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Condanna a Google, una questione da chiarire

25 Feb

La condanna inflitta a tre dirigenti italiani di Google per l’incresciosa vicenda Google-Vividown ha scosso la rete e scatenato l’attacco del gruppo di Mountain View, che scrive parole forti in un post intitolato Seria minaccia al web in Italia.

Intendiamoci: esprimere contrarietà alla sentenza è legittimo, ma prima di esprimersi in certi termini sarebbe opportuno conoscerne le motivazioni, che non sono ancora state pubblicate.

Ciò che è stato reso noto, al momento, è che gli imputati (David Carl Drummond, George De Los Reyes, Peter Fleitcher) sono stati condannati a sei mesi di reclusione (con sospensione della pena) per violazione delle normative sulla privacy, mentre sono stati assolti dall’accusa di diffamazione (che riguardava anche Arvind Desikan). La violazione della legge sulla privacy ci sarebbe stata perché le condizioni di utilizzo del servizio non definivano chiaramente che chi procede all’upload di un video deve averne diritto e che non possono essere pubblicati dati sensibili altrui. Nel frattempo traspare una certa opinabile tendenza a responsabilizzare e a investire del ruolo di sorveglianti coloro che forniscono servizi Internet.

Io sono convinto che questa vicenda possa effettivamente costituire un precedente preoccupante per il futuro, sul fronte dell’utilizzo delle tecnologie applicate alla Rete, ma qualunque conclusione – ribadisco – deve essere espressa alla luce delle motivazioni della sentenza, che sembra basarsi su un presupposto non praticabile (come è possibile, per servizi come Google Video, attuare un controllo sui contenuti caricati dagli utenti?). Quantomeno, escludendo l’accusa di diffamazione, la sentenza solleva Google dalle responsabilità proprie di un editore.

Per il momento, dunque, mi limito a una piccola riflessione sull’aspetto che ha portato alla condanna per violazione della privacy, inflitta a chi è stato ritenuto responsabile della pubblicazione sul web di un video di un accadimento e una situazione privata (*) e non posso fare a meno di pensare che qualcosa di molto simile avviene anche al di fuori di Internet.

Un esempio: ogni volta che una testata giornalistica rende pubblico il contenuto di un’intercettazione telefonica commette una violazione della privacy ancor meno interpretabile e opinabile di quella che viene addebitata a Google (ritengo che una conversazione telefonica sia da considerare una questione riservata tra i due interlocutori), quando addirittura non si sfocia nella violazione del segreto istruttorio per il fatto che tale contenuto è base di indagine. Ma nessuna notizia riguardante il processo ad un editore che ha pubblicato tali contenuti si è mai guadagnata gli stessi onori della cronaca del caso Google-Vividown. Perché?

(*) Situazione privata tutta da verificare visto quanto scrive Luca De Biase, evidenziando un aspetto ignorato da molti:

resterà aperta un’altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.

Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c’è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.

 
4 commenti

Pubblicato da su 25 febbraio 2010 in Internet, Life, Links, Mondo, news

 

4 risposte a “Condanna a Google, una questione da chiarire

  1. Ferd

    25 febbraio 2010 at 12:25

    Boh io piu’ semplicemente la bollo come un’ennesima occasione perduta per l’Italia. Se l’arretratezza della nostra legislazione fa condannare un fornitore di servizi internet su un presupposto impossibile, forse da parte dei giudici sarebbe stato il caso di interpretare la legge in un’ottica piu’ favorevole verso le nuove tecnologie.
    La responsabilita’ di quello che e’ avvenuto e’ da addebitare a chi ha pubblicato il video su Google, ancor piu’ di chi lo ha materialmente prodotto.

     
  2. pipda

    25 febbraio 2010 at 14:40

    Sono d’accordo con te, occorre attendere le motivazioni.
    Epperò la sensazione è sgradevole, perché sono stati tutti portati davanti alla magistratura per quanto qualcuno ha pubblicato sulla piattaforma.
    Mi spiego: non è che manca una nota sulla privacy sul sito e il Garante ha fatto un richiamo, qui parliamo di dirigenti di un servizio neutrale (così la vedo io, naturalmente) chiamati in causa per attività alle quali non hanno partecipato.
    Ovvia la decadenza della diffamazione, ma anche sulla questione privacy io ho già i capelli dritti. Aspetto la sentenza per capire come mai 😉

     
 
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