Google rileva Nest e mira alla domotica. Pronti alle case intelligenti con comando vocale, magari mediato da Android?
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La butto lì…
Google è un grande “follower”
Chi ha un account Google e lo utilizza sul proprio smartphone Android gradirà conoscere questo interessante giochino: si chiama Location History (Cronologia delle posizioni), una soluzione utilizzata da Google per tracciare e registrare gli spostamenti di un utente. Per chi si ricorda di Google Latitude (lanciato nel 2009), nulla di nuovo. Ma tenendo presente che questo servizio esiste da oltre un paio d’anni e può essere attivato o disattivato liberamente dall’utente, sarebbe interessante sapere quanti utenti lo hanno attivo sul proprio account e – soprattutto – se ne sono consapevoli.
Alla pagina https://maps.google.com/locationhistory/b/0/ l’utente può visualizzare – giorno per giorno – la mappa dei propri spostamenti e gestire l’eventuale cancellazione della cronologia, o l’esportazione degli itinerari giornalieri in file formato KML, leggibili da Google Earth. Nella dashboard del servizio l’utente può trovare tutte le statistiche al riguardo che, pur essendo approssimative, espongono un elevato numero di informazioni, raccolte attraverso una serie di fonti: innanzitutto GPS, WiFi e Cell-ID, ma non solo:
Altri sensori disponibili del dispositivo, ad esempio l’accelerometro, la bussola, il giroscopio e il barometro, vengono inoltre utilizzati per migliorare l’esperienza complessiva di identificazione della posizione. Ciò comprende, tra l’altro, l’incremento della durata della batteria e il miglioramento della precisione della posizione.
PagineBianche, 199 euro per non rimanere “in mezzo alle case”
Oggi sono stato contattato da un’operatrice molto cortese – Ilona, dall’Albania – per conto di PagineBianche. Il suo scopo dichiarato inizialmente era quello di verificare i dati aziendali per il loro corretto inserimento sul nuovo elenco telefonico, perché
Da quest’anno le aziende non saranno più inserite insieme agli utenti privati e ai numeri di casa. Inoltre il nome dell’azienda sarà visibile sui motori di ricerca internet perché siamo partner di Google.
Contenendo la mia usuale diffidenza in questi casi, investo un minuto per rispondere alle domande con cui mi viene chiesta conferma dei dati aziendali. Al termine, l’operatrice ripete tutto quanto onde evitare fraintendimenti. Solo a fine riepilogo mi informa del fatto che l’inserimento dei dati aziendali – in una modalità distinta da quella delle utenze domestiche private – comporta un investimento di 199 euro, da sostenere “solamente per il primo anno”. Segue un garbato e civile dialogo chiarificatore, che parte dal presupposto che la cosa non è interessante per l’azienda (mi spiace per il business di PagineBianche – PagineGialle, ma sono anni che ricevo gli elenchi e li lascio nella loro pellicola di cellophane):
No, non sono interessato a fare questo investimento.
Ma infatti, l’investimento di 199 euro lo farà solo quest’anno ed è a costo zero perché lo può scaricare interamente
La ringrazio per le informazioni, ma non intendo farlo.
Ma infatti, la sua azienda che ha la partita IVA deve fare per forza questo investimento, così comparirà nell’elenco.
Nessuno deve fare per forza questo investimento. Non pagherò questi 199 euro e il nome dell’azienda sarà comunque presente nell’elenco, anche se con un aspetto diverso da quello che mi proponete. Non è così?
Sì, ma finirà in mezzo agli indirizzi delle case non nella sua categoria. I suoi clienti non la troveranno.
La troveranno. La ringrazio per le informazioni, non intendo pagare i 199 euro perché il servizio non mi interessa.
Ma infatti, non la troveranno perché cercheranno l’azienda e la troveranno in mezzo alle case. Vuole rinunciare?
Come le ho detto, non sono interessato al servizio.
Allora il nome della sua azienda non sarà nell’elenco sotto la categoria giusta.
Grazie. Buon lavoro.
Grazie. Arrivederci.
L’attività di raccogliere inserzioni pubblicitarie da parte di PagineBianche è più che legittima e molte aziende possono ritenere che valga la pena investire denaro per comparire nell’elenco in modo più evidente. All’azienda in cui ho ricevuto questa telefonata, però, un’inserzione di quel tipo non comporta alcun valore aggiunto, quindi si rivelerebbe una spesa inutile. Non trovo corretto e trasparente l’approccio utilizzato dall’operatrice che, seppur con molta gentilezza, si rivolge all’azienda parlando prima della necessità di una conferma dei dati in vista della pubblicazione del nuovo elenco telefonico e solo alla fine della conversazione informa che si tratta di un inserimento categorico a pagamento.
Se avete un’attività e ricevete una telefonata di questo tipo, prima di accettare o rifiutare ricordate innanzitutto che non siete assolutamente obbligati a pagare 199 euro per comparire in elenco. Accettate solo se pensate che la vostra attività possa trarre beneficio da un’inserzione pubblicitaria sull’elenco telefonico. E comunque ricordate che il nome non sparirà dall’elenco: rimarrà in mezzo alle case.
Google Wallet Card, la carta di debito
Debutta negli Stati Uniti la Google Wallet Card, cioè la declinazione fisica di Google Wallet, il portafoglio elettronico del webcolosso di Mountain View.
Con Google Wallet oggi è già possibile fare acquisti attraverso un’apposita app per smartphone. La Google Wallet Card estende il sistema con una carta di debito prepagata, che potrà essere utilizzata per prelevare contanti agli sportelli ATM, esattamente come una carta bancomat, e pagare gli acquisti nei punti vendita legati al circuito MasterCard.
Quali sono i requisiti per averne una? Oltre a quello territoriale (al momento è disponibile solo negli USA), è necessario avere un account Google
Questa novità serve a Google per conseguire un obiettivo strategico: fare da propulsore al servizio Google Wallet (che ad oggi conta un numero di iscritti sotto le aspettative), per allargarne il mercato ed ampliare le proprie possibilità di profilazione degli utenti, che utilizzando il servizio alimenteranno un ricco database con tutte le informazioni relative alle transazioni effettuate (nome acquirente, nome venditore, oggetto acquistato, valore della spesa), che porterà l’azienda a raffinare ulteriormente la propria mira nelle attività di raccolta pubblicitaria.
Sono il signor Helpouts, risolvo problemi
E’ online Helpouts, pensata da Google come punto di incontro tra utenti che necessitano di aiuto o informazioni ed esperti in grado di dare loro una risposta. Otto le categorie oggi disponibili e che, verosimilmente, aumenteranno in futuro: arte e musica, computer & elettronica, cucina, formazione scolastica e professionale, moda e bellezza, fitness e alimentazione, salute, fai da te (casa e giardinaggio).
Accessibile a chi ha un account Google+, il servizio è a pagamento. L’utente – prima di usufruire di una consulenza – può esaminare le recensioni di altri e sfruttare l’opzione soddisfatto o rimborsato, entro tre giorni dall’utilizzo del servizio.
Secondo il Wall Street Journal si tratta di un’estensione di Google che consente di ottenere risposte che un motore di ricerca non può dare in modo esaustivo.
Personalmente sono scettico sulle prospettive di successo di questo progetto, ma non mi dispiacerà essere smentito in caso contrario. L’unico pregiudizio che ho in proposito riguarda il fatto che – come per le attività di ricerca svolte con Google, e di navigazione con il browser Chrome – Helpouts possa rappresentare un ennesimo raccoglitore di informazioni sugli utenti, da utilizzare a scopo di profilazione, pubblicità comportamentale e via discorrendo.
Google dixit
Ora che Eric Schmidt – presidente del consiglio di amministrazione di Google – ha detto «Google investirà in Italia per sostenere le eccellenze del Paese, ma il Governo dovrà garantire la banda larga veloce ovunque, nulla può accadere senza questo», mi aspetto che il digital divide che colpisce le nostre infrastrutture di telecomunicazioni sia estinto entro il prossimo Natale. Almeno, a suon di dichiarazioni provenienti da ogni direzione, sia economica che politica.
Due considerazioni su questa dichiarazione:
- all’Italia serve l’esortazione di Google per trovare motivazioni per promuovere la banda larga? Non ci basta la consapevolezza che una rete veloce e capillarmente disponibile offre un contributo irrinunciabile alla ripresa e alla crescita?
- solo io vi leggo la localizzazione italiana di un promo per l’iniziativa A4AI, che ha il nobile obiettivo dichiarato di abbattere il digital divide nel mondo?
America’, fàcce ride
Un simpatico estratto da un botta-e-risposta durante il Gartner Symposium ITxpo 2013 di Orlando:
David Willis (analista di Gartner):
Se intervistassimo persone di questo pubblico, direbbero che Google Android non è la loro piattaforma principale […] Quando si parla di Android, la gente dice “aspetta un minuto, Android non è sicuro”
Eric Schmidt (presidente di Google):
Non è sicuro? E ‘più sicuro di iPhone!
Hanno riso in molti. Ma c’era poco da ridere…
Google Talk può sbagliare numero. Anzi, username
Utilizzate Google Talk (sistema di comunicazione VoIP e Instant Messaging confluito in Google+ Hangouts)? Fate attenzione: alcuni utenti riferiscono infatti che la piattaforma recapita messaggi a destinatari errati. Il problema sembra colpire proprio gli utenti che non hanno fatto l’upgrade a Hangouts (non è una giustificazione, ma solo la spiegazione di un possibile effetto collaterale). Per risolvere il problema, comunque, lo staff tecnico di Google dichiara di essere già all’opera.
Il nuovo Nexus? Si acquista da Google
Il Google Play Store ha aperto sulla localizzazione italiana la sezione Dispositivi, in cui al momento vende solo il tablet Nexus 7, che però verosimilmente verrà affiancato da altri prodotti. Prima rimpingueranno gli scaffali, meglio sarà per loro: un negozio che vende un solo dispositivo (sebbene il negozio sia virtuale e il dispositivo esista in tre versioni) mette un po’ tristezza.
Pagamento solamente tramite Google Wallet.
Aspettando il GoogleWatch
Proseguono le spese pazze, in questo caso da parte di Google, che conferma di aver acquistato la startup WIMM Labs. In realtà l’operazione risale all’anno scorso, ma Google non aveva mai diffuso la notizia, probabilmente per guadagnare tempo e giocare sull’effetto sorpresa senza ispirare altri concorrenti: WIMM Labs, infatti, ha sviluppato uno smartwatch – ossia un orologio, in questo caso da polso – dotato di sistema operativo Android. Da parte di Google, quindi, è lecito attendersi novità in questo settore emergente.
Microsoft acquista Nokia
Microsoft ha messo le mani su Nokia: l’annuncio ufficiale è di poche ore fa e formalizza una partnership destinata ad evolversi in questi termini.
In realtà il colosso americano non rileva tutta l’azienda finlandese, ma ciò per cui è conosciuta al grande pubblico con il suo marchio, cioè tutte le attività legate al settore della telefonia mobile, con licenze e brevetti, acquisendo – al momento per quattro anni – i diritti di utilizzo dei servizi di mappe e navigazione Cloud HERE. Rimarranno sotto il cappello Nokia il team di ricerca e sviluppo Advanced Technologies, la divisione Solutions and Networks (già “Nokia Siemens Networks”) e la titolarità dei servizi di mappe e navigazione Cloud HERE (in cui rientrano le attività di Navteq, noto produttore di mappe e sistemi informativi geografici utilizzati da molti navigatori satellitari).
Il valore dell’operazione di acquisto da parte di Microsoft è di 7,2 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro), una cifra decisamente inferiore ai 19 miliardi sparati un paio di anni fa da alcuni rumors che preannunciavano le intenzioni di acquisto su Nokia.
E’ verosimile ipotizzare che il brand Nokia sparisca gradualmente dal mercato della telefonia mobile, a favore del logo Microsoft, che potrebbe essere affiancato al nome della gamma di prodotti (Lumia e Asha). I mercati cambiano velocemente: fino a pochi anni fa Nokia era leader nel mondo dei telefoni cellulari, esattamente come, tempo addietro, lo fu Motorola. Le difficoltà sono iniziate con le evoluzioni del settore: da qualche anno, il cellulare non è più semplicemente un apparecchio telefonico, ma è un computer tascabile pieno zeppo di funzioni e accessori.
Da quando sul mercato sono arrivati gli smartphone, essere produttori di ottimi telefonini non è più stato sufficiente. I cellulari di Motorola sono stati acquistata da Google, quelli di Nokia da Microsoft. I colossi del software si aggiudicano l’hardware.
È una convergenza di business e di interessi. Come quella di Apple, che progetta in casa sia l’hardware che il software.
A qualcuno interessa BlackBerry? Anche loro sono sul mercato.
Post scriptum: altre novità potrebbero arrivare in Microsoft molto presto, considerando che Steve Ballmer è in procinto di abbandonare la sua poltrona di CEO, e che Stephen Elop sta facendo lo stesso passo, uscendo da Nokia per entrare in Microsoft come vice presidente esecutivo della divisione Devices & Services.
Chromecast hai detto?
Secondo me, questa chiavetta per lo streaming chiamata Chromecast e venduta a 35 dollari potrebbe anche spaccare. Almeno, dove c’è banda abbastanza larga.
Quindi non da noi.
Datagate e novità che fanno cadere dalle nuvole
Nei giorni scorsi il Guardian è tornato a parlare del Datagate, divulgando ciò che la stampa ha etichettato come “nuove rivelazioni” di Edward Snowden. La notizia che sembra suscitare più stupore e scalpore riguarda Microsoft: secondo il nuovo scoop, l’azienda collabora con la NSA in relazione ai servizi di Outlook.com (intercettazioni delle chat online e impatto sulle mailbox della creazione di alias) e delle comunicazioni effettuate con Skype.
Io non capisco lo stupore di questi giorni, non sulle operazioni descritte. Il 6 giugno – oltre un mese fa – sono state pubblicate dal Guardian le ormai famose slide relative a PRISM. Una di esse delineava una linea temporale con le aziende coinvolte e la data in cui ha avuto inizio il loro coinvolgimento nel sistema di raccolta dati e informazioni sui servizi di comunicazione di queste aziende.
Come si può notare dalla figura (cliccare per ingrandire), Microsoft e Skype sono indicate chiaramente (la prima con data 11 settembre 2007, la seconda 6 febbraio 2011). Quindi mi chiedo: oltre un mese fa, cosa pensavano coloro che oggi si stupiscono? Nessuno, nell’apprendere di queste “collaborazioni” – a scopo di raccolta dati e intercettazioni – ha considerato che Microsoft offre da anni servizi di comunicazione (con Outlook.com, e prima Hotmail.com, ma ricordiamoci anche di Messenger), così come Skype, attiva anche prima di far parte del gruppo Microsoft? Quando è uscita quella slide pensavano che la NSA, con Microsoft e Skype, scambiasse figurine? Che si recapitassero piccioni viaggiatori?
L’unica verà novità che è emersa – ma pochi ne parlano – è che Microsoft ha lavorato con l’FBI per agevolare alla NSA l’accesso, attraverso PRISM, dei contenuti di SkyDrive, servizio di cloud storage che vanta oltre 250 milioni di utenti in tutto il mondo.
Quindi, nei prossimi giorni, nessuno cada dalle nuvole se si dovesse scoprire che la NSA, allo stesso scopo, ha sfruttato e sfrutta anche la collaborazione delle altre aziende come Google, Facebook e Yahoo, visto che si tratta di aziende che offrono mail, VoIP, piattaforme cloud per applicazioni e storage, social network con chat e servizi per condividere di tutto.
Ah, ricordo che di questo gruppo di aziende fa parte anche Apple. E che tutte queste aziende hanno utenti anche tra i cittadini italiani (ma all’orizzonte non si vedono istituzioni nostrane in allarme).











