di cui gli autori sono responsabili in prima persona (art. 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale”). Scrivere nei commenti di un post condiviso su un social network ci espone al mondo, con tutte le debite conseguenze, e questo vale – come visto di recente – anche per l’eventuale “mandante”, ossia per colui che istiga altri utenti a supportarlo.

In secondo luogo, anche questa vicenda dimostra che spesso l’odio viene espresso con orgoglio: la nota diffusa dalla Polizia delle Comunicazioni indica le iniziali degli autori di quei commenti, che corrispondono ai nomi degli utenti che risultano dalla pubblicazione. Non si sono nascosti dietro uno pseudonimo o falso nome, ci hanno messo nome e cognome.

Una legge che obblighi gli utenti a presentare un documento di identità all’atto di iscrizione ad un social network, se l’obiettivo è combattere l’anonimato in rete, è decisamente inutile. I motivi – perché ne esiste più di uno – sono sempre gli stessi (cliccate qui per leggere il mio post precedente al riguardo): l’anonimato online non esiste in quanto un utente può essere rintracciato e perseguito, inoltre una carta di identità da presentare potrebbe essere falsificata agevolmente.

L’auspicio è che questa attività di identificazione venga svolta sempre, non solo in seguito ad un attacco ai danni di un personaggio con visibilità pubblica e indipendentemente dal colore politico o da qualsiasi altra causa scatenante. Per questo è necessario che ogni vittima denunci, se ha subìto azioni di questa portata. Necessario, inoltre, che sia pubblicizzata al massimo, per far capire ai leoni da tastiera la loro responsabilità e i rischi a cui si sottopongono, dal momento che sono refrattari ad ogni opera di sensibilizzazione su tematiche di questa serietà.

 
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Pubblicato da su 3 marzo 2021 in news

 

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Clubhouse, abbiamo un problema. Di privacy

Clubhouse ha qualche problema di privacy. Nel nuovo audio social network, su cui già esistevano perplessità in materia di riservatezza, a un utente è stato infatti possibile condividere gli audio di una “stanza” e ritrasmetterli esternamente in streaming tramite un sito web. Il leak è stato confermato dalla Alpha Exploration (l’azienda che ha realizzato la piattaforma), ed è stato reso noto solo pochi giorni dopo la scoperta, da parte dello Stanford Internet Observatory (SIO), di una vera e propria falla nella sicurezza del sistema, foriera di intrusioni non autorizzate e trasmissioni di dati.

Secondo quanto rilevato, la piattaforma si basa su tecnologie sviluppate della società cinese Agora, che secondo i ricercatori del SIO potrebbe accedere agli audio degli utenti e fornirne i contenuti al governo cinese. A quanto pare, però, esiste una vulnerabilità che è stata sfruttata, appunto, da un utente che ha scoperto come condividere le conversazioni, rendendole accessibili anche a utenti non iscritti, semplicemente sfruttando un sito esterno, chiamato OpenClubhouse.

Secondo quanto riferito da Bloomberg, Clubhouse ci ha messo una pezza bannando l’utente e dichiarando di aver apportato opportune contromisure, azione che presso il SIO non viene ritenuta credibile. Un problema non da poco e indubbiamente da risolvere in modo concreto, considerando la crescita esponenziale registrata in queste ultime settimane, in cui il social ha raggiunto quota 8 milioni di download, grazie anche all’ingresso di numerosi personaggi come Elon Musk, Kanye West e Mark Zuckerberg, che hanno indubbiamente contribuito ad accrescerne la popolarità.

Ma senza un deciso cambio di rotta sul fronte della sicurezza, tanta popolarità dopo l’entusiasmo per l’app del momento potrebbe tradursi in un problema di cattiva reputazione, per risolvere il quale una pezza non può essere sufficiente.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2021 in news

 

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Clickbaiting, uno sport che non tramonta

Con questo post rimango in tema “spaziale” solo perché mi viene offerta l’occasione di evidenziare un esempio di clickbait, termine che “indica un contenuto web la cui principale funzione è di attirare il maggior numero possibile d’internauti, per generare rendite pubblicitarie online” (definizione wikipedica).

L’acchiappaclic in questo caso è un articolo pubblicato ieri online dal Corriere dello Sport, che legittimamente estende la propria funzione di informazione anche ad altri ambiti. Ed effettivamente, parlando di un satellite che “sfiorerà la terra”, precisando con enfasi apocalittica “la data è vicina, c’è un pericolo”, il giornale diretto dall’eclettico e professionale Ivan Zazzaroni sembra adempiere alla sua vocazione di fornire anche informazioni di pubblico interesse. E invece no.

Lì c’è un articolo che dice poco o niente, perché annuncia un “pericolo” senza minimamente descriverlo, ne’ motivarlo. “C’è un pericolo” significa “preoccupatevi”. Di cosa? Silenzio cosmico. Eppure chi dà un’informazione, soprattutto di questo tenore, dovrebbe farlo in modo completo. Magari non esaustivo – non si tratta di una testata scientifica – ma con un articolo che abbia sia capo che coda.

E che dica, ad esempio, che asteroidi come quello descritto – identificato come 231937 (2001 FO32) – vengono classificati dalla Nasa come “potenzialmente pericolosi” perché hanno orbite che si avvicinano a quella della Terra: a motivo dell’attrazione gravitazionale di diversi pianeti, i percorsi seguiti dagli asteroidi sono in continua evoluzione ed esiste la possibilità che, nel corso dei secoli e dei millenni, questi cambiamenti di orbita possano portarli a incrociare l’orbita del nostro pianeta.

Un giorno lontano. Ma per ora, come dicono la Nasa e altre testate specializzate, niente panico.

 

 
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Pubblicato da su 25 febbraio 2021 in (dis)informazione, news

 

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Perché Marte? Per andare oltre, anche sulla Terra

Il rover Perseverance su Marte

Il rover Perseverance su Marte – Fonte: NASA via Astronautinews.it

Ogni missione spaziale compiuta dall’uomo, parallelamente a reazioni di emozione ed entusiasmo, suscita in molte persone perplessità sull’utilità e sull’opportunità degli investimenti – sempre considerevoli – profusi in queste iniziative. La sintesi di questo scetticismo è ben riassunta in una domanda che ho sentito, ancora una volta, questa mattina: “Non sarebbe più opportuno destinare altrove il denaro investito in queste missioni, con tutti i problemi che ci sono nel mondo, come la fame, l’inquinamento, eccetera?”

Massimo Russo, in questo articolo su Esquire, sintetizza – in modo diretto ed efficace – il motivo per cui anche la nuova missione su Marte non deve essere considerata solamente per gli obiettivi legati all’esplorazione del “pianeta rosso”:

Ancora più importante, tuttavia, è l’onda lunga dei dividendi che verranno dai progressi della scienza e della tecnologia legate alla missione. Per capirci, dalla stagione delle esplorazioni lunari di Apollo, negli anni ‘60 del secolo scorso, sono derivate la tomografia assiale computerizzata (Tac), che ha portato enormi benefici alla diagnostica medica; progressi nelle batterie, a cominciare da quelle che equipaggiano gli utensili senza filo che abbiamo a casa; l’accelerazione nello sviluppo dei chip, che ha portato alla nascita dei personal computer e degli smartphone. E, ancora, tessuti isolanti e teflon, fertilizzanti, videocamere ad alta risoluzione, cibo liofilizzato, alcune tipologie di calcestruzzo, materiali plastici e ignifughi. Sono oltre 30mila gli oggetti e le tecnologie che hanno un debito con quelle missioni. Il ritorno, in alcuni casi, è stato pari a sette volte l’investimento.

Ernst Stuhlinger – direttore scientifico associato del Marshall Space Flight Center dal ’68 al ’75 – nel 1970 ricevette una lettera da una religiosa in missione in Zambia, Suor Mary Jucunda, che gli chiedeva come fosse possibile proporre progetti che puntavano allo Spazio, mentre nel mondo milioni di persone morivano di fame. Stuhlinger – che proprio in quell’epoca lanciò la proposta di effettuare alcune ricerche sulla possibilità di arrivare su Marte – sinceramente colpito dalla richiesta, le scrisse una lettera molto argomentata, che ancora oggi viene citata per rispondere a domande dello stesso tenore.

Indipendentemente dal concordare o meno con quanto spiega, merita di essere letta. Ne riporto una traduzione, il testo originale lo potete ottenere da varie fonti, tra cui il libro Space_among_us, di pubblico dominio. Potete scaricarlo cliccando sul titolo, la lettera inizia a pag. 120 (pag. 132 del file pdf).

Cara Suor Mary Jucunda,

la sua lettera è una delle tante che mi giungono ogni giorno, ma mi ha toccato più profondamente di tutte le altre, perché proviene dal profondo di una mente che cerca e di un cuore compassionevole. Cercherò di rispondere alla sua domanda nel miglior modo possibile.

Prima, però, vorrei esprimere la mia grande ammirazione per lei, e per le molte sue consorelle coraggiose, perché sta dedicando la sua vita alla causa più nobile dell’uomo: l’aiuto al prossimo che si trova nel bisogno.

Nella sua lettera mi ha chiesto come abbia potuto suggerire la spesa di miliardi di dollari per un viaggio su Marte, in un momento in cui molti bambini di questa Terra stanno morendo di fame. So che non si aspetta una risposta del tipo: “Oh, non sapevo che ci fossero bambini che muoiono di fame, ma d’ora in poi desisterò da qualsiasi tipo di ricerca spaziale finché l’umanità non avrà risolto questo problema!” In effetti, ho saputo di bambini affamati molto prima di sapere che un viaggio sul pianeta Marte fosse tecnicamente fattibile. Tuttavia, come molti dei miei amici, credo che viaggiare verso la Luna, ed eventualmente verso Marte e altri pianeti, sia un’impresa che dovremmo intraprendere ora, e credo persino che questo progetto, a lungo termine, contribuirà maggiormente alla soluzione dei gravi problemi che stiamo affrontando qui sulla Terra rispetto a molti altri potenziali progetti di aiuto che vengono dibattuti e discussi ,anno dopo anno, e che sono così estremamente lenti nel dare risultati tangibili.

Prima di cercare di descrivere più in dettaglio come il nostro programma spaziale stia contribuendo alla soluzione dei nostri problemi terrestri, vorrei raccontare brevemente una storia presumibilmente vera, che può aiutare a sostenere l’argomento. Circa 400 anni fa, in una piccola città della Germania viveva un conte. Era un nobile benevolo, che dava gran parte del suo reddito ai poveri della sua città. Questo era molto apprezzato, perché la povertà era abbondante durante il Medioevo, e c’erano epidemie di peste che devastavano frequentemente il paese. Un giorno, il conte incontrò un uomo strano. Aveva un banco di lavoro e un piccolo laboratorio nella sua casa, e lavorava duramente durante il giorno per potersi permettere qualche ora ogni sera per lavorare nel suo laboratorio. Macinava piccole lenti da pezzi di vetro; montava le lenti in tubi, e usava questi aggeggi per guardare oggetti molto piccoli. Il conte era particolarmente affascinato dalle piccole creazioni che si potevano osservare con il forte ingrandimento, e che non aveva mai visto prima. Lo invitò a trasferirsi con il suo laboratorio al castello, a diventare un membro della sua famiglia e da quel momento in poi gli consentì di dedicare tutto il suo tempo allo sviluppo e al perfezionamento dei suoi strumenti ottici come dipendente speciale del conte.

I cittadini, tuttavia, si arrabbiarono quando si resero conto che il conte stava sprecando il suo denaro, come pensavano, per un capriccio senza un obiettivo. “Noi soffriamo per la peste”, dissero, “mentre lui paga quell’uomo per un passatempo inutile! Ma il conte rimase fermo sulla sua posizione. “Vi do quanto posso permettermi”, disse, “ma sosterrò anche quest’uomo e il suo lavoro, perché sono convinto che un giorno ne verrà fuori qualcosa di interessante!”

Infatti, qualcosa di interessante uscì da quel lavoro, e anche da un lavoro simile fatto da altri in altri posti: il microscopio. È noto che il microscopio ha contribuito più di qualsiasi altra invenzione al progresso della medicina, e che l’eliminazione della peste e di molte altre malattie infettive dalla maggior parte del mondo è in gran parte un risultato degli studi resi possibili dall’utilizzo del microscopio.

Il conte, conservando parte del suo denaro per la ricerca e la scoperta, ha contribuito molto di più al sollievo della sofferenza umana di quanto avrebbe potuto fare dando tutto quello che poteva risparmiare alla sua comunità afflitta dalla peste.

La situazione che affrontiamo oggi è simile sotto molti aspetti. Il presidente degli Stati Uniti spende circa 200 miliardi di dollari nel suo bilancio annuale. Questo denaro è destinato alla salute, all’educazione, al benessere, al rinnovamento urbano, alle autostrade, ai trasporti, agli aiuti esteri, alla difesa, alla conservazione del territorio, alla scienza, all’agricoltura e a molte installazioni dentro e fuori il paese. Circa l’1,6% di questo budget nazionale è stato assegnato all’esplorazione spaziale quest’anno. Il programma spaziale comprende il Progetto Apollo e molti altri progetti minori in fisica spaziale, astronomia spaziale, biologia spaziale, progetti planetari, progetti sulle risorse della Terra e ingegneria spaziale. Per rendere possibile questa spesa per il programma spaziale, il contribuente americano medio con 10.000 dollari di reddito all’anno paga circa 30 dollari di tasse per lo spazio. Il resto del suo reddito, 9.970 dollari, rimane per la sua sussistenza, il suo tempo libero, i suoi risparmi, le sue altre tasse e tutte le altre spese.

Probabilmente ora chiederà: “Perché non prendete 5 o 3 o 1 dollaro da quei 30 dollari spaziali che il contribuente medio americano paga, e mandate questi dollari ai bambini affamati?” Per rispondere a questa domanda, devo spiegare brevemente come funziona l’economia di questo Paese. La situazione è molto simile in altri paesi. Il governo è composto da una serie di dipartimenti (Interni, Giustizia, Salute, Educazione e Benessere, Trasporti, Difesa e altri) e da uffici (National Science Foundation, National Aeronautics and Space Administration e altri). Tutti loro preparano i loro bilanci annuali in base alle missioni loro assegnate, e ognuno di loro deve difendere il suo bilancio dal controllo estremamente severo delle commissioni del Congresso, e dall pesante pressione per l’economia da parte dell’Ufficio del Bilancio e del Presidente. Quando i fondi vengono finalmente stanziati dal Congresso, possono essere spesi solo per le voci specificate e approvate nel bilancio.

Il bilancio della National Aeronautics and Space Administration, naturalmente, può contenere solo voci direttamente collegate all’aeronautica e allo spazio. Se questo bilancio non fosse approvato dal Congresso, i fondi proposti per esso non sarebbero disponibili per qualcos’altro; semplicemente non sarebbero prelevati dai contribuenti, a meno che uno degli altri bilanci non abbia ottenuto l’approvazione per un aumento specifico che assorbirebbe quindi i fondi non spesi per lo spazio. Da questa breve spiegazione, si renderà conto che il sostegno ai bambini affamati, o meglio un sostegno in aggiunta a quello alla degnissima causa a cui gli Stati Uniti stanno già contribuendo sotto forma di aiuto estero, può essere ottenuto solo se il dipartimento appropriato presenta una voce di bilancio per questo scopo, e se questa voce viene poi approvata dal Congresso.

Potrebbe ora chiedermi se io personalmente sia a favore di una tale mossa da parte del nostro governo. La mia risposta è un enfatico sì. Infatti, non mi dispiacerebbe affatto che le mie tasse annuali fossero aumentate di un certo numero di dollari allo scopo di nutrire i bambini affamati, ovunque essi vivano.

So che tutti i miei amici la pensano allo stesso modo. Tuttavia, non potremmo dar vita ad un tale programma semplicemente desistendo dal fare progetti per missioni su Marte. Al contrario credo addirittura che, lavorando per il programma spaziale, possa dare qualche contributo per alleviare ed eventualmente risolvere problemi così gravi come la povertà e la fame sulla Terra. Alla base del problema della fame ci sono due funzioni: la produzione di cibo e la distribuzione del cibo. La produzione di cibo – attraverso l’agricoltura, l’allevamento di bestiame, la pesca oceanica e altre operazioni su larga scala – è efficiente in alcune parti del mondo, ma drasticamente carente in molte altre. Per esempio, grandi aree territoriali potrebbero essere utilizzate molto meglio se venissero applicati metodi efficienti di controllo degli spartiacque, uso di fertilizzanti, previsioni meteorologiche, valutazione della fertilità, programmazione delle piantagioni, selezione dei campi, abitudini di semina, tempi di coltivazione, rilevamento delle colture e pianificazione del raccolto.

Lo strumento migliore per il miglioramento di tutte queste funzioni, senza dubbio, è il satellite artificiale. Girando intorno al globo ad alta quota, può schermare ampie aree di terreno in breve tempo; può osservare e misurare una grande varietà di fattori che indicano lo stato e le condizioni delle colture, del suolo, della siccità, delle piogge, della copertura nevosa, ecc. e può trasmettere via radio queste informazioni alle stazioni a terra, per un uso appropriato. È stato stimato che anche un modesto sistema di satelliti equipaggiati con risorse terrestri e sensori, lavorando all’interno di un programma di miglioramento agricolo mondiale, aumenterebbe i raccolti annuali di un equivalente di molti miliardi di dollari.

La distribuzione del cibo ai bisognosi è un problema completamente diverso. La questione non è tanto quella del volume delle spedizioni, ma quella della cooperazione internazionale. Chi governa una piccola nazione può sentirsi molto a disagio alla prospettiva di avere grandi quantità di cibo spedite nel suo paese da una grande nazione, semplicemente perché teme che insieme al cibo ci possa essere anche un’importazione di influenza e potere straniero. Un efficace sollievo dalla fame, temo, non arriverà prima che i confini tra le nazioni siano diventati meno divisivi di quanto lo siano oggi. Non credo che il volo spaziale realizzerà questo miracolo in una notte. Tuttavia, il programma spaziale è certamente tra gli agenti più promettenti e potenti che lavorano in questa direzione.

Mi lasci solo ricordare la recente tragedia mancata dell’Apollo 13. Quando si avvicinò il momento del cruciale rientro degli astronauti, l’Unione Sovietica interruppe tutte le trasmissioni radio russe nelle bande di frequenza utilizzate dal progetto Apollo per evitare ogni possibile interferenza, e le navi russe stazionarono nel Pacifico e nell’Oceano Atlantico nel caso fosse stato necessario un salvataggio di emergenza. Se la capsula dell’astronauta fosse ammarata vicino ad una nave russa, i russi si sarebbero indubbiamente adoperati nel salvataggio come se si fosse trattato di cosmonauti russi tornati da un viaggio nello spazio. Se astronauti russi dovessero mai trovarsi in una situazione di emergenza simile, gli americani farebbero lo stesso senza alcun dubbio.

Una maggiore produzione di cibo grazie al rilevamento e alla valutazione effettuate in orbita, e una migliore distribuzione del cibo grazie al miglioramento delle relazioni internazionali, sono solo due esempi di quanto profondamente il programma spaziale possa avere un impatto sulla vita sulla Terra. Vorrei citare altri due esempi: la stimolazione dello sviluppo tecnologico e la generazione di conoscenza scientifica.

I requisiti di alta precisione e di estrema affidabilità che devono essere imposti ai componenti di un veicolo spaziale diretto sulla Luna non hanno precedenti nella storia dell’ingegneria. Lo sviluppo di sistemi che soddisfano questi severi requisiti ci ha fornito un’opportunità unica per trovare nuovi materiali e metodi, per inventare sistemi tecnici migliori, per le procedure di fabbricazione, per allungare la vita degli strumenti e persino per scoprire nuove leggi della natura.

Tutte queste nuove conoscenze tecniche acquisite sono disponibili anche per l’applicazione alle tecnologie terrestri. Ogni anno, circa un migliaio di innovazioni tecniche generate nel programma spaziale trovano il loro destino nella nostra tecnologia terrestre, portando a realizzare migliori elettrodomestici da cucina e attrezzature agricole, migliori macchine da cucire e radio, migliori navi e aeroplani, migliori previsioni del tempo e avvisi di tempesta, migliori comunicazioni, migliori strumenti medici, migliori utensili e strumenti per la vita quotidiana. Presumibilmente, si chiederà ora perché dobbiamo sviluppare prima un sistema di supporto vitale per i nostri astronauti che vanno sulla Luna, prima di poter costruire un sistema di sensori di lettura a distanza per i malati di cuore. La risposta è semplice: un progresso significativo nella soluzione dei problemi tecnici è spesso realizzato non con un approccio diretto, ma fissando prima un obiettivo di alta sfida che offre una forte motivazione per il lavoro innovativo, che accende l’immaginazione e sprona gli uomini a spendere i loro migliori sforzi, e che agisce come un catalizzatore includendo catene di altre reazioni.

Il volo spaziale, senza alcun dubbio, svolge esattamente questo ruolo. Il viaggio verso Marte non sarà certamente una fonte diretta di cibo per gli affamati. Tuttavia, porterà a così tante nuove tecnologie e capacità che le ricadute di questo progetto da sole varranno molte volte il costo della sua realizzazione.

Oltre alla necessità di nuove tecnologie, c’è un continuo bisogno di nuove conoscenze di base nelle scienze se vogliamo migliorare le condizioni della vita umana sulla Terra. Abbiamo bisogno di più conoscenze nella fisica e nella chimica, nella biologia e nella fisiologia, e in particolare nella medicina, per far fronte a tutti questi problemi che minacciano la vita dell’uomo: fame, malattie, contaminazione del cibo e dell’acqua, inquinamento dell’ambiente.

Abbiamo bisogno di più giovani uomini e donne che scelgano la scienza come carriera e abbiamo bisogno di un sostegno migliore per quegli scienziati che hanno il talento e la determinazione per impegnarsi in un lavoro di ricerca fruttuoso. Devono essere disponibili obiettivi di ricerca stimolanti e deve essere fornito un sostegno sufficiente ai progetti di ricerca. Di nuovo, il programma spaziale con le sue meravigliose opportunità di impegnarsi in studi di ricerca veramente magnifici su lune e pianeti, di fisica e astronomia, di biologia e medicina è un catalizzatore quasi ideale che induce la reazione tra la motivazione per il lavoro scientifico, le opportunità di osservare fenomeni eccitanti della natura e il supporto materiale necessario per portare avanti lo sforzo di ricerca.

Tra tutte le attività dirette, controllate e finanziate dal governo americano, il programma spaziale è certamente la più visibile e probabilmente la più discussa, sebbene consumi solo l’1,6% del bilancio nazionale totale e il 3 per mille (meno di un terzo dell’1%) del prodotto nazionale lordo. Come stimolo e catalizzatore per lo sviluppo di nuove tecnologie, e per la ricerca nelle scienze di base, non è paragonabile a nessun’altra attività. In questo senso, possiamo dire che il programma spaziale sta assumendo una funzione che per tre o quattromila anni è stata la triste prerogativa delle guerre.

Quanta sofferenza umana potrebbe essere evitata se le nazioni, invece di investire in aerei e razzi che sganciano bombe, si mettessero in competizione con le loro navi spaziali per andare sulla Luna! Questa competizione è piena di promesse di brillanti vittorie, ma non lascia spazio all’amaro destino dei vinti, che non genera altro che vendetta e nuove guerre.

Anche se il nostro programma spaziale sembra portarci lontano dalla nostra Terra e verso la luna, il sole, i pianeti e le stelle, credo che nessuno di questi oggetti celesti troverà tanta attenzione e studio da parte degli scienziati spaziali quanto la nostra Terra. Diventerà una Terra migliore, non solo per tutte le nuove conoscenze tecnologiche e scientifiche che applicheremo per migliorare la vita, ma anche perché stiamo sviluppando un apprezzamento molto più profondo della nostra Terra, della vita e dell’uomo.

La fotografia che allego a questa lettera mostra una veduta della nostra Terra vista dall’Apollo 8 quando orbitò intorno alla Luna nel Natale del 1968. Di tutti i meravigliosi risultati del programma spaziale fino ad ora, questa foto è forse la più importante. Ci ha aperto gli occhi sul fatto che la nostra Terra è una bellissima e preziosissima isola in un vuoto sconfinato, e che non c’è altro posto in cui vivere se non il sottile strato superficiale del nostro pianeta, delimitato dal tetro nulla dello spazio. Mai prima d’ora così tante persone avevano riconosciuto quanto limitata sia la nostra Terra, e quanto pericoloso sarebbe manomettere il suo equilibrio ecologico. Da quando questa immagine è stata pubblicata per la prima volta, molte voci si sono fatte più forti per avvertire dei gravi problemi che l’uomo dei nostri tempi deve affrontare: inquinamento, fame, povertà, vita urbana, produzione di cibo, controllo delle acque, sovrappopolazione. Non è certo un caso che ora si comincino a vedere i tremendi compiti che ci aspettano in un momento in cui la giovane era spaziale ci ha fornito il primo sguardo buono sul nostro pianeta.

Molto fortunatamente, però, l’era spaziale non solo ci offre uno specchio in cui possiamo vedere noi stessi, ma ci fornisce anche le tecnologie, la sfida, la motivazione e persino l’ottimismo per affrontare questi compiti con fiducia. Ciò che impariamo nel nostro programma spaziale, credo che sostenga pienamente ciò che Albert Schweitzer aveva in mente quando disse: “Guardo al futuro con preoccupazione, ma con buona speranza”.

I miei migliori auguri saranno sempre con lei e con i suoi bambini.

Con sincera cordialità,

Ernst Stuhlinger

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2021 in news

 

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Facebook, multa di 7 milioni di euro: solletico

Fa piacere sapere che l’Antitrust (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – AGCM) eserciti la sua vigilanza sulle multinazionali IT bacchettandole in caso di scorrettezze. Ed è giusto che un’azienda venga sanzionata per aver indotto “ingannevolmente gli utenti a registrarsi sulla sua piattaforma non informandoli subito e in modo adeguato – durante l’attivazione dell’account – dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, enfatizzandone viceversa la gratuità”.

Ma se quell’azienda è Facebook, che ha un fatturato annuo di oltre 70 miliardi di dollari e un utile di oltre 18 miliardi (dati 2019, il consuntivo 2020 non è ancora noto), sapere che a causa di tale comportamento ingannevole è stata multata per 7 milioni di euro (8,4 milioni di dollari) non è consolante, dal momento che siamo intorno allo 0,012% del fatturato e allo 0.05% dell’utile. Anzi, constatando che l’Antitrust aveva già vietato la pratica definita ingannevole e ammonito l’azienda invitandola a provvedere a una rettifica mai realizzata, il tutto ha un sapore di una beffa bella e buona.

Dal Comunicato Stampa dell’Autorità:

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per complessivi 7 milioni di euro Facebook Ireland Ltd. e la sua controllante Facebook Inc., per non aver attuato quanto prescritto nel provvedimento emesso nei loro confronti nel novembre 2018.

In particolare, con tale decisione, l’Autorità aveva accertato che Facebook induceva ingannevolmente gli utenti a registrarsi sulla sua piattaforma non informandoli subito e in modo adeguato – durante l’attivazione dell’account – dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, enfatizzandone viceversa la gratuità.

Per l’Antitrust, inoltre, le informazioni fornite da Facebook risultavano generiche e incomplete e non fornivano una adeguata distinzione tra l’utilizzo dei dati necessario per la personalizzazione del servizio (con l’obiettivo di facilitare la socializzazione con altri utenti) e l’utilizzo dei dati per realizzare campagne pubblicitarie mirate.

Oltre a sanzionare Facebook per 5 milioni di euro, l’Autorità aveva vietato l’ulteriore diffusione della pratica ingannevole e disposto la pubblicazione di una dichiarazione rettificativa sulla homepage del sito internet aziendale per l’Italia, sull’app Facebook e sulla pagina personale di ciascun utente italiano registrato.

La presente istruttoria ha permesso di accertare che le due società non hanno pubblicato la dichiarazione rettificativa e non hanno cessato la pratica scorretta accertata: pur avendo eliminato il claim di gratuità in sede di registrazione alla piattaforma, ancora non si fornisce un’immediata e chiara informazione sulla raccolta e sull’utilizzo a fini commerciali dei dati degli utenti. Secondo l’Autorità, si tratta di informazioni di cui il consumatore necessita per decidere se aderire al servizio, alla luce del valore economico assunto per Facebook dai dati ceduti dall’utente, che costituiscono il corrispettivo stesso per l’utilizzo del servizio.

Continuando di questo passo, motiveremo queste grandi aziende a proseguire con la loro condotta e sanzioni irrisorie come questa, per loro, saranno tranquillamente registrabili alla voce spese pubblicitarie. Niente male per un gruppo che ha nell’advertising il proprio core business, dal momento che costituisce il 98% del suo fatturato.

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2021 in social network

 

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Parler cerca di cambiare immagine

Espulso a gennaio dalla piattaforma AWS (Amazon Web Services) in seguito all’accusa di essere uno dei principali canali di comunicazione utilizzati nell’organizzazione dell’attacco a Capitol Hill,  ecco di nuovo online il social network Parler, almeno come sito web: la app, infatti, non è ancora stata riammessa dall’App Store di Apple , né dal Play Store Google. L’inserimento nella lista nera delle big tech ha costretto l’azienda al trasloco – dai server Amazon a quelli di SkySilk – ma la nuova vita del social si annuncia anche con un logo completamente diverso e con una nuova guida, quella di Mark Meckler, che ha assunto la carica di CEO.

Un articolo del New York Times riferisce che il ritorno online di Parler è stato possibile grazie al supporto di un’azienda russa e di un partner di Seattle, già indicato come sostenitore di un sito neonazista. Piuttosto simile a Twitter, non ha però la stessa fluidità, anzi: dal momento che già quando si trovava su AWS si era rivelato alquanto lento, c’è da capire come sarà con il nuovo provider, un’azienda con dimensioni e risorse inferiori a quelle assicurate da Amazon.

Ferma restando la validità del principio di libertà di espressione, vedremo se il nuovo corso di Parler sarà veramente nuovo.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2021 in news

 

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Clubhouse nel mirino di Facebook e Twitter

Quando una piattaforma tecnologica sembra funzionare, Mark Zuckerberg inizia a puntare i piedi e a volerla acquistare per inglobarla nella famiglia Facebook. Era accaduto con Instagram, si è ripetuto con WhatsApp e con Oculus. Ora – stando a quanto riferisce il New York Times – sarebbe il turno di Clubhouse, il social network “solo audio”, che sta acquistando popolarità mondiale grazie all’ingresso – registrato nei giorni scorsi – di vari nomi illustri (tra cui Elon Musk, ma anche personaggi come Drake, Tiffany Haddish e Jared Leto), che hanno contribuito a solleticare l’interesse di molti investitori. Clubhouse sarebbe però nel mirino anche di Twitter: entrambi i gruppi, infatti, avrebbero in cantiere soluzioni concorrenti (quella a cui sta lavorando Twitter si chiamerebbe Spaces).

Che l’evoluzione dei social network vada in questa direzione? Possibilissimo. Nel frattempo, però, l’impegno al rispetto degli utenti e delle loro informazioni personali deve essere mantenuto e il fatto che il “pioniere” Clubhouse, nelle proprie condizioni d’uso, non abbia previsto nessuna conformità alle regole previste dal GDPR lascia aperti ancora molti dubbi, insieme a quelli dei possibili utilizzi dei contenuti delle conversazioni. Ma è ormai certo che presto ne sentiremo parlare nuovamente.

Anziché fermarsi al lato social, i big potrebbero però guardare oltre e in altre direzioni, ad esempio verso una declinazione più social di soluzioni come Robinhood, la piattaforma di trading senza intermediazione, destinata ai piccoli investitori interessati alle criptovalute o a pacchetti di titoli quotati a Wall Street, gratuita per chi sceglie di sorbirsi inserzioni pubblicitarie, a pagamento per chi preferisce abbonarsi. Ma in entrambe le versioni rischiosa, per chi si avventura da solo in operazioni finanziarie senza alcun supporto. Questa è una boutade provocatoria ovviamente, ma non è detto che il futuro di questo settore non contempli questa possibilità.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2021 in news

 

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Twitter, cartellino rosso per Trump. “Per sempre”?

Dopo aver esclamato molte volte “You’re fired!” nello show The Apprentice, tocca a Donald Trump essere… “sbattuto fuori”. Definitivamente, da Twitter, come ha confermato ieri Ned Segal (CFO della piattaforma social) in un’intervista concessa a CNBC. :

“Per come funzionano le nostre politiche, quando vieni rimosso dalla piattaforma… sei rimosso dalla piattaforma, sia che tu sia un commentatore, che tu sia un CFO o che tu sia un ex o attuale funzionario pubblico”

La sospensione dell’account – annunciata e attuata l’8 gennaio, in seguito all’assalto a Capitol HIll – viene quindi ufficialmente confermata come irreversibile. L’account, però, non è stato esattamente eliminato: è online e rimane nella condizione di sospeso, un monito che viene mantenuto per trasmettere a tutti il messaggio che chi non rispetta le condizioni che ogni utente ha sottoscritto, è fuori dalla piattaforma. E in questo caso per sempre.

Una distorsione c’è: ciò che un utente condivide pubblicamente su Twitter non è a circuito chiuso, non è riservato ai soli iscritti (pochi o tanti che siano), è pubblico e potenzialmente visibile a tutto il mondo senza la necessità di essere iscritti alla piattaforma. Si tratta comunque di un’azienda privata, che ha sicuramente tutto il diritto di concedere agli utenti il proprio spazio alla condizione che vengano rispettale le regole di utilizzo richiamate al momento dell’iscrizione. E proprio nelle righe iniziali delle Regole di Twitter si legge:

Sicurezza

Violenza: non puoi minacciare di ricorrere alla violenza contro un individuo o un gruppo di persone. Anche l’esaltazione della violenza è un comportamento proibito. Per saperne di più, leggi le nostre norme sulle minacce di violenza e sulla esaltazione della violenza.

Nelle norme sull’esaltazione della violenza si legge:

Che cosa succede in caso di violazione di queste norme?

Le conseguenze della violazione delle nostre norme sull’esaltazione della violenza variano in base alla gravità della violazione e ai precedenti dell’account sulla nostra piattaforma.

Alla prima violazione ti chiederemo di rimuovere il contenuto e bloccheremo temporaneamente l’accesso all’account per impedirti di twittare di nuovo finché non avrai provveduto alla rimozione. Se continui a violare queste norme dopo aver ricevuto un avviso, il tuo account verrà sospeso in modo permanente. Se ritieni che il tuo account sia stato sospeso per errore, puoi inviare una contestazione.

Al netto dell’opportunità di inviare una contestazione, dal punto di vista di Twitter l’applicazione del regolamento è stato puntuale: Donald Trump è stato ritenuto l’istigatore dell’assalto al Congresso. Aveva già ricevuto avvisi in precedenza? Sì, anche se riferiti alla diffusione di informazioni riscontrate come non veritiere.

I presupposti indicati da Twitter consegnano al mondo un verdetto ritenuto accettabile dall’opinione pubblica. Nonostante però l’enormità della responsabilità e del “capo di imputazione”, importante pensando che Trump con quell’account aveva 88 milioni di persone a seguirlo (un numero considerevole, all’interno del quale non è improbabile trovare sciamani o facinorosi), si tratta di un verdetto arbitrario in quanto deciso e attuato unilateralmente dal titolare della piattaforma, che crea in tal modo un precedente che potrebbe avere strascichi pericolosi e innescare altre “sospensioni”, su Twitter come su altre piattaforme social.

Sanzioni soggettive, che per non esserlo richiederebbero anch’esse una regolamentazione, e – proprio per questo motivo – simili provvedimenti dovrebbero essere competenza di un organismo indipendente o un’Authority, e non lasciati alla discrezione di aziende private che in questa visione rivestono una funzione di pubblico ufficiale. Il succo del discorso è: non discutiamo del fatto che Twitter abbia fatto bene o male a sospendere a vita l’account di Trump. Discutiamo invece del fatto che questa responsabilità debba essere attribuita a un organismo indipendente e auspicabilmente super partes.

Altrimenti andrebbe rivisto un principio a monte, come ha osservato del New York Times, i politici, con particolare riguardo a capi di stato e di governo, venga proibito l’utilizzo dei social network a titolo personale?

Una persona a capo di uno Stato dovrebbe avere cose migliori da fare. Se il presidente vuole parlare, dovrebbe salire su un podio, pubblicare un comunicato stampa, parlare con un giornalista, comprare un annuncio o convocare i media allo Studio Ovale. La possibilità di scrivere i propri pensieri sulla guerra mentre si guarda la TV forse andrebbe lasciata a persone che non possono mettere fine al mondo premendo un pulsante.

Joe Biden sta sicuramente facendo uso di Twitter anche a livello istituzionale, ma la prassi che sta seguendo rende il social network non indispensabile: contrariamente al suo predecessore, si avvale di una portavoce che ogni giorno in conferenza stampa rende noti i suoi impegni. Certamente può apparire distante da chi fa uso (e abuso) dei social network, ma è senz’altro meno attaccabile sotto molti fronti.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2021 in news

 

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Safer Internet Day, per una rete più sicura

Si celebra oggi la diciottesima edizione del Safer Internet Day per sensibilizzare tutti ad impegnarsi per “rendere Internet un luogo migliore e più sicuro per tutti, soprattutto per i bambini e i giovani”. Moltissime le iniziative promosse a tutti i livelli, da quelle locali a quelle nazionali. L’obiettivo di focalizzarsi soprattutto sugli utenti più giovani è motivato dai numeri, resi più indicativi dall’emergenza sanitaria che ha modificato usi e costumi di tutti noi:

1 su 5 si definisce praticamente sempre connesso, 6 su 10 sono online dalle 5 alle 10 ore al giorno. Numeri raddoppiati rispetto allo scorso anno, complici anche i periodi passati a casa, lontano da scuola o da altre attività di socializzazione, durante la pandemia. Per il 59% gli episodi di cyberbullismo sono aumentanti. (fonte: miur.it – generazioniconnesse.it)

Come per la giornata nazionale contro bullismo e cyberbullismo (domenica 7 febbraio), è bene ricordare che i principi e i valori che ci “ricordano” devono valere sempre e non solo in occasione delle giornate dedicate a questi argomenti. Altro aspetto da non ignorare è che si tratta di tematiche particolarmente interessanti per i giovani e per questo l’attenzione è particolarmente rivolta all’ambiente scolastico e il Ministero dell’Istruzione si fa promotore di molte iniziative in questo senso.

Bullismo e cyberbullismo, insieme alla necessità di avere in Internet un luogo migliore e più sicuro, non riguardano tuttavia solo la scuola e questo va tenuto presente soprattutto per quei giovani che in rete si rifugiano per trovare occasioni di socializzazione o di sfogo di cui difficilmente riescono a fare esperienza di persona, senza avvedersi di situazioni potenzialmente rischiose o pericolose.

E anche in questo caso, a costo di essere ripetitivo, torno su quanto scritto in alcuni post precedenti in merito all’uso di Internet da parte dei minori: il compito di chi ha la responsabilità genitoriale è importante, non lasciamoli soli in un cammino “da autodidatta”, ma aiutiamoli e affianchiamoli, anche nel loro percorso di conoscenza delle tecnologie di comunicazione.

La necessità di non lasciarli soli, oltre ad una questione educativa, può anche nascere da aspetti puramente materiali come ha scoperto, letteralmente a proprie spese, la madre di un bambino tedesco di sette anni che – “giocando” con lo smartphone – ha effettuato acquisti online per oltre 2.700 euro.

Chissà che questo genere di rischio non possa generare qualche scrupolo in più, d’altronde alcune persone capiscono più rapidamente, se toccate nel portafogli. Perché le esigenze di una rete più sicura non sono legate solo a cyberbullismo, social network e isolamento sociale dei ragazzi, ma anche a tematiche relative a privacy, identità digitale, dipendenze digitali, truffe online.

 
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Pubblicato da su 9 febbraio 2021 in news

 

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TikTok: controlli (formali) maggiori sui minori

TikTok informa sull’accordo con il Garante della Privacy: dal 9 febbraio gli utenti italiani saranno chiamati ad aggiornare le informazioni personali del proprio profilo, confermando la propria data di nascita. Saranno sospesi gli account che dichiareranno un’età inferiore ai 13 anni:

TikTok è un’app riservata a persone di età pari o superiore a 13 anni e abbiamo già una serie di misure in atto per rilevare e rimuovere utenti di età inferiore ai 13 anni. Dal 9 febbraio, attraverso un aggiornamento della nostra app, faremo passare nuovamente ogni utente in Italia attraverso il nostro processo di verifica dell’età. Solo gli utenti di età pari o superiore a 13 anni potranno continuare a utilizzare l’app dopo aver eseguito questo processo. Gli utenti che hanno più di 13 anni ma che, per errore, potrebbero immettere accidentalmente un’età sbagliata, potranno presentare ricorso mentre il loro account rimane sospeso.

L’aggiornamento – non apportato ai requisiti di iscrizione, già definiti in tal senso, ma alla app – arriva in seguito ad una tragedia collegata all’utilizzo di TikTok che ha riportato d’attualità il tema dell’utilizzo di Internet e social network da parte dei minori, e della necessità di controlli adeguati sugli utenti che vi si iscrivono.

Basterà? Le dinamiche di controllo descritte da TikTok non sono realmente nulla di eccezionale: certo, prima non esistevano, ma non essendo nemmeno impossibili da aggirare, di fatto sono un “bastoncino tra le ruote” che rende ancor più intenzionale l’eventuale mancanza di rispetto delle regole sull’età minima degli iscritti. E’ come usare un lucchettino per chiudere un armadietto: forzarlo può essere un gioco da ragazzi, ma richiede volontarietà, perché rende impossibile un accesso inconsapevole e questo offre al social network la possibilità di dimostrare di aver adottato una soluzione per prevenirne l’utilizzo indebito.

A questa soluzione si potrebbe aggiungere quanto accennato in una nota dal Garante:

Per identificare con ragionevole certezza gli utenti sotto i 13 anni successivamente a questa prima verifica, la società si è impegnata a valutare ulteriormente l’uso di intelligenza artificiale.

La risposta a quel “basterà?” rimane “no”, poiché anche in questo contesto si parla di tecniche aggirabili e il motivo è molto semplice: non è raro che i minori utilizzino account aperti da figure più adulte in famiglia, come genitori o sorelle/fratelli maggiori. Per questo motivo, la campagna di sensibilizzazione che TikTok ha promesso di aprire a beneficio di genitori e figli è necessaria soprattutto per genitori e tutori: è compito loro – nostro – applicare i principi di responsabilità e consapevolezza su questi aspetti, delicati e rilevanti allo stesso tempo. Come dicevo in un precedente post su questo argomento: gli unici a fare davvero la differenza siamo noi.

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2021 in news

 

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