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Rottamare bene il cellulare

Vedere un paio di telefoni che spuntavano da un cassonetto oggi mi ha fatto ricordare il problema dei RAEE, i rifiuti elettrici ed elettronici.

Del problema dei cellulari mal buttati avevo parlato qualche mese fa su Punto Informatico: ogni anno milioni di dispositivi elettronici – soprattutto telefoni cellulari – vengono buttati, rottamati, abbandonati, perché sostituiti con modelli più nuovi, trendy e alla moda. Ora l’Independent, che si è accorto delle proporzioni del problema, lancia un allarme di carattere ambientale: si calcola che solo nel Regno Unito i telefonini abbandonati o buttati in discarica possano formare una montagna di rottami da 11mila tonnellate. E nonostante un cellulare sia fabbricato per avere una vita media di circa cinque anni (il mio primo Panasonic, ora in mano a mia madre, ne ha nove e ho cambiato batteria una sola volta), ogni anno in Europa un utente su tre lo cambia.

I rifiuti elettrici ed elettronici, i RAEE, non vanno buttati nell’immondizia o lasciati in una discarica, ma devono essere rottamati in modo opportuno. C’è chi sta pensando al business del riciclo, che non sarebbe male, ma c’è bisogno – ripeto – di sensibilizzare l’opinione pubblica al problema ambientale. In Italia il recepimento della normativa sulla raccolta e lo smaltimento di questi rifiuti ha già avuto una tormentata gestazione. Finora non ho visto molto, ne’ come iniziative pubbliche, ne’ come iniziative private. L’unica azienda ad essersi mossa in un modo convincente sembra essere 3 Italia. Che è un operatore di telefonia mobile, non un produttore. Speriamo che nel 2008 si faccia davvero sul serio.

 
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Pubblicato da su 27 dicembre 2007 in Mondo, news

 

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Regali, cafoneria e incompetenza

Vorrei riallacciarmi al post “La coda corta dei regali di Natale” di Massimo Mantellini per aggiungere una considerazione. Prima però vorrei evidenziare una sua osservazione:

La cafoneria dei commessi dei negozi mi pare in costante aumento. Difficile meritarsi un sorriso, difficilissimo intercettare qualcuno per una informazione, quasi impossibile ascoltare un “Grazie” alla cassa. Chi viaggia un po’ sa che si tratta di una caratteristica solo italiana e che in tutti i paesi civili la gentilezza e’ un obbligo e non un optional. Da noi avviene il contrario.

Ca…spita, quanto è vero! Per carità, non vorrei fare di tutta l’erba un fascio e devo dire che a me capita spesso di incontrare anche persone molto gentili e disponibili, ma quelli che si distinguono per cafoneria sono proprio in aumento. E spesso capita di incontrarne alcuni (o alcune) che sembrano non voler affatto vendere: ti guardano con sufficienza, buttano lì qualche informazione di malavoglia, magari neanche si preoccupano di verificare se hanno a disposizione il modello o la taglia richiesta (per un indumento). Insomma, l’approccio è spesso controproducente. E il cliente scappa.

Ma oltre alla gentilezza, c’è un’altra caratteristica di cui si sente sempre di più la mancanza (anch’essa utile a trattenere il cliente): la competenza. Ora, io posso capire che il commesso di un negozio in cui si vendono beni di varia natura non possa sapere tutto, ma mi aspetterei almeno di non sentirlo dire fesserie, di cui io – come cliente – mi accorgo senza fatica.

L’ultimo esempio (fra i molti che potrei citare) l’ho avuto la scorsa settimana, in un punto vendita di una nota catena di distribuzione di elettrodomestici / elettronica / hi-fi / eccetera, per acquistare un forno a microonde. Sullo scaffale affollato ce ne sono due, apparentemente identici tranne che per il colore (uno bianco, l’altro grigio). La medesima sigla, impressa su entrambi i prodotti, conferma l’identicità; l’unica differenza è dunque solo il colore, che determina un prezzo di 10 euro inferiore per quello bianco.

Chiedo informazioni ad una commessa di passaggio che, con gentilezza, mi asseconda, si ferma a leggere superficialmente le indicazioni riportate dai cartellini appiccicati agli scaffali e quindi mi decanta quello grigio:

“sa, questo ha 1950 Watt, quello bianco è simile ma ha solo 850 Watt”. Le manopole di entrambi hanno il fondoscala che finisce a 850, del resto sono lo stesso modello. Mi soffermo un secondo a pensare cosa potrebbe accadere impostando una cottura a 1950 Watt, poi continuo ad ascoltare.

Apre i due sportelli: “questo poi (sempre quello grigio) ha l’interno ceramizzato, per essere pulito meglio, così non si graffia… quell’altro ha anche lui una protezione, ma diversa, vede? anche il colore è più chiaro”. In realtà quello che vedo è che sono proprio identici, quello bianco è su uno scaffale più alto ed è più illuminato, quello grigio è quasi per terra ed è quasi all’ombra, gode di meno luce e solo in apparenza il suo interno sembra più scuro.

“Questo grigio metallizzato costa dieci euro in più di quell’altro (quello bianco) perché… è… un lancio promozionale di fine anno, in realtà credo dovrebbe costare molto di più perché ha molte più cose”. La differenza di 10 euro, come vedo confrontando tutti gli altri prodotti esposti, in realtà caratterizza tutte le versioni “metallizzate” dei modelli disponibili anche in colori “pastello”. Un po’ come il sovrapprezzo (non si quanto giustificato) delle tinte della carrozzeria di un’auto.

La spiegazione prosegue e si conclude con informazioni abbastanza standard. Quella del lancio promozionale però è un’invenzione estemporanea molto evidente e la commessa sembra quasi compiacersi di aver dato questa spiegazione, che potrebbe essere motivante all’acquisto da parte del cliente. Il forno che mi interessa, però, oltre a possedere determinate caratteristiche deve entrare in una cucina bianca, per cui scarto quello grigio, con lieve disappunto della commessa, che poi compila la bolletta per il ritiro del magazzino.

Ecco, riassumerei in cortesia e competenza le qualità principali che dovrebbero caratterizzare coloro che si occupano di commercio e che vendono al pubblico. Alla commessa di cui ho raccontato non mancava il garbo (che ad un cliente meno attento sarebbe stato sufficiente), ma un po’ di preparazione, anche per correttezza. Per vendere un elettrodomestico qualche piccola nozioncina di base (saper leggere l’etichetta di un modello, oltre a quella che il punto vendita mette sullo scaffale) è necessaria. Mi è capitato molte volte di non acquistare un prodotto perché il venditore (titolare di negozio o commesso) non mi ha dato informazioni utili o è stato sgarbato. Non credo di essere molto esigente, in genere se dimostro interesse ad acquistare qualcosa, dall’altra parte mi aspetto che ci sia almeno altrettanto interesse a vendere.

Del resto, il mio interesse (e un po’ anche il mio portafoglio), sommato a quello di tutti gli altri clienti, è quello che fa campare il venditore. E la mancanza di cortesia e di competenza sono decisamente controproducenti.

P.S.: Il commento scritto qui sotto da AlphaKappa (che ringrazio) rende obbligatoria una puntualizzazione: ribadisco, non voglio generalizzare facendo di tutta l’erba un fascio e spezzo volentieri una lancia per i commessi precari, sottopagati e quindi anche demotivati, spesso sfruttati e spremuti da un certo tipo di esercenti. Come cliente, in effetti, io sono più infastidito dai venditori (commessi o titolari di negozio) spocchiosi del tipo tanto-se-non-compri-tu-ne-trovo-un-altro. E, naturalmente, da quelli che dicono una montagna di sciocchezze invece di dire meno cose, ma più utili. 

 
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Pubblicato da su 27 dicembre 2007 in Mondo, news

 

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Buon Natale

 
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Pubblicato da su 25 dicembre 2007 in news

 

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Chi teme il WiFi

Della paura che Parigi ha scoperto di avere del WiFi si era già parlato su Punto Informatico giovedì scorso.

Non ho molto da aggiungere in proposito, se non che mi stupisco di queste sollevazioni popolari sul WiFi, tecnologia che è responsabile di emissioni elettromagnetiche molto inferiori a quelle generate dalla telefonia mobile. Contro la quale non sento altrettante polemiche, o almeno i media non ne danno notizia.

E’ vero, del potenziale rischio salute derivante dall’uso dei cellulari si parla spesso, ma quasi sempre a livello accademico/istituzionale. Non a livello popolare, però, e in ogni caso – sia che si parli di telefonia mobile, sia che si parli di WiFi – sovente gli studi concludono che la tecnologia è utilizzata da troppo poco tempo per fornire evidenze oggettive sulla sua nocività.

Insomma, c’è un certo squilibrio in tutta questa informazione, o disinformazione: si fa presto a sparare a zero su qualcosa che non si conosce. Ma se non lo si conosce, perché sparare?

 
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Pubblicato da su 18 dicembre 2007 in media, news

 

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C’è anche il phishing scaltro

Che cos’è il phishing? Per utilizzare la definizione utilizzata da Anti-Phishing Italia, il phishing è una frode on-line ideata per sottrarre con l’inganno numeri di carte di credito, password, informazioni su account personali. Attuato generalmente tramite e-mail si basa sull’invio da parte di un utente malintenzionato di e-mail che sembrano provenire da siti web autentici o noti i quali richiedo all’ingenuo utente l’inserimento di informazioni personali.

Accanto ai numerosi esempi di phishing maldestro, che agli utenti più sgamati o smaliziati danno motivo di sorridere (e talvolta anche di ridere), ci sono anche quelli di phishing scaltro, ossia che ha buone probabilità di far cadere un po’ di persone nel proprio tranello.

Ecco la mail che ho ricevuto poco fa:

phpostemobile.jpg

Il phisher si dimostra al passo con i tempi e – oltre ad aver preparato una mail scritta in modo abbastanza credibile – finge di proporre al cliente Postepay o BancoPosta l’adesione all’offerta PosteMobile, che è l’operatore di telefonia mobile alternativo lanciato a fine novembre da Poste Italiane. Il link ovviamente porta ad un sito fasullo (che fa capo ad un dominio “postemobile.cc”, che non è quello ufficiale), quindi statene alla larga se non volete cadere nell’ennesima truffa online che carpisce i vostri dati riservati (come le credenziali di accesso al conto).

 
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Pubblicato da su 15 dicembre 2007 in news

 

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Sui treni

Qualche giorno fa, sul Tbiz da Bologna a Roma, Massimo Mantellini ha trovato ‘sta roba:

Io invece stamattina, sul più ordinario Lecco – Milano, ho trovato lui:

ventosa.jpg

La foto di Mantellini è migliore di quella fugacemente scattata dal mio cellulare. I più attenti (forse) vi avranno riconosciuto Capitan Ventosa, inviato di Striscia La Notizia che stamattina, mattiniero, è salito su un convoglio affollatissimo di pendolari abituali e di persone che, come me, non dovevano trovarsi lì (il treno precedente era stato soppresso).

Lo pseudo-supereroe televisivo ha documentato l’incazzatura il malcontento dei numerosi pendolari che oggi hanno viaggiato stipati come sardine in una scatoletta essendosi imbattuto in una situazione decisamente emblematica. Probabilmente quel treno non è sempre nelle condizioni in cui è stato mostrato stasera, ma situazioni identiche si ripetono ogni giorno: non conosco il motivo per cui il treno precedente sia stato soppresso, ma sulla rete ferroviaria italiana accade sovente che un treno sia costretto a raccogliere i passeggeri lasciati sulle banchine da treni che non sono mai passati, perché guasti.

E questo fa capire in che stato versa il materiale rotabile di Trenitalia, la cui manutenzione (quando qualcuno se ne occupa) è spesso precaria.

A volte penso che la società è molto indebitata e chi si occupa della sua gestione deve fare i conti con una difficile situazione. Poi mi viene subito in mente gente come Elio Catania, che lasciando la propria carica di amministratore delegato Trenitalia, fu liquidato – stando a quanto rilevato da Report – con 5 milioni di euro, dopo aver lasciato la società “con un buco di 1 miliardo e 700 milioni di euro”. E penso che quel denaro poteva essere speso meglio, in treni più efficienti e in migliori condizioni di pulizia e igiene.

 
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Pubblicato da su 10 dicembre 2007 in media, Mondo, news

 

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Sconsigliato dai medici

Ecco una salubre scusa per non seguire mogli e compagne che sono cadute vittima della sindrome da shopping compulsivo. Un’ANSA di poco fa dice infatti:

Lo shopping natalizio fa male non soltanto al portafoglio ma anche alla salute. Lo conferma il ‘Sunday Telegraph’ con un curioso esperimento. Il giornale ha mandato in un centro commerciale una coppia di trentenni con addosso un congegno per il tele-monitoraggio dei battiti cardiaci. Sgomitando tra la folla in una corsa contro il tempo per trovare i regali per tutti, sia lui che lei si sono presto ritrovati con il cuore matto: le pulsazioni sono salite da 80 a 100, poi a 180 con picchi di 200.

 
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Pubblicato da su 9 dicembre 2007 in Mondo, news

 

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Le telco e la gratuità millantata

Il buon Roberto Dadda, con impagabile schiettezza, dedica oggi un post legittimamente critico sull’uso improprio della parola gratis nelle offerte commerciali degli operatori di telefonia, citando un cartello pubblicitario di un offerta Wind che recita: “Navighi alla velocità dell’ADSL di casa e a soli 9 euro/mese gratis 50 ore”.

Assodato il significato del termine gratis, il nocciolo della questione è appunto: pago 9 euro al mese per navigare 50 ore, cosa diavolo c’è di gratuito in questa offerta?

Dadda commenta così il risultato che questa reclamizzazione ha ottenuto su di lui: “Il risultato su di me è stata una bella riga rossa sopra l’idea di chiedere un contratto a Wind perché a me piace la chiarezza”.

Come ho già avuto modo dire più volte da queste parti, l’abitudine di inserire la parola gratis in queste offerte commerciali è in realtà un abuso. C’è un problema, però: questa non è una prerogativa esclusiva di Wind, essendo una prassi seguita più o meno da tutte le compagnie telefoniche, che enfatizzano il concetto della gratuità di un servizio che in realtà è a pagamento.

TIM fa la stessa cosa, ad esempio, con la Maxxi Alice Day, quando dice:

  • Maxxi Alice Day consente di navigare gratuitamente per 1 giorno senza fasce orarie fino ad un massimo di 90 minuti di traffico Internet gratuito (GPRS/EDGE/UMTS/HSDPA/Wi.Fi pubblico) da utilizzare nell’ambito del solo territorio nazionale, con scatti unitari di tempo della durata di 15 minuti: ad esempio, se navighi solo 5 minuti verranno comunque sempre erosi 15 minuti;
  • il costo è di 3 euro (IVA incl.);
  • dura 1 giorno solare. Scade alle 00:00 del giorno in cui si è attivata.

Ok, costa 3 euro. Dunque cosa c’è di gratuito?

Vodafone ultimamente utilizza meno la parola gratis in modo improprio. Però la si trova ancora, ad esempio, nell’offerta No Problem Business 600 che dice:

Chiami gratis i tuoi colleghi e hai 600 minuti a 0 cent verso tutti.

Però costa 24 euro al mese e prevede la sottoscrizione di un contratto di 24 mesi.

3 ultimamente mi sembra piuttosto attenta a non abusare di questo gradito vocabolo, anche se la reclamizzazione del 3-Skypephone recita “Scegliendo 3 Skypephone entro gennaio 2008 avrai gratis 10 ore al giorno di chiamate effettuate verso tutti i tuoi contatti Skype e 600 messaggi istantanei al giorno con Skype Chat”. Le note restituiscono la giusta dimensione alla gratuità evidenziata dall’offerta (e spiegano che comunque un impegno economico per l’utente esiste: “Scegliendo una Ricaricabile, durante i 30 mesi di impegno minimo si dovra’ effettuare una Ricarica mensile di importo non inferiore a 10 euro. Nel caso si effettui una Ricarica di importo inferiore a quello previsto, 3 provvedera’ ad addebitare su Carta di Credito o RID la differenza”).

Intendiamoci, io non sono affatto contro i servizi a pagamento: le compagnie telefoniche sono aziende, e come tali possono vivere e sopravvivere solamente se generano profitto. Io non ho mai detto che l’utente debba scroccare servizi telefonici o di connettività Internet. Un servizio va pagato, nella misura in cui la sua erogazione implica il sostenimento di determinati costi.

Io sono semplicemente contro l’abuso della parola gratis quando un servizio in realtà prevede un costo. Un abuso che la regolamentazione italiana vieta da una parte e consente dall’altra: perché è vero che esiste una normativa sulla pubblicità ingannevole (ed è ingannevole dire che una cosa è gratuita quando in realtà non lo è), ma è altrettanto vero che le sanzioni previste per chi viola la normativa prevedono ammende che vanno da mille a 100mila euro. Importi ridicoli per aziende come gli operatori di telefonia che hanno un volume d’affari di milioni di euro, che sembrano trattare le multe come spese accessorie di pubblicità.

Basta constatare la recidività di tutti gli operatori per capire quanto renda questo comportamento nel mercato italiano.

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2007 in news

 

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La tivù che non piace più

Ieri sera ho provato a vedere Annozero e non c’ho capito quasi nulla, per vederci chiaro sarebbe stato necessario avere una batteria di fendinebbia. Peccato che nessuno dei presenti fosse – a mio avviso – nella posizione di accenderli.

La trasmissione si è focalizzata sulla televisione italiana, sulla qualità dei palinsesti, sulle intercettazioni telefoniche Rai – Mediaset, sull’ingerenza che  la politica ha esercitato ed esercita nel mondo televisivo. Ma l’impressione che ne ho tratto io è talmente confusa che, alla fine, mi è sembrato di vedere – proprio nella puntata di Annozero di ieri sera – l’essenza della TV italiana. Che sembra essere nella nebbia. Non sono riuscito nemmeno a capire quale fosse il messaggio che Annozero volesse trasmettere, ho capito solo che la TV e l’informazione italiana stanno vivendo un momento di crisi, ma ho questa percezione da ben prima di ieri. Per mia fortuna non sono il solo e mi sembra che Luca De Biase renda bene l’idea quando scrive:

Tutta la prima parte è stata dedicata a un lunghissimo intervento di Raffaella Carrà. Che francamente parlata di sé e dintorni. A che pro? Incomprensibile. A meno che non si volesse creare un’impressione precisa, tipo: “noi siamo la tv popolare; l’estrema sinistra è l’unico interprete del sentimento popolare; lo scetticismo nei confronti del governo è generalizzato”. Se questa era l’intenzione del programma sono riusciti a dare l’idea che non succederà niente di importante al sistema televisivo. 

Ma il piano era quasi perfetto. Hanno parlato anche di internet come un medium dove i giovani cercano e trovano cose molto più interessanti di quelle che offre la tv. Hanno ammesso che se continua così la tv resta il medium delle persone meno informate, meno colte, più sole, più povere… Hanno dichiarato insomma che la tv è in crisi strutturale. E hanno chiaramente dimostrato di non avere la più pallida idea di che cosa fare in merito.

Ora, la questione è proprio questa. La riforma tv non è una faccenda solo di potere. E’ una questione fondamentalmente mediatica, sociale, economica e culturale. Se la tv non cambia strutturalmente perde importanza. Se non decide la politica, deciderà la storia.   

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2007 in media, news

 

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Occhio alle foto su Internet

Oggi ne ha parlato il Corriere e della cosa si è interessato anche il candido Moreno Morello  per Striscia la Notizia. Il bollettino parrocchiale di Montegalda (Vicenza), per raffigurare il tema del perdono, ha utilizzato questa immagine:


Nelle intenzioni del parroco doveva raffigurare papa Giovanni Paolo II mentre stringe la mano all’attentatore Ali Agca, ma in realtà al viso del pontefice è stato sovrapposto – con un fotomontaggio – quello di Silvio Berlusconi.

L’immagine (presente sul blog di Fricat e a questo indirizzo) è stata trovata su Internet cercando le immagini che Google propone con la chiave di ricerca “perdono”. Effettivamente ho fatto anch’io la ricerca e l’immagine è al 12esimo posto. Il fotomontaggio può sfuggire ad un’occhiata distratta e frettolosa: una svista, come ha ammesso lo stesso parroco, ma il Corriere ipotizza che la svista sia stata aggravata da una scarsa conoscenza dell’inglese. Il riferimento è alla scritta riportata dalla maglia indossata da Ali Agca, che in italiano si traduce con la frase Uccidi l’entusiasmo, e che nella foto originale non esiste.

Google può rivelarsi una ricchissima galleria di immagini. Ma, come per tutto il materiale reperito su Internet, vale sempre la regola universale di valutare bene ciò che vi si trova, prima di utilizzarlo.

P.S. piccola e veniale svista anche per il Corriere: Montegalda, comeho scritto sopra, è in provincia di Vicenza, non di Padova.

 
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Pubblicato da su 4 dicembre 2007 in Mondo, news

 

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L’iPod accademico

Il quotidiano La Stampa da’ notizia del progetto Federica, che consiste nell’apertura di una sezione di insegnamento a distanza a beneficio di studenti e navigatori, nato presso l’Università Federico II di Napoli, e che prevede lezioni di 52 corsi, articolate attraverso schede grafiche, link utili per gli approfondimenti e, soprattutto, con la spiegazione a viva voce dei docenti.

Lezioni che sono state rese disponibili in MP3 (il materiale è soggetto a licenza Creative Commons), e che possono quindi essere ascoltate e sbobinate (si usa ancora questo verbo?) con l’ausilio di un media player che supporti questo formato.

Il progetto è interessante e a me sembra molto evidente la strizzatina d’occhio al mondo Apple, e non solo per le lezioni in MP3 (fruibili anche con altri lettori che non siano l’iPod): se guardate il portale del progetto noterete che è stato realizzato con uno stile che richiama molto l’interfaccia dell’iPod touch e dell’iPhone.

E’ proprio il caso di dire che l’iPod fa scuola.

 
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Pubblicato da su 3 dicembre 2007 in news

 

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Radiohead: altro che flop

Quando hai finito di registrare un disco, se vuoi farlo arrivare subito all’ascoltatore, non hai altro mezzo che la rete.
Thom Yorke, Radiohead

Mi sembra una sintesi efficace del nuovo corso commerciale dei Radiohead: prima hanno messo in vendita il loro nuovo album online e a prezzo libero (ossia scelto dagli utenti). Iniziativa non originale, ma decisamente una novità per una band della loro notorietà e visibilità commerciale. Poi sono stati accusati – a torto – di aver messo in piedi un’iniziativa fallimentare, perché secondo un’indagine di comScore il 62% degli utenti che ha scaricato l’album non ha pagato nulla (e buona parte della stampa si è infilata dietro questa interpretazione, assolutamente monca). Ora, dati alla mano, parlano loro:

“…non è vera la notizia secondo la quale il 70% non ha pagato (…) I dati li conosciamo solo noi. La prima settimana ci sono stati 1,2 milioni di download, a una media di 6 euro ognuno (circa il 50% ha pagato zero). Hanno detto che è stata una scelta radicale, ma date le circostanze era l’unica possibile. Quando hai finito di registrare un disco, se vuoi farlo arrivare subito all’ascoltatore, non hai altro mezzo che la rete. È un esperimento che i Radiohead si sono trovati in condizione di fare per una serie di circostanze fortunate. Tre in particolare: la scadenza del contratto discografico, il privilegio di avere uno zoccolo duro che li conosce e li apprezza, il fatto che la maggior parte dei loro fan ha familiarità con Internet”.

L’idea di vendere il nuovo album online e in modo indipendente da qualunque logica commerciale aveva uno scopo:

“Dimostrare che non c’è bisogno di tutte queste infrastrutture per far arrivare la musica alla gente. Il processo industriale serve solo a sottrarre guadagni agli artisti e a rendere il disco sempre più costoso”.

Chi si è fermato alla notizia – non completamente vera – che il 60-70% degli utenti che hanno scaricato l’album In Rainbows non ha pagato un centesimo non ha tenuto conto che l’iniziativa dei Radiohead non può essere confrontata con la tradizionale commercializzazione di un disco e quindi il risultato conseguito non può assolutamente essere misurato con i canoni tradizionali: tra i milioni di downloader c’è molta gente che, non conoscendo la band, ha provato a scaricarne l’album per sentire se valeva la pena di essere acquistato. Molti hanno fatto come un lettore (Andrea D.C., citato con il suo permesso) che mi ha scritto: “ho scaricato In Rainbows due volte: la prima volta non ho pagato niente, ho voluto sentirlo come una demo o una ‘evaluation copy’. L’album mi e’ piaciuto e mi sono sentito un po’ in colpa, e allora l’ho riscaricato per 4 sterline”.

Una media di 6 euro ad album su 1,2 milioni di download significa 7,2 milioni di euro. Se vi sembra un risultato fallimentare…

 
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Pubblicato da su 3 dicembre 2007 in media, news

 

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Il cellulare non ha ucciso

La scorsa settimana un operaio al lavoro in una cava in Corea del Sud è stato trovato morto con un telefonino in fiamme sul torace. Il telefonino incendiato/esploso è stato descritto come causa della morte e Aghost ha osservato che la notizia odorava di bufala. La vicenda così descritta era in effetti poco credibile e aveva tutti i connotati della bufala che può facilmente fare il giro delle agenzie di stampa. La verità sull’incidente è in effetti un’altra, ma la notizia è stata diffusa in quel modo perché il medico legale non sapeva dare un’altra spiegazione sulla causa della morte. E l’immagine di LG, produttore del cellulare, ne ha risentito.

La spiegazione l’ha poi data, alla polizia, un collega della vittima, che ha confessato di aver colpito il compagno, per un errore di manovra, con una trivella idraulica da 15 tonnellate, senza lasciargli scampo. Ora non so come un medico legale sia giunto alla conclusione che il cellulare possa aver causato la morte dell’operaio, dando valore alle dichiarazioni depistatorie inizialmente fornite dal vero colpevole, ma in fin dei conti era veramente una bufala.

 
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Pubblicato da su 1 dicembre 2007 in news

 

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Scuola, videocellulari e megamulte

Da Reuters:

Gli studenti che diffondono foto o filmati realizzati a scuola rischiano multe da 3.000 a 30.000 euro.

Lo stabilisce una direttiva inviata a tutte le scuole e presentata oggi dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni e dal garante per la protezione dei dati personali Francesco Pizzetti, che hanno sottolineato l’importanza di rendere i giovani consapevoli degli effetti che possono derivare da certi comportamenti.

La circolare stabilisce che chi diffonde immagini con dati personali altrui non autorizzate, tramite Internet o mms, rischia anche a scuola multe da 3.000 a 18.000 euro e da 5.000 a 30.000 euro nei casi più gravi, che possono essere irrogate dall’Autorità garante della privacy, insieme a sanzioni disciplinari che spettano invece alla scuola.

La nuova direttiva ricorda solo le sanzioni che già esistono in materia di violazione della privacy. Diffondere immagini senza autorizzazione è già vietato dalla legge, non servono norme ad hoc da applicare al cosiddetto cyberbullismo.

Ovviamente, in caso di minori, le multe saranno pagate dai genitori, che in tal modo saranno i primi in famiglia a essere “consapevoli degli effetti che possono derivare da certi comportamenti”.

Io sono sempre stato convinto, e continuo ad esserlo, che alla base di tutto ci sia la mancanza di una vera educazione. Che deve avere inizio in famiglia e proseguire a scuola.

E’ passato oltre un anno, ma rimane sempre di estrema attualità l’inchiesta I bulli del terzo millennio (di Irene Privitera, Chiara Pucci e Silvia Tolve, studentesse presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”).

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2007 in media, news

 

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Italia.it, gli atti pubblici restano… inaccessibili

Quando il Governo rispose picche a ScandaloItaliano, che aveva chiesto l’accesso agli atti della P.A. relativi alle attività di progettazione e realizzazione di Italia.it, Andrea D’Ambra commentò così il mio post (11 luglio 2007): Generazione Attiva resta ancora in attesa di una risposta dal Governo (nonostante siano trascorsi i 30 giorni previsti). Vediamo cosa risponderanno ad un’associazione di consumatori…

Visto il precedente, forse non era giustificato attendersi una risposta del tipo “ecco gli atti, esaminateli”, ma almeno una motivazione più articolata del diniego, con qualche possibilità di trasparenza all’orizzonte, quella sì, era lecito attendersela.

E’ passato qualche giorno in più mese, e il Governo ha finalmente risposto anche a Generazione Attiva, l’associazione di consumatori presieduta da Andrea D’Ambra:

Questo dipartimento ha ritenuto di richiedere il parere della Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi sul procedimento amministrativo, come previsto dalle leggi n 241/90 e n. 15=05, al fine di verificare la sussistenza o meno della legittimità, per codesta Associazione, di esercitare l’accesso alla documentazione suddetta.
A seguito dell’esame della domanda, la commissione ha concluso, con un motivato parere, che la domanda di accesso, come formulata da codesta Associazione, “…non rientra tra i diritti specifici dei consumatori…in quanto finalizzata genericamente a conoscere i costi della pubblica amministrazione, in funzione di un generico ed indistinto interesse al contenimento della spesa pubblica”.
Pertanto, conformemente alla pronuncia della Commissioni, si porta a conoscenza che la prodotta richiesta di accesso non può essere accolta.

(qui il testo completo)

Secondo la legge su cui si basa questa risposta, deve esistere “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso” (Legge 241/1990 – articolo 22, comma 1, lettera b). 

Ora, partiamo dal presupposto che Italia.it, indipendentemente da chi ne ha promosso la realizzazione, è comunque un progetto del Governo (presentato in febbraio dal premier Romano Prodi e dal ministro Francesco Rutelli), realizzato con denaro pubblico. Ogni centesimo di euro che entra come voce di spesa nel bilancio di un ente pubblico, e stanziato per un progetto destinato alla fruizione della collettività, deve essere precedentemente approvato e opportunamente giustificato. Lo dice la legge, e la ratio sta nel fatto che è denaro pubblico, destinato all’interesse di tutti.

Il denaro investito dal Governo nel progetto Italia.it è denaro versato dai contribuenti. Denaro investito o denato buttato? Propenderei per la seconda considerazione, dal momento che lo stesso Francesco Rutelli si è detto favorevole ad un cambiamento radicale del progetto: “Facciano qualcosa, altrimenti è meglio lasciar perdere” ha dichiarato durante un incontro del Comitato nazionale per il turismo.

Milioni di euro spesi da un Governo in un progetto da cambiare o da lasciar perdere… la richiesta degli atti che hanno portato a questo triste risultato non è una fattispecie di “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso”?

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2007 in news

 

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